“Calze in cachemere” – storia di Federica

“Accogli le contraddizioni della tua vita, non stare sempre a combatterle sprecando energia per ridurle a un solo punto di vista!”

Ci sono anime che non conoscono la paura e la sconfitta, che non accettano di avere un solo coraggio, che sfidano il male fino a trasformarlo in miracolo, che vivono di sogni e di inquietudine creativa capace di superare qualsiasi ostacolo.
L’anima di cui vi racconto oggi, in un momento di rinascita e di speranza nella lotta alla pandemia, è quella di Federica Maspero. Per chi ancora non la conoscesse, Federica è molto più di una donna, di un medico oncologo, di una moglie, di un’atleta paralimpica sopravvissuta ad una meningite fulminante che, all’età di 24 anni, l’ha costretta al coma farmacologico per circa due mesi e all’amputazione di entrambe le gambe e di alcune dita delle mani. Federica è la potenza di un samurai, una guerriera che durante quel periodo, in cui veniva costantemente sedata, saltava fuori dal letto al punto che i medici dovettero scrivere sulla cartella clinica “paziente molto agitata”.

La storia della seconda vita di Federica, nata e vissuta a Cantù, inizia Il 19 novembre del 2002, il giorno del suo ventiquattresimo compleanno. Quel giorno Federica stava studiando per uno dei suoi esami di Medicina, quando fu improvvisamente assalita da una febbre strana, che nel giro alcune ore si trasformò in un inferno, in una trappola che imprigionò il suo corpo trascinandola verso l’abisso. Si trattò di un’infezione batterica dovuta al meningococco B che provocò il crollo totale delle sue difese immunitarie e una setticemia generalizzata, o “coagulazione intravascolare disseminata”, che si manifestò con ematomi in tutto il corpo. Quando arrivò in ospedale, a Lecco, i medici si stupirono che potesse essere ancora viva, le speranze di sopravvivenza erano bassissime e, una volta confermata la diagnosi, decisero di tentare l’impossibile intubandola.

Da quel preciso momento, la sua anima iniziò a combattere e a voler compensare quel corpo sempre più affaticato che, nonostante la sedazione, cercava di rimanere sveglio e vigile insieme a lei agitandosi e cercando varchi tra le sbarre del letto dell’ospedale
Nelle pagine del suo libro “Calze in cashmere”, recentemente pubblicato da Edizioni San Paolo, questa donna, che oggi ha quarant’anni, ci racconta di come ha lottato per risvegliarsi dall’anticamera della morte mettendo a nudo sé stessa e andando oltre lo stereotipo della miracolata che decide di rimettersi in gioco con lo sport, con un matrimonio, con un lavoro part-time. Federica racconta che, durante il coma, ha viaggiato profondamente negli abissi di sé stessa, allo stesso tempo nel passato e nel futuro, percependo lo spazio e non il tempo, in una sorta di “stato di grazia” in cui sentiva di poter essere tutto e di poter fare tutto. Non c’erano limiti, non doveva domandarsi se tutto fosse giusto in relazione al tempo. Durante le sette settimane di distacco dalla realtà, è come se avesse avuto una rivelazione che descrive così: “In quelle sette settimane ho girato il mondo… Ancora oggi ho seri problemi con il tempo, non riesco più a quantificarlo, è come se non bastasse mai e non fosse adeguato alle misure della mia vita “vera”. Non mi metto dei limiti: adesso ancora studio, adesso ancora imparo, adesso ancora scopro cose nuove e mi aspetto tanto”.

Il passato, i ricordi, la sofferenza di quei mesi, si sono fusi contemporaneamente con la forza del pensiero che procedeva verso il futuro. Federica non ha mai smesso di desiderare il suo futuro, nemmeno nello stato di sedazione costante. La vita ha cercato di fermarla in modo violentissimo, ma non c’è riuscita.

Federica ha elaborato tutto giorno per giorno, ha fatto tesoro di quei lunghi mesi surreali e quando si è risvegliata senza le sue gambe, dal ginocchio in giù, non ha saputo fare altro che chiedere a sé stessa – e a nessun altro – da dove potesse ricominciare. Innanzitutto riprendere da dove era rimasta e diventare un medico oncologo, traguardo essenziale alla sua anima, alla sua ambizione, alla sua realizzazione. Perché oncologia? Chi è passato vicino alla morte e ha vinto la battaglia, desidera combattere per coloro che stanno cercando di farcela. Ha immaginato che lì avrebbe fatto la sua carriera e si è detta: “Questa sì che è una battaglia. E se le lo puoi immaginare, lo puoi fare”.

Nella sua condizione di disabile, purtroppo, la carriera ospedaliera non ha avuto un tragitto facile a causa di certe ottusità, ma Federica non si è arresa e ha deciso di diventare anche agopunturista, oltre che oncologa, ricevendo il riconoscimento dell’Organizzazione mondiale della Sanità. La medicina cinese e quella occidentale si sono sposate nella sua intensa vita, le sue competenze oggi sono al servizio di tanti pazienti che ricevono da lei grande umanità e dedizione in clinica e in studio.

Ma tutto ciò non le è bastato. Federica ha voluto anche sfidarsi dal punto di vista fisico. Mente e corpo sono una cosa sola e lei lo ha dimostrato, dando ulteriore prova di caparbietà e di tenacia. Grazie al sostegno del marito (ingegnere di protesi meccaniche) che non ha mai smesso di seguirla negli allenamenti, è diventata atleta paralimpica ottenendo successi nel 2015 a Doha (record italiano dei 400 metri), nel 2016 a Grosseto (quarto posto nei 100, 200, 400 metri) e alle Olimpiadi di Rio (quarta nei 400 metri), nel 2017 a Londra (medaglia d’argento nei 400 metri).
La fede e la speranza Federica li ha coltivati attraverso infinite forme di coraggio, di volontà, di dinamicità, di espansione, di autonomia, accompagnati dalla solidità, dalla forza e dall’introspezione di un marito solido, presente, ineguagliabile.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: “ma di chi sono le calze in cashmere?”
Sono le sue, gliele ha regalate Matteo. Il giorno in cui le ha comprate si era completamente dimenticato che Federica i piedi non li ha. Miracolo dell’Amore. Al loro posto, però, Federica ha delle ali meravigliose.

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