CAMILLO BREZZI E IL VIAGGIO NEI VIAGGI

Ad Arezzo c’è un luogo magico che ospita una sede dell’Università degli Studi di Siena: il Parco del Pionta. L’Università di Arezzo è uno dei luoghi più affascinanti e carichi di energia che io abbia mai frequentato. Quando vi giunsi, all’inizio degli anni 2000, fu amore a prima vista. Un luogo d’altri tempi che mi rapì e mi avvolse in una atmosfera di pace e di introspezione, nel quale si respirava aria di cultura a pieni polmoni. Rimasi colpita dalla bellezza del parco e dall’edificio centrale, la palazzina dell’Orologio. Scoprii che il Pionta originariamente era la sede dell’ex ospedale neuropsichiatrico aretino e che quella palazzina era diventata la sede del Preside di Facoltà.
È al Pionta che conobbi il Prof. Camillo Brezzi, ordinario di Storia Contemporanea, all’epoca Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, nonché Assessore alla Cultura al Comune di Arezzo. Nato a Roma, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza, diventò Professore ordinario e successivamente Pro-Rettore dell’università di Siena.
Nonostante la sua autorevolezza accademica e istituzionale e quel senso di soggezione che incuteva, quando scoprii che era tifoso della Juventus, il prof. Brezzi per me divenne semplicemente Camillo. Ma non glielo dissi finché fui sua studentessa!
Frequentai i suoi corsi e mi appassionai alle lezioni che teneva insieme alla Prof. Patrizia Gabrielli, sua stimata collega. Grande carisma e molta passione, entrambi ci raccontavano la storia del nostro Paese e dell’Europa del ‘900 guardandoci negli occhi, coinvolgendoci e dandoci puntualmente stimoli e spunti di riflessione con seminari, proiezioni di film, incontri e confronti che ci arricchivano insieme a libri e manuali.

Al Pionta ci sentivamo dei privilegiati, le aule ospitavano un numero ideale di studenti, un vero paradiso per umanisti: storici, filosofi, archivisti, linguisti. Rimasi sorpresa dal numero di persone adulte frequentanti in rapporto al numero complessivo degli studenti.
Sono passati più di vent’anni, Camillo ed io non ci vediamo da molto tempo, ma non ci siamo mai persi. L’amicizia nacque quando lasciai l’università per tornare, ahimè, agli impegni “profani” del lavoro. Lui mi disse più volte di non mollare e di riprovarci, mi spronò con affetto e stima, lo fa tutt’ora, ma io non ce l’ho ancora fatta a prendermi la laurea. Il nostro compleanno cade nello stesso mese, a distanza di quattro giorni e lui, da vero gentleman, non si dimentica mai di farmi gli auguri.

Dal 2005 Camillo è il direttore scientifico della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, archivio storico della “città del diario”, istituito nel 1991 e inserito nel Codice dei Beni Culturali dello Stato. Durante tutta la sua carriera, ha pubblicato numerosi testi storici e saggi e recentemente ho avuto l’onore di ricevere il suo ultimo libro pubblicato da “Il Mulino” intitolato “L’Ultimo viaggio. Dalle leggi razziste alla Shoah. La storiografia, le memorie”.

Camillo ha presentato questo libro a distanza di 20 anni da quando la data del “27 gennaio” è entrata nel calendario civile dell’Italia (dal 2005 anche in quello europeo) come il “Giorno della Memoria”. Il Prof. Brezzi ha dedicato impegno ed energie nei confronti di un tema forte come quello della Shoah, ha sentito il bisogno di riflettere sullo sterminio degli ebrei e ha voluto soffermarsi con grande sensibilità e accuratezza storiografica su un particolare dettaglio: quello del viaggio.

Il viaggio in treno, quello dei deportati condannati alla “soluzione finale”, è il fulcro della narrazione. Una dimensione molto particolare, una condizione umana tra le più atroci ed estreme che la Storia possa narrare, una discesa negli inferi della disumanità, che iniziò da quei maledetti convogli, raccontato attraverso le memorie dei sopravvissuti. Per la maggior parte di loro, il viaggio in treno verso il lager fu il viaggio del non ritorno. In realtà lo fu per tutti, anche per coloro che riuscirono a salvarsi. L’agonia, la disperazione, l’umiliazione e la denigrazione subìte, la totale follia vissuta da corpo e anima si sono tradotte per tutti, anche per chi è rimasto in vita, in una trasformazione senza ritorno.

Ho iniziato a leggere questo libro al mare, sotto l’ombrellone, ma dopo qualche pagina ho sentito la necessità di rifugiarmi in un altro posto, in un luogo appartato, degno dell’immersione nelle parole, nei racconti e nelle intime memorie di una simile tragedia umana. Ho provato il desiderio di comprendere, per quanto sia possibile, quella sospensione del tempo dalla quale è partita la dissoluzione e la deformazione di una parte dell’umanità.

Camillo ha compiuto un vero e proprio “viaggio nel viaggio”, anzi, nei viaggi e nelle anime di 7 persone del calibro di Primo Levi, Liliana Segre, le sorelle Bucci, Shlomo Venezia, Pietro Terracina, Sami Modiano.

Ho pensato che, nonostante il suo ruolo di storico “avvezzo” a navigare nel mare delle grandi tragedie umane, non deve essere stato facile per lui entrare ancora una volta nella Storia dell’Olocausto e delle sue vittime senza provare orrore e vergogna per la nostra nazione.
Nell’ “Ultimo viaggio” Camillo sottolinea che per l’Italia la tragedia e la discesa “nel cuore dell’inferno” ha inizio con le leggi razziali del 1938. Prima di intraprendere il viaggio verso i lager, le leggi razziali hanno spento l’interruttore della vita dei sette protagonisti che lui, con grande sensibilità, inserisce nel contesto storiografico attraverso le loro più intime memorie. Il “viaggio nel Viaggio” diventa “storia nella Storia”, un susseguirsi di ricordi, sensazioni, emozioni, contestualizzati e inseriti in un momento topico di quell’esperienza disumana: il viaggio della vergogna.

Sono rimasta colpita dalla prima pagina del volume, in cui il Prof. Brezzi si sofferma su una dichiarazione che, come lui sottolinea, è stata urlata e reiterata in coro in maniera piuttosto superficiale, seminando panico e terrore, da media e classe dirigente, allo scoppio della pandemia del Covid-19. “Siamo in guerra”.

Camillo si dichiara apertamente infastidito definendo “ignoranti” i giornalisti, gli imprenditori, gli intellettuali e i rappresentanti del popolo che, a sproposito, hanno paragonato la situazione della pandemia (come le limitazioni agli spostamenti e il lockdown) alle stragi, ai bombardamenti, alle distruzioni, alle deportazioni, al dramma collettivo della Seconda Guerra Mondiale. Con tutto il rispetto e la consapevolezza della tragicità della pandemia, mi sono soffermata a lungo su questa considerazione e sinceramente non ho potuto fare a meno di dargli ragione.

Da storico, da uomo, Camillo si chiede se sia stato necessario fare un paragone simile e se sia utile rispolverare la memoria a coloro che non sanno, o fanno finta di non sapere, o che sono incapaci di calibrare il peso degli eventi della Storia. Le testimonianze del viaggio sui vagoni da bestiame, le urla, la disperazione, l’umiliazione, la manipolazione, la condizione surreale dei deportati di Auschwitz e di Birkenau che Camillo sapientemente ricostruisce, rappresentano una pagina di vergogna senza eguali.

Caro Camillo, grazie per il tuo lavoro e per il contributo che continui a dare ai giovani e ai meno giovani come me. Per il tuo impegno passato, presente e futuro, per la ricerca accurata e la passione che metti nei tuoi studi.
Grazie anche per la simpatia e per l’affetto sincero che esprimi nei tuoi sms di buon compleanno!
Mi auguro che, finalmente, un giorno riusciremo ad andare insieme allo stadio a vedere la Juve!

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