“TENZONE” TRA UN FALSARIO ED UN BUGIARDO (MAESTRO ADAMO CONTRO SINONE)

Nel 30° canto dell’Inferno Dante incontra tra i bugiardi della decima bolgia, anche il greco Sinone, personaggio presentato non da Omero nell’Iliade, che termina in precedenza con l’episodio dei funerali di Ettore (“Questi furo gli estremi onor renduti/al domatore di cavalli Ettorre”, Il., 24°, 1025 s., trad. V. Monti); né nell’Odissea, ove alla corte di Alcinoo, Demodoco è invitato da Ulisse a cantare a riguardo del cavallo di Troia e poi lo stesso Ulisse, su proposta del re Alcinoo, racconta le peripezie del suo difficile ritorno ad Itaca.

Sinone è, invece, introdotto da Virgilio nell’Eneide (24°, 1 ss, trad. Annibal Caro), là dove Enea, nella reggia di Didone, racconta come i Greci, non potendo prender Troia con le armi, adottarono, su ideazione di Ulisse, il noto inganno del cavallo di legno lasciato apposta sul lido, previamente abbandonato dalle loro navi per simulare desistenza dall’impresa di guerra contro Troia.

Infatti i troiani decisero di trasportare nella città quella costruzione, ritenuta un dono votivo agli dei e contenente invece, nel ventre, i migliori guerrieri greci; ciò non solo perché spaventati dalla morte di Laocoonte, che pur gridava, in contrario, la sua diffidenza verso i Greci anche se recanti doni (“Timeo Danaos et dona ferentes”) e fu perciò divorato da due serpenti marini, ma anche perché già convinti dalla caterva di falsità abilmente “recitate” proprio dal greco Sinone.

Costui, infatti, si fece intenzionalmente rinvenire e catturare dai Troiani (“Egli nel mezzo/ così com’era a le nemiche schiere,/ turbato, inerme e di catene avvinto,/fermossi: e poi che rimirolle intorno, con voce di pietà proruppe e disse….” En. Id. 115 ss.) e disse loro mille bugie, fingendosi designata vittima sacrificale, però ai Greci sfuggita.

Convinse e addirittura commosse Priamo, facendosi accogliere come nuovo Amico (“A cotal pianto/ commossi, e da noi fatti anco pietosi/vita e venia gli diamo. E di sua bocca/comanda il re, che si disferri e sciolga;/Poi dolcemente in tal guisa li parla :/ Qual che tu sia, de’ tuoi perduti Greci/ ti dimentica ormai; ché per innanzi/ sarai de’ nostri” En. Id. 246 ss.).

Ed altresì gli domanda di rispondere il vero: “A che fine hanno/ qui sì grande edificio i Greci eretto?”. Ma Sinone, dopo sceniche invocazioni e falsi giuramenti, in modo spudorato mentendo, così afferma: “Or questa mole, che tant’alta sorge,/ qui per consiglio di Calcante è posta/…ed a sì smisurata altezza eretta,/ a fin che per le porte entro a le mura/quinci addur non si possa ove per segno/ e per memoria poi del Nume antico/ riverita da voi, sacrata e colta/ sia ricovro e tutela al popol vostro (En. Id., 309 ss.).

E’ poi noto che i Troiani, ingannati, demolirono anche parte delle mura pur di introdurre il cavallo in città, invano ammoniti anche da Cassandra, “verace sempre e non creduta mai”, che l’estrema fine prediceva (En.,id,413 ss); e che, durante la notte, dal ventre del cavallo, con la collaborazione di Simone, uscirono i guerrieri greci, che fecero entrare in Troia le loro schiere, nel frattempo ritornate con le stesse navi nascoste dietro Tenedo; ed intanto l’ombra martoriata dell’ucciso Ettore, venuta in sogno ad Enea, lo esortava a porsi in salvo dicendo “Oh/ fuggi Enea, fuggi; togliti a queste fiamme./Ecco che dentro sono i nostri nemici. Ecco già ch’Ilio/ arde tutta e ruina” (En., id., 475 ss.). Si consumò così l’incendio e la strage in quella città, da cui, dopo un vano tentativo di estrema difesa, ove “un bel morir tutta la vita onora” (En., id., 523), scamparono soltanto Enea, con padre e figlio, e vari altri Troiani, rifugiandosi sul monte Ida.

Intanto “il buon Sinone gode della sua frode, e d’ogn’intorno/scorrendo si rimescola, e s’aggira/ gran maestro d’incendi e di ruine” (En., id., 544 ss.).

E per nulla diverse le qualità di Sinone si appalesano nell’Inferno, dove Dante scorge l’ombra di lui, ovviamente finito tra i dannati bugiardi, colpiti da febbre violenta. Qui se la vede con maestro Adamo, falsificatore di monete, gravato da idropisia. I due scendono a volgare diverbio, poiché il maestro Adamo presenta l’altro a Dante, qualificandolo con disprezzo, “il falso Sinone greco di Troia” (Inf., id., 98), quasi a ricordare il luogo dei suoi inganni, avendo egli colà convinto i Troiani a riceversi entro le mura il funesto cavallo di legno. Ed a ciò reagisce Sinone, forse offeso per essere stato così menzionato (“si recò a noia/ forse d’esser nomato sì oscuro”, Inf., id., 100 s.), vibrando un robusto pugno sul duro della pancia (“l’epa croia, Inf. Id., 102), di maestro Adamo, oltremodo gonfia per l’idropisia e sonò come un tamburo (Inf., id., 103). E quest’ultimo, ricambiando la violenza di Sinone, “li percosse il volto/col braccio, che non parve men dur” (Inf., Id. 104).

Poi dallo scontro fisico i due dannati passano ad un plebeo diverbio, con reciproche battute offensive alimentate anche col riferimento alle loro colpe.

Inizia proprio maestro Adamo, che, dopo aver dato la sua percossa, se ne vanta contro Sinone, “dicendo a lui: “Ancor che mi sia tolto/lo muover per le membra che son gravi/ ho io il braccio a tal mestiere sciolto”.

Adduce quindi che il suo braccio non ha perso l’antica efficienza nel colpire Sinone; e questi, per offenderlo, evidenzia due momenti umilianti dell’avversario: il ricordo delle mani legate di maestro Adamo quando salì sul rogo e quello opposto delle sue stesse mani rapide e pronte nel contare monete false (“quando ti andavi/ al fuoco non l’avei tu così presto;/ ma sì e più l’avei quando coniavi” Inf., id., 106-111). Ma allora maestro Adamo sfida Sinone a dire il vero (che costui da bugiardo non potrà) sulla richiesta fattagli da Priamo a Troia di rivelare la verità su quel cavallo di legno (Tu dì’ ver di questo:/ma tu non fosti sì ver testimonio/ là ‘ve del ver fosti a Troia richiesto” Inf., id., 112-114).

Sinone ammette la sua colpa, ma per questa unica falsità del cavallo e però controdeduce che il suo avversario ha detto invece tante falsità quante monete false ha lui coniato (“S’io dissi falso, e tu falsasti il conio, e son qui per un fallo,/e tu per più ch’alcun altro demonio!” Inf., id., 115-117). Ribatte maestro Adamo “Ricorditi, spergiuro, del cavallo”/, “e sieti reo che tutto il mondo sallo!” (Inf., id., 118 s.).

Questa polemica sulla bugiarda versione del cavallo di Troia si agita, peraltro, senza che i due antagonisti si siano accorti della presenza addirittura di Virgilio, che nell’Eneide ha ampiamente narrato della falsità di Sinone. Il diverbio prosegue iroso non su fatti remoti bensì su quelli attuali ed il greco mostra soddisfazione per la forte sete che affligge l’avversario, contro la quale impreca (“E te sia rea la sete onde ti crepa/la lingua e l’acqua marcia/che ‘l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!”. Inf., id.,121 ss), ma il falsario ribatte ridicolizzando Sinone col dire “Così si squarcia/ la bocca tua per tuo mal come suole/, ché, s’i ho sete e omor mi rinfaccia,/ tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole” Inf.id.,123 ss.).

L’accanita “Tenzone” suscita, stranamente, un eccezionale interesse in Dante, che rimane “fisso” nel seguirne le varie fasi, tanto da provocare l’indignazione di Virgilio, che lo rimprovera per questa sua criticabile attenzione ad una lite degenerata in un gergo plebeo e grottesco, affermando poco manca, ch’io non mi adiri con te (“Or pur mira,/ che per poco che teco non mi risso! Inf., id., 131 s.).

Al che Dante, per questo suo errore, prova una vergogna eccedente la misura della colpa, avendo egli valutato il suo “sbaglio” con eccessivo rigore; ma Virgilio lo incoraggia, per l’ipotesi che possa incontrare altri litigi così futili cui non è apprezzabile voler assistere (“ché voler ciò udire è bassa voglia”, Inf., id., 148).

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