LA “SOBRIETÀ E IL GARBO ISTITUZIONALE” CHE MANCANO ALLA POLITICA IRPINA

Scrivendo del Presidente Mattarella che cerca casa a Roma come un normale cittadino in vista del fine mandato al Quirinale, sabato scorso Massimo Gramellini ci ha fatto gustare uno dei migliori “Caffè” della sua quotidiana rubrica sul Corriere della Sera. A voler “assaporare” il concetto fino in fondo va aggiunto – parafrasando in italiano i versi di una famosa canzone napoletana – che lo scrittore ha così magistralmente girato e rigirato il cucchiaino nel suo corsivo che dal fondo della tazzina ci ha fatto arrivare fino in bocca lo “zucchero” del suo ottimo Caffè.

Ha scritto Gramellini: “La foto di Mattarella in visita a un appartamento da affittare la dice lunga su una generazione di politici e forse di italiani. Altri avrebbero preteso trattamenti di favore e residenze adeguate al lignaggio. Lui si è comportato come sempre da comune mortale… Mi chiedo se siamo ancora in grado di apprezzare questa foto. Se la sobrietà e il garbo istituzionale sono ancora considerati valori che misurano l’essenza di una persona, oppure se l’ostentazione e l’arroganza hanno a tal punto plasmato le menti di tutti da non farci apprezzare più di tanto la differenza…”.

Non so a voi, intendo a chi di voi ha avuto modo di leggere quella nota, ma a me il Caffè di Gramellini ha fatto un effetto straordinariamente benefico: mi ha aperto gli occhi su una realtà politica e istituzionale – quella in cui normalmente viviamo, in Irpinia come nel resto della Campania – alla quale ci siamo tanto abituati da non distinguere più, appunto, la differenza tra lo stile di un Capo dello Stato, che dà esempio di grande dignità istituzionale comportandosi come un comune mortale, e le arroganti stravaganze di capi e capetti che reggono per caso le sorti delle nostre grandi e piccole comunità locali.

Ne scrivo in coincidenza con le elezioni comunali, che hanno interessato grandi città e piccoli paesi anche della Campania, perché già sono emersi nuovi profili comportamentali che si prestano ad un utile raffronto con ciò che da queste parti abbiamo già visto.

Cito un esempio in positivo che replica in misura sufficientemente apprezzabile la categoria istituzionale interpretata a perfezione dal Presidente Mattarella. È la figura del nuovo sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Ha vinto al primo turno con oltre il 60 per cento dei consensi, ovvero con la percentuale più alta fatta registrare nelle grandi città italiane, perdippiù in una realtà complessa come quella della metropoli partenopea, ed avendo quale principale avversario un magistrato decisamente molto popolare.

Ebbene, anche di fronte ad una vittoria schiacciante e limpida, l’Ingegner Manfredi – ex Rettore della Federico II e già Ministro – ha restituito una “fotografia” di “sobrietà e garbo istituzionale” che lascia ben sperare per un nuovo Rinascimento napoletano dopo i dieci anni sprecati nella dimostrazione del Nulla dal demagogo, neo Masaniello, egolatra Luigi De Magistris. E lascia ben sperare, lo stile di Manfredi, proprio in virtù di ciò che chiosa Gramellini: sobrietà e garbo istituzionale quali “valori che misurano l’essenza di una persona”. Essenza non intesa circoscritta all’etica, all’onestà intellettuale, alla formalità istituzionale – che di per sé sarebbe già tantissimo – ma estesa alla competenza, alla cifra culturale, al grado di capacità d’interpretazione e governo della realtà: ossia le “cose”, le virtù che definiscono la qualità dell’arte della politica.

Osservato da questa angolazione, il nuovo sindaco di Napoli non rappresenta soltanto la netta discontinuità con i due lustri bui di De Magistris. È anche, per stare all’Irpinia, il modello esemplare ed esattamente opposto a quello di certi sindaci e certi politicanti a digiuno di competenze, con una cifra culturale molto bassa, completamente privi di garbo istituzionale, arroganti in misura direttamente proporzionale alla propria incapacità, demagoghi, falsi rivoluzionari ed egolatri. Gli effetti devastanti delle loro gestioni sono scolpiti nel degrado, non solo fisico, delle città che amministrano, nell’assenza di visione e di progettualità per il futuro.

Osservato da quella stessa angolazione, il nuovo sindaco di Napoli può essere di sprone per un nuovo modello comportamentale applicabile all’Irpinia, capace di indurre un salutare cambio di mentalità nella gestione delle istituzioni, specie in vista della Grande Opportunità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Anche perché uno dei limiti più gravi dell’attuale classe politica e amministrativa della provincia avellinese è di immaginare che si possa entrare nel circuito dei processi di sviluppo facendo a meno della Regione nel suo complesso istituzionale e di Napoli e Salerno come immediati e utili riferimenti territoriali. È una interpretazione dell’autonomia venata d’un provincialismo insopportabile e dannoso.

Per una coincidenza niente affatto casuale, la pensano così sindaci e politicanti presuntuosi e spocchiosi, ovvero appartenenti alla stessa categoria dello spirito testé descritta. Intanto è qui, nel coraggio e nello sforzo di cambiare mentalità, il discrimine tra la prospettiva d’un gran balzo in avanti della provincia irpina e la conservazione del pantano esistente. La condizione è che si faccia subito: la Regione, Napoli e Salerno hanno innestato la marcia veloce: non staranno ad attendere i comodi irpini, non si impiccheranno ai nostri ritardi.

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