WORLD PHILOSOPHY DAY 2021

In occasione della giornata internazionale della Filosofia, che si festeggia il 18 novembre, voglio ricordare che il nostro è un ‘tempo di privazione’, come affermava Heidegger, in cui si è assistito al crollo dei grandi sistemi filosofici, alla caduta delle visioni del mondo, al rifiuto dei saperi universali e della stessa ragione che di quelli era strumento, ma nello stesso tempo hanno fatto irruzione nel panorama culturale nuovi saperi, non necessariamente né strettamente scolastici.

Tra filosofi e scuola è sempre esistito un rapporto catulliano di amore/odio. Ogni filosofo che si rispetti al giorno d’oggi prenderebbe le distanze e non ammetterebbe facilmente di essere catalogato come appartenente ad una determinata ‘scuola’, se non in un senso molto lato. Una posizione predeterminata gli starebbe stretta, scomoda, fino ad essere percepita addirittura come simbolicamente ‘avvelenata e contaminata’, in riferimento al racconto della tunica di Nesso che provocò addirittura la morte di Ercole. Ben diverso appare l’atteggiamento dei filosofi dell’antichità verso la scuola di Atene, almeno a giudicare dalla descrizione artistica che ne fa Raffaello Sanzio nel suo celeberrimo dipinto, in cui al tema della ricerca razionale si unisce la rappresentazione delle sette arti liberali, in un’atmosfera di idilliaca bellezza. In ogni caso, non c’è alcun dubbio che la filosofia, almeno quella occidentale, sia nata alla scuola dell’agorà ateniese (una scuola senza pareti, ma non senza maestri!) e che la sua nascita sia contemporanea a quella della democrazia. Ed è altrettanto certo che praticare la filosofia attraverso un perenne interrogarsi sulle domande radicali dell’esistenza abbia molto a che fare con quella formazione che oggi si definisce in tedesco come bildung, cioè alla strutturazione del Sé in un orizzonte di senso e all’incremento di una relazionalità partecipata e dialogante con l’alterità.

La nostra visione della filosofia è incarnata nella vita reale, con i suoi paradossi, le sue sorprese, le sue provocazioni. Per questo non possiamo fare a meno di delineare una paideia coerente con gli assunti valoriali di riferimento. Sbaglia chi sottovaluta il ruolo della Pedagogia nella storia del pensiero, quasi a svilirla ad un ruolo ancillare rispetto alla Filosofia. Ricordiamo la lezione di Platone: Filosofia, Pedagogia, Etica e Politica sono inseparabili nella formazione dell’uomo e del cittadino. Le loro reciproche implicazioni costituiscono l’impalcatura di quel pensiero critico e complesso che dispensava a piene mani Bruno Schettini, indimenticabile maestro e ispiratore dei primi passi della nostra Associazione AMICA SOFIA.

È questo il percorso che ancora oggi auspichiamo tramite la presenza a scuola dei filosofi, come guide e facilitatori dell’esperienza dialogica peer to peer e tra le diverse età e generazioni. Il nostro auspicio è che ogni classe o gruppo in cui si realizzano pratiche di filosofia dialogica possa costituirsi, col progredire dell’approccio cooperativo, in comunità di ricerca Community of inquiry. Per accertare che questo importante processo di apprendimento reciproco stia volgendo a buon fine, esiste un preciso criterio di valutazione da parte del docente (ma anche un principio di carattere introspettivo di autovalutazione fruibile dai singoli alunni); è il criterio che tecnicamente si definisce attraverso la percezione dell’interlocutore come revisore competente dei nostri processi mentali. Insomma, ritenere che ogni interlocutore appartenente alla community (sia esso un compagno o un docente) diventi una persona in grado di intervenire nei nostri ragionamenti fino al punto da suggerirci altre soluzioni, altre prospettive, senza per questo sentirci sminuiti nell’autostima è il segnale dell’instaurarsi di un’interdipendenza positiva tra i dialoganti. Ovviamente, lo stato d’animo appena indicato deve essere scambievole e reciproco, svolto in una totale simmetria di confronti verbali, cognitivi ed affettivi.

Dovremmo allora auspicare il verificarsi di un’invasione di filosofi nelle nostre scuole? No di certo, ma una rivoluzione culturale e professionale sì; un vero e proprio cambiamento epocale in grado di mettere al centro della formazione degli studenti la riflessione sulle tematiche filosofiche più attuali e di provocare un’autentica ‘conversione alla filosofia’ nei docenti delle scuole di ogni ordine e grado, circostanza che potrebbe rendere anche l’attività collegiale più proficua e meno ritualistica di quanto normalmente accade. Mi rendo perfettamente conto, a motivo della mia lunga esperienza di docente e dirigente scolastica, delle grandi difficoltà di quello che vado predicando, ma credo sia coerente con la vocazione di ricercatore (peraltro sancita fin dal 1974 nei Decreti Delegati) che ogni docente dovrebbe avvertire, a prescindere dal grado di scuola in cui opera e dalla disciplina di cui è specialista. Peraltro, ogni ricercatore è filosofo per definizione, perché indaga sui principi e sulle conseguenze di una variegata realtà fenomenica. Il sogno utopico che dovremmo vagheggiare è quello di una collegialità che, dal Consiglio di classe al Collegio dei Docenti, assuma procedure di filosofia dialogica per affrontare le numerose problematiche epistemologiche, socio-psico-pedagogiche ed organizzative oggi emergenti in un’istituzione complessa qual è quella scolastica. Si tratterebbe di una svolta epocale che nelle istituzioni formative potrebbe dare risultati migliori di qualsiasi riforma imposta inevitabilmente dall’alto.

Giova forse ribadire ancora una volta che il concetto di filosofia cui facciamo riferimento è quello di una pratica riflessiva svolta a trecentosessanta gradi, pienamente consapevole dell’epistemologia disciplinare ma rivolta alla realtà esistenziale, civica ed esperienziale degli studenti per rispondere a quello che è ormai universalmente riconosciuto – anche se ben lontano dall’essere attuato – come il loro diritto alla filosofia, da realizzarsi segnatamente nelle scuole e nei diversi indirizzi di studio, per tutta la durata del ciclo di formazione. Una filosofia non certo ancorata ad una pedissequa scansione storica dei contenuti, ma aperta alle emozioni, ai bisogni vitali, alle esperienze che quotidianamente gli studenti compiono nel loro percorso di vita e di formazione. Se perdura tuttora ufficialmente l’impostazione storicistica delle programmazioni scolastiche liceali, non per questo dobbiamo cadere nel tranello di identificare la filosofia con la sua storia e farne solo un percorso soltanto teorico, per quanto interessante sul piano culturale.

Prendere le distanze da uno studio stereotipato e convenzionale della filosofia è la strada maestra per pensare ed attuare una filosofia che si distacchi definitivamente da una scuola routinaria, una filosofia ‘in uscita’ (per abusare di un’espressione di Papa Francesco), rivolta a tutti, senza prerequisiti di esperienza o erudizione, pronta a recepire i contributi e le istanze di ciascuno. Solo così inviteremo i nostri pensieri a non lasciarsi confinare e andremo alla ricerca di nuovi paradigmi di conoscenza e creatività. La pratica filosofica assumerà così il ruolo di strumento per approfondire tra l’altro il pensiero narrativo/autobiografico e lo spirito critico degli alunni, anche attraverso lo svolgimento di compiti di realtà per implementare e identificare le varie competenze filosofiche: argomentare, interpretare, identificare presupposti, mettere in discussione, problematizzare, concettualizzare.

Un’ultima osservazione, sulle categorie di distanza e presenza riferite alla figura dei filosofi: si può essere presenti anche quando si è fisicamente distanti, se si è lasciata una traccia duratura nelle menti degli studenti e degli interlocutori in generale. In caso contrario, si sarà sempre e ineluttabilmente distanti, anche quietamente seduti dietro una cattedra.

I commenti sono chiusi.