Resistere all’entropia

Poesia scelta: Resistere all’entropia
Autore: Andrea Sponticcia

 

Ti tengo per mano, nonno, mentre ti accompagno
a salutare il vento
e il verde ingrigito delle campagne.
La strada è la stessa di allora, ma il passato
non è più lì.
Tu non ricordi più
il nome di questi alberi, o quel che ora cerchi
tra le crepe azzurre delle chiome.
Qui però possiamo fermarci, sentirci un’ultima volta
fragili e vicini.
Niente di quel che diremo ci ridarà il tempo
o ritarderà il nulla che è dall’altra parte,
ma ricordare è un guarire congiunto; somiglia
alle stelle che tornano stelle, dopo essere cadute.


– A cura di Emanuela Sica –

La prima valutazione che mi sento di fare, prima di immergermi nella poesia, è spiegare cosa sia l’entropia. Poi, perché mai dobbiamo resistere a questa. Utile allo scopo è partire da elementi di carattere più scientifico che poetico e quindi dalla seconda legge della termodinamica [anche detta entropia] che misura il grado di “disordine” di un sistema ed è generalmente indicata con il simbolo S

e quindi avremo S = K ⋅ ln W S=K⋅lnW

detto principio di Boltzmann. Dove K è la costante di Boltzmann e W è la probabilità termodinamica di uno stato del sistema di verificarsi. Se l’entropia è bassa il sistema è ordinato e l’energia è massima. Se l’entropia è alta il sistema è disordinato e l’energia è minima. Quindi, l’entropia può essere vista anche come la quantità di energia disponibile all’interno di un sistema chiuso e, pertanto, ogni sistema tende spontaneamente dall’ordine al disordine.
Elias Canetti sosteneva che: “l’ordine dipende da così poco. Un capello, letteralmente un capello, che stia dove non deve essere, può separare l’ordine dal disordine. Tutto ciò che non è al suo posto là dove si trova, è nemico. La cosa più minuscola può disturbare: un perfetto uomo d’ordine dovrebbe esaminare il suo territorio con il microscopio, e anche così gli resterebbe qualche possibilità di inquietudine. Le donne, da questo punto di vista, dovrebbero essere le più fortunate, perché più di tutti fanno ordine, e sempre nello stesso posto. Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere dove non gli è consentito. L’ordine è un piccolo deserto che si è creato da sé”. A questi replicava Longanesi sostenendo: “La nostra ricchezza è il disordine, che poi è anche la nostra miseria.”
Eppure non tutti i disordini sono floridi di bellezza e, quindi, positivi e non tutti gli ordini sono sintomatologicamente negativi. Proprio nell’iniziale e irreversibile disordine o caos si sviluppa, per il poeta, la ricerca di un privato “ordine” che riesca a cristallizzare ciò che non aleggia nel mondo esteriore ma che si muove e vive in quello interiore, anche quando questo è scisso dal corpo. Corpo che, però, viene in evidenza nella simbologia della “stretta” di mano in cui il vibrante locus intimo ed emozionale del poeta emerge ad afferrare non soltanto l’elemento materiale ma si prende cura di quell’animus che è legato ad essa e, tenendola, l’accompagna, creando la dimensione dell’attenzione, della diligenza e, infine, del riguardo che si dà alla persona che si ama, a cui si è legati da un rapporto di discendenza, di genetica essenza. Il preponderante elemento affettivo e poetico, che accompagna la lirica, è la delicatezza dei sentimenti riversati in movimenti e rispecchiati anche nella terminologia utilizzata, quell’accompagnare “a salutare il vento” come l’emblema della caducità della vita, così come il “verde ingrigito delle campagne” sillogi di essenza terminologica che si muovono, perdendosi, nella strada che non è più quella conosciuta, quella in cui il passato era ancora presente nella genetica dimensione di ieri.
Una sofferente dimenticanza, l’erranza, si avverte nella poesia che si staglia e s’infila nelle profondità dell’animo umano e della correlata natura patologica di quella ferita terribile che è lo “scordare” chi siamo, le cose che abbiamo fatto, le strade battute, finanche gli alberi a cui avevamo dato un nome nella nostra vita “normale” nelle tre dimensioni [infanzia, adolescenza, maturità] e che non è sopravvissuta all’ingiuria di un destino, inaspettato o forse solo tremendamente cattivo. Eppure, in quelle crepe di un cielo comunque azzurro nonostante tutto ci sono gli scorci, in visuale diretta, immediata, di un mondo che sembra lontano eppure è vicino nella fragilità di chi soffre e, ancor di più, vive e smuove il dolente simposio di chi comprende quella sofferenza. Allora non resta che rimanere in silenzio, lasciar parlare i cuori, le anime che si riuniscono sotto lo stesso cielo, che si tengono accoratamente unite, sfidando il nulla che si muove, agonizzante, pauroso, terribile dall’altro lato in un luogo in cui non si vorrebbe mai andare, mai oltrepassare il confine. Forse per questo ricordare, o provare a farlo, nonostante le crisi “anomale” del nostro essere uomini o donne…sfociate nei rapimenti di chi eravamo, potrebbe, come un barlume di luce nel buio più pesto del notturno inoltrato, far guarire il pensiero, farlo tornare ad essere quello di un tempo, andando controcorrente rispetto all’entropia a quella “forza fisica che – come dice lo stesso autore – esprime la tendenza di un qualsiasi sistema a progredire verso il disordine, irreversibilmente. La sigaretta che bruciando diventa cenere ne è un classico esempio. Non è umanamente possibile non subire il corso di tale processo. Il fenomeno dell’entropia e il suo concetto hanno presto travalicato il campo della fisica. I modi che l’uomo adotta per arginare le sue declinazioni risultano, in fin dei conti, meri palliativi. Ma sono comunque tentativi importanti, che racchiudono con fermezza la dignità in seno alla vita e alle credenze nelle quale riversiamo le nostre speranze.” Si perché questa corsa al disordine delle cose, delle emozioni, delle esistenze stesse, tendenzialmente irrecuperabile, possiamo azzardare senza essere smentiti, addirittura, inevitabile, riesce, in alcuni e rari casi a spingere la consistenza di una “rivoluzione” che comporta la disfatta dell’“inevitabilità” a dispetto della resistenza, della resilienza che arriva a capovolgere le realtà e anche i destini facendoli diventare elementi miracolosi, “chiarescenti”, sino alla massima estensione di purezza. La quintessenza dell’essere umano è risultare vittorioso in questa battaglia apparentemente senza via di scampo, dove il finale sembra essere, per forza di cose, luttuoso, già scritto. Così non è. Alcuni legami vincono, a mani basse, la guerra contro l’entropia ed ogni cosa resta al proprio posto, o nel posto dove questo meccanismo quasi infernale nulla può e si deve, obtorto collo, arrendere. Nel cuore divaga e si libera la catarsi più rara, quella con gli affetti che, a distanza di anni, crescono a dismisura nonostante l’assenza terrena. E’ strano dirlo ma spesso la presenza maggiore di una persona si ha nell’assenza. Nel vuoto che non si riempie, nella sedia solitaria, nella stanza priva di voci e luminosa realtà. Resistere all’entropia vuol dire avere dentro, preservandola, l’energia utile alla sopravvivenza, nonostante gli insulti del destino e del tempo. Allora giunge come medicamento, per guarirci dall’inevitabile, per ristabilire ordine nel nostro errante pensiero caotico, il ricordo che, come dice bene il poeta nella chiusa “è un guarire congiunto; somiglia/alle stelle che tornano stelle, dopo essere cadute.”

Andrea Sponticcia (Ancona, 9 febbraio 1992) è autore di cinque raccolte poetiche. Laureato in Scienze Umanistiche all’Università Carlo Bo di Urbino, nel 2017 ha vinto numerosi premi Nazionali. “Resistere all’entropia” è tratta dalla raccolta “Poesie dell’indaco”, edita da Nulla die nel 2020. La pubblicazione di “Anime dive” una nuova raccolta poetica è prevista per la fine del 2022, per i tipi della Gangemi Editore. Dall’autunno 2021 collabora con l’associazione culturale “Poesia: femminile, singolare” in veste di recensore e articolista.

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