Dov’è finita la diplomazia?

Stati che vogliono cancellare popoli, popoli che vogliono impadronirsi di altri Stati, politiche di invasione, violenze reciproche, guerre.
Mi chiedo: che fine hanno fatto le azioni diplomatiche?
E gli ambasciatori?
La diplomazia e la trattativa di alto profilo sembrano non essere più azioni strategiche alla portata di potenze che, ad un certo punto, dovrebbero essere in grado di neutralizzare il caos.
Che fine ha fatto la capacità di rendersi conto di come stanno veramente le cose? Perché ciò sarebbe la base della Diplomazia.

In Ucraina e Medio Oriente, nei due territori martoriati dalle attuali guerre in corso ormai da troppo tempo, sembra essere sparito l’intervento a gamba tesa di forze diplomatiche efficaci, sembra essersi dissolto il principio di riconoscimento di un dialogo possibile e necessario.

Nei secoli passati fare le guerre è stato “normale” tanto quanto fare la pace e riportare l’ordine o un nuovo ordine. Ma oggi Il compito della diplomazia sembra essersi esaurito nel momento in cui, sia in Ucraina, sia in Palestina, nessuna potenza mondiale è stata ed è in grado di riportare le parti alla ragione tramite azioni potenti e sofisticate che, a questo punto, si rendono indispensabili.

Ci troviamo in un disordine complesso, un caos che sicuramente ostacola l’equilibrio delle forze, ma ricondurre le parti a riconoscere la realtà è un dovere mondiale e non possiamo più accettare che ciò non avvenga.

La domanda sorge spontanea: perché stiamo facendo fatica a ritrovare la forza diplomatica vera? Dove si nascondono quelle consuetudini diplomatiche alle quali eravamo abituati in passato?

Avrei un’idea ed è la seguente: troppa gente si occupa di tutto, troppa propaganda, troppa informazione di massa, anche troppo giornalismo, hanno rotto la forza della diplomazia di spessore.
Nei secoli passati i diplomatici si rinchiudevano in “stanzette” e nessuno sapeva cosa accadeva o cosa si dicevano, ma ciò rappresentava l’eccellenza della competenza che spesso portava al risultato. Anche Napoleone, ad un certo punto, ha dovuto smettere di fare guerre.

Oggi i capi di Stato si parlano direttamente al telefono, saltando le consuetudini, ma la diplomazia non sempre è il loro mestiere. Vedi Trump che litiga con Netanyahu e per un pò smette di parlargli. La diplomazia non funziona così, è fatta di contraddittorio, di ascolto, di astuzia, di azioni riservate nelle mani di menti preparate.

Tenendo conto del fatto che le guerre di oggi sono cambiate e rischiano di scivolare in guerre nucleari, anche la diplomazia, ovviamente, deve stare al passo e assumere un ruolo più cruciale, un carattere ancora più determinatoo rispetto al passato. Per fare questo ha sempre più bisogno del sostegno della politica alta e delle forze religiose, ancorché altrettanto in crisi.
Quando il gioco si fa più duro, gli sforzi non possono andare in una direzione inversamente proporzionale.
Il fallimento va contemplato, ma non va evitato a priori, la guerra esiste da sempre e non possiamo permetterci di lasciarla nelle mani di chi non sa trattare.

La regola della diplomazia, forse, si riassume nel concetto “parlare con tutti”, non lasciare nulla di intentato, riconoscere gli errori, proiettarsi nel futuro, ergo fare quell’alta politica di cui abbiamo molta nostalgia.

È come nella terapia di coppia? Sì, da un certo punto di vista è uguale. Bisogna superare l’odio, il contingente, l’interesse immediato, occorre analizzare a fondo il dramma dei popoli in guerra, elevarsi ma anche abbassarsi alla comprensione profonda e universale della distruzione e della sofferenza.

Certi capi di Stato hanno fatto fini meschine a causa dei loro interessi personali e temo che gli attuali protagonisti delle guerre in corso in Ucraina e Medio Oriente, da questo punto di vista, stiano rischiando grosso.

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