“Campooo!”. Evviva i ragazzini di Atripalda

«Campooo!» E il grido vittorioso esplodeva in gola al ragazzo che era stato più lesto degli altri e aveva conquistato il terreno della squadra avversaria. Ed era un nugolo di compagni che correvano ad abbracciare l’eroe, a festeggiarlo, a dargli vigorose pacche sulle spalle. Che poi molto se ne sarebbe parlato nei giorni seguenti. Perché il gioco del “campo”, che ogni tanto resuscitavamo, era una cosa seria! Era una vera e propria disfida. Un accanito combattimento, tra due squadre, che impegnava severamente i contendenti che finivano stremati, dopo ore di corse e rincorse tese a catturare l’avversario e ad evitare di finire prigionieri. In un groviglio di traiettorie, che si incrociavano ripetutamente sul campo aperto e largo della “Piazzetta”, spazio in terra battuta, lasciato di fatto a disposizione dei ragazzi, a Contrada, ai quali era preclusa, per queste sfrenate scorribande, la piazza principale del paese. Lì ci si andava la domenica mattina. Ma giusto per la Messa. E, se andava bene, anche per un gelato al limone da Cibelli.
«Campooo!» Ed il grido vittorioso esplodeva nell’aria. Rotolava dalla Piazzetta giù giù fino al fondo della valle, a via Sant’Agata, per poi arrampicarsi sulle dolci curve femminee della collina della Tufara. E di là insinuarsi per il sentiero che portava all’eremo di San Nicola, in quel di Forino. Sempre gioioso, esultante, fragoroso, il grido si impennava e saliva in alto a sbattere contro il cielo blu, di cristallo scuro e intenso, che sembrava stare lì, duro e immobile, a tenere chiuso, in uno splendido scrigno, quel mondo tanto povero della nostra ricchissima fanciullezza sapida di emozioni.
«Campooo!» Ed era sul far della sera. Una di quelle sere d’estate, morbida e profumata, che la nostra campagna, docile alle messi del granturco, sapeva allora regalare. Una di quelle sere che si tirava a far tardi. A fare chiacchiere e a non dire niente. Passeggiando fino ad Ospedale e alla Ficucella. Oppure per la Vianova, l’unica strada asfaltata della valle, che portava chissà dove. Sicuramente lontano. Dove forse un giorno anche noi saremmo andati.
Un nugolo di ragazzini, che giocavano l’altro giorno per strada, per le vie di Atripalda, riempiendo l’aria dei loro strilli gioiosi, mi ha richiamato alla memoria tutti questi ricordi. Mi sono tornate alla mente immagini molto care. I volti dei compagni di allora. Le voci. I giochi. I luoghi vissuti nell’infanzia e ritrovati nella giovinezza. Quando mai mi facevo mancare un ritorno, d’estate, nelle strade e nei campi che sentivo miei.
E le grida dei ragazzini per strada, che gioivano per una vittoria nel gioco, mi hanno anche ricordato una poesia di Leonardo Sinisgalli, incrociata sui banchi del liceo parecchi anni fa, che rapida è riapparsa nel suo colorato vigore:
I fanciulli battono le monete rosse
contro il muro. (Cadono distanti
Per terra con dolce rumore.) Gridano
a squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
e dolcissime ingiurie. La sera
incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue.
Il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
vicino all’altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
la sua mano vittoriosa
.
Questi versi me li hanno fatti venire in mente le voci concitate dei ragazzi, che sembravano esprimere una gioia incontenibile e convinta. Una gioia – mi sono detto – di altri tempi. Di un’altra era. Tanto lontana da avermi fatto trasalire. Perché quelle voci inneggiavano a una vittoria che, per me, aveva un suono antico. Un suono familiare. Un suono umano. La vittoria di un’umanità su di un’altra umanità. Prima che le macchine si intromettessero nella nostra esistenza. Prima che esse si sostituissero al compagno di giochi, in una raccapricciante e banalizzante facilitazione dello svago. Fredda. Falsa. Inumana.
Le voci squillanti dei ragazzini di Atripalda hanno evocato, nella mia memoria, anche il gioco delle monete. Quello raccontato da Sinisgalli. Gioco che ben conosco e che praticavo. Fatto dal battere la moneta sul muro per avvicinarsi a quella dell’altro, già giacente a terra, possibilmente a non più di un palmo, sì da poter misurare vittoriosamente la distanza. Quanti litigi, allora, al premere delle dita sulla terra: «Ecco, il dito tocca! Ho vinto!» «No, non è vero! Ci sta spazio! Ci luce!»
La poesia di Sinisgalli da commentare costituiva la traccia di un tema in classe proposto da un insegnante di italiano, anche lui lucano, che si diceva amico personale del poeta di Montemurro. Le considerazioni suscitate allora, che si snodavano lungo la spina dorsale della cruda povertà delle terre dell’osso, non sono cambiate oggi. A circa un secolo di distanza, ci troviamo più poveri di allora. Perché abbiamo perso anche le coordinate di un’esistenza dal grande valore umano, senza aver guadagnato nemmeno un boccone di un benessere che non ci tocca. Che non è per noi. È per altri. Destinato a latitudini diverse. Che non sarà mai, a quanto pare, dei paesi fatti di case con muri a calce e di campagne aride e pietrose. E siamo ancora qui, a fare la valigia per partire per le Americhe. Come tanti dei nostri. Come il padre di Sinisgalli, sarto di un paese del profondo sud.
Ed allora – mi sono detto – evviva i ragazzini di Atripalda! Evviva le voci squillanti di questi bimbi che cantano vittoria!
Sono i fratelli dei ragazzi di Montemurro che giocavano a “battimuro”. Sono i fratelli miei. I fratelli dei miei compagni di tanto tempo fa, con i quali giocavamo a “campo” nei pomeriggi d’estate. Fino allo sfinimento. Fino alle prime ombre della sera, che ci trovavano ancora impegnati a rincorrerci. Liberi negli spazi liberi. Mentre lanciavamo in aria i nostri gridi gioiosi. Come le rondini ciarliere, che cantavano, con il loro stridìo, tutta la loro libera gioia.
E, come le rondini, niente sapevamo del domani.

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