“Ricercatori” di amore
Da un articolo letto on line ho appreso che in Danimarca i ragazzi dai 6 ai 16 anni svolgono ogni settimana una lezione detta “klassens tid” che tradotto sta a significare “il tempo della classe”. E’ questo un momento in cui gli alunni si siedono in circolo per dedicare del tempo a sé stessi: lì parlano, ascoltano per capire, cercano di risolvere piccoli conflitti. Praticamente, con l’ausilio di un’insegnante adeguato, imparano a gestire le proprie emozioni, a confrontarsi, a chiedere scusa, ad affrontare vari argomenti sempre in modo rispettoso e con i toni giusti.
Mi sembra un’iniziativa di grande civiltà che sarebbe bene adottare anche nelle nostre scuole e che magari nel tempo potrebbe dare i suoi frutti formando giovani più inclini al pensiero consapevole e all’empatia, ed anche a renderli più attenti rispetto alle realtà che li circondano.
Ma è chiaro che per migliorare una società non sarà mai sufficiente un’ora a settimana trascorsa in questo modo, se poi per il resto delle giornate i bambini, i giovani assistono ovunque solo ad aggressioni verbali, ad azioni ignobili contro gli anziani delle RSA, a confronti violenti in famiglia o nella politica o a reiterati eccidi, oramai anche per mano di donne. No, davvero non basterà un’insegnante che inciti alla gentilezza una volta a settimana, se si vive in un mondo divenuto troppo ruvido e urlante.
In effetti più si va avanti e più risalta la mancanza dappertutto di esempi veramente costruttivi o, se ci sono, in pochi siamo capaci di scorgerli, chiusi come siamo in un perenne senso di precarietà che offusca ogni sguardo.
E allora cosa fare? Dove cercare modelli che invece di abbrutirci possano essere stimoli positivi?
In realtà, io credo un po’ ovunque. Ma dovremmo saper diventare tutti dei “ricercatori”, degli studiosi di parole fatte di anima, guardare da qualsiasi parte e saper scorgere l’amore nascosto nelle pieghe della vita.
Ognuno, si sa, cammina con il peso dei suoi pensieri, soprattutto quando si è avanti con l’età, ma bisognerebbe consentire a ciò che accade intorno di balzare agli occhi per dare il senso giusto ad ogni propria pena.
Sarà per questo, e per un innato istinto di sopravvivenza, che mi capita spesso di cogliere le cose che casualmente mi passano accanto e che apparentemente sembrano insignificanti ma che per me invece hanno senso. Così, ad esempio, pochi giorni fa mi è capitato in un grande magazzino, mentre aspettavo la commessa che mi cercasse la taglia giusta, di notare una signora palesemente ipovedente portata per mano da un’accompagnatrice più giovane. Il negozio in questione è già addobbato in tema natalizio con delle stelle luminose appese un po’ dappertutto che fanno tanto aria di festa, e subito mi è venuto da pensare a quanto sia duro essere condannati a vivere nel proprio buio e a non poter godere dell’atmosfera gioiosa che ogni Natale sa donare. Eppure la signora portata per mano, pur senza potersi calare visivamente in questa realtà, aveva un sorprendente sorriso dolce sul viso e si lasciava guidare nei suoi passi con leggerezza, il che mi ha ricordato come la gratitudine verso la vita sia un sentimento che accompagna in genere chi ha meno, difficilmente chi ha tanto.
Ecco, credo che queste immagini, in cui a chiunque può capitare di imbattersi, dovrebbero essere di sprone per guardare oltre noi stessi e per imparare a capire se davvero abbiamo il diritto di essere sgarbati o scostumati a nostro piacimento, se dobbiamo aspettare solo il giorno in cui si celebra la “gentilezza” per provare ad essere cortesi e a regalare un sorriso, o se piuttosto dobbiamo imparare dagli altri ad accettare le fragilità e comunque a sapere amare, tanto più che come dice Herman Hesse, “La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare”.
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