L’ARTISTA – Ornella Vanoni: il silenzio di una voce infinita

Oggi è il giorno dopo, quell’altro giorno che si vedrà chiamato “domani”, che per decenni abbiamo cantato insieme a lei. Sulle note poetiche della tromba di Paolo Fresu, nella chiesa di San Marco della sua amata Milano, Ornella Vanoni ieri ha dato il suo ultimo “Appuntamento” a familiari, colleghi, amici e autorità. E’morta a 91 anni venerdì 21 novembre, come una bambina, dopo aver assaporato il gusto semplice di un gelato: senza sofferenza, senza ricerca di conforto in gesti solenni. Me la immagino…come in una nuvola dai toni pastello. Il racconto dei suoi ultimi istanti di vita racchiude tutta l’essenza di donna autentica, sognatrice e disincantata anche nei confronti della morte.

Straordinaria icona di settant’anni di storia della musica italiana, la Vanoni ci ha lasciati nel crepuscolo di una sera di novembre portando con sé un universo di suoni, emozioni, momenti che hanno definito intere generazioni. La sua carriera, iniziata negli anni Cinquanta, ha attraversato come un filo d’oro decenni intensi di storia e di storie: dai locali della mala di Milano delle origini, alle sale da concerto del mondo, dalle canzoni d’autore agli esperimenti jazzistici e stilistici, dalle collaborazioni internazionali alle ultime apparizioni televisive che la mostravano ancora acuta, pungente, capace di quella leggerezza profonda che le era propria.

Non si può raccontare Ornella Vanoni senza tornare a quegli anni Cinquanta e Sessanta, quando la sua voce emergeva dai locali notturni di Milano come la voce della città stessa: irregolare, conturbante, sensuale, autentica. Era la cantante della mala, della periferia, di quella Milano che non aveva nulla a che fare con la Milano della Scala e dei palazzi d’epoca. Ma la sua grandezza consistette nel trasformare quella materia prima – il gergo – in sentimenti crudi e non raffinati della strada, in poesia, in arte.

Fu un istante di pura magia, quello che accadde quando la voce di Ornella Vanoni – quella voce densa di Milano, di periferia, di ironia lombarda- incontrò per la prima volta la melanconia del Brasile, quella “saudade” che non ha traduzione perfetta in nessuna lingua del mondo. Tutto accadde a Roma, negli studi Fonit Cetra, nel 1976. E tutto accadde in fretta, con una naturalezza che contraddice il mito secondo cui i grandi eventi musicali devono essere preparati con cura, con studi, con conferenze stampa. No: Ornella Vanoni, il poeta Vinicius de Moraes e il musicista Toquinho si conobbero da poche settimane, quando decisero di creare insieme uno degli album più straordinari della storia della musica italiana. Una sessione di registrazione in presa diretta. Una voce italiana e una sensibilità brasiliana che scoprivano di parlare la stessa lingua emotiva. Cosa rese Ornella Vanoni unica nell’interpretazione della musica brasiliana? Non era semplicemente una questione di bravura tecnica. Era piuttosto una questione di comprensione profonda di cosa la “saudade” veramente significasse. La saudade non è tristezza. È l’assenza della cosa amata, ma in uno stato di accettazione consapevole di quella assenza. È la capacità di sorridere ricordando quello che non c’è più. È poesia e rassegnazione allo stesso tempo.

Più di cento album pubblicati, più di sessanta milioni di dischi venduti, la sua produzione discografica include dischi che vanno dal debutto nel 1961, fino al suo ultimo lavoro del 2021. Ma i numeri non dicono abbastanza della vera grandezza di Ornella Vanoni. La sua importanza non risiede nella quantità, bensì in quella capacità quasi sovrumana di trasformare la canzone in confidenza privata, di parlare all’orecchio di chi ascolta come se gli rivelasse un segreto custodito nel cuore da sempre. La voce, ricca, sensuale, capace di inflessioni che percorrono il registro più basso fino a salire verso acuti luminosi, era, anzi, è e rimarrà per sempre un “manifesto affettivo”, qualcosa che in ciascuno di noi provoca la memoria più intima. Non si tratta di cultura pop, Ornella nella sua vasta parabola artistica non ha mai ostentato sé stessa, non ha mai cercato il consenso in nome della notorietà fine a sé stessa perché la sua voce, la sua indagine, la sua interpretazione sofisticata sono sempre state confessione di femminilità e di quella forza che, allo stesso tempo, è anche vulnerabilità. Ornella incarnava eleganza e originalità, insofferenza alle mode e indipendenza come nessun’altra sapeva fare. La sua “strategia spontanea” consisteva nella potenza del suo carattere, a volte ruvido, ma necessario anche a coloro che hanno collaborato con lei; la sua personalità, soprattutto in età matura, è stata la chiave del suo successo, più incisiva di qualsiasi tecnica musicale o di qualsiasi progetto discografico.

Ornella Vanoni è stata femmina, oltre che artista, in ogni sua espressione. Non ha mai nascosto il suo spiccato lato passionale, fil-rouge di un’intera vita, miscela esplosiva, artefice di alti e bassi sempre esposti, ma mai esibiti. La ricordiamo tutti come compagna di grandi personaggi: da Giorgio Strehler, col quale ebbe una relazione intensa ma intermittente, feconda ma al tempo stesso enigmatica, a Gino Paoli, che per lei ha scritto il brano Senza Fine, consacrandone una voce e un’interpretazione che rimarranno nell’olimpo dell’eccellenza della canzone d’autore.

Attraverso l’ironia e la sfacciataggine intellettuale e colta che le permetteva di parlare della morte, della vecchiaia, della solitudine con lo stesso tono canzonatorio con cui affrontava una storia d’amore, Ornella ha sfidato i tempi. In età più che matura, si è divertita a raccontare e raccontarsi senza maschere, grazie a quell’intelligenza lucida e arguta che evoca sconfitte, ferite, debolezze strizzando l’occhio a chi, come lei, è alla ricerca perenne dell’infinito interiore. Negli ultimi anni, quando la televisione l’aveva riscoperta, grazie soprattutto a trasmissioni come Che tempo che fa – dove aveva trovato una sorta di seconda giovinezza – la sua figura era diventata quasi quella di “sacerdotessa” dei giovani che l’hanno intercettata e resa virale sui social. Libera e dissacrante nei confronti dei conformismi e dei pietismi, aveva programmato tutto come un grande regista che conosce ogni battuta della sua ultima apparizione. Aveva scelto il vestito di Dior per il suo funerale, la musica di Paolo Fresu, le ceneri sparse nel mare di Venezia, ma, durante un’intervista, disse: <<Poi però fate voi…>> rendendosi leggera anche ai suoi cari.

Ornella sapeva che la morte non è un tema da affrontare con solennità grave, piuttosto con quella leggerezza irriverente che contraddistingue coloro che hanno veramente amato la vita. La considero una sorta di “romanziera inconsapevole” divenuta autrice di una saga nel silenzio che segue a una voce così grande.

Adesso rimane solo l’eco di chi sa che questa voce, in realtà, non finirà mai di risuonare.

I commenti sono chiusi.