I gesti antichi che si ripetono

Mi piace preparare personalmente l’impasto per la pizza. E allora, quando ne ho voglia, peso la quantità giusta di farina, vi unisco olio, sale, il lievito, poi formo la cd. fontana al centro per versarvi lentamente l’acqua tiepida e quindi lavorare il composto.

Ed è incredibile come, ogni volta che lo faccio, io riveda mia madre, rivivo il suo impastare con mani esperte e veloci, e capisco così come certi gesti, soprattutto delle persone che abbiamo amato, non svaniscono mai, ma piuttosto si ripetono ciclicamente nella nostra vita fino a confondersi con i nostri.

E questo m’insegna dunque quanto siano importanti i comportamenti che poniamo in essere quotidianamente in modo inconsapevole, quanto contino per i nostri figli, per gli alunni, o semplicemente per i giovanissimi che, non lo sanno, ma ci osservano e che da noi, dai toni che usiamo, dalla tolleranza che mostriamo, dalla capacità di sopportare, apprendono e assimilano.

Ma visti gli accadimenti violenti delle cronache quotidiane, chissà cosa stiamo realmente trasmettendo ai nostri giovani: se tolleranza o rabbia, dialogo o inutili prove di forza, gentilezza o solo arroganza.

Invece sarebbe importante che qualcuno ricordasse loro che non si può essere sempre invincibili, che inevitabilmente succede di cadere, di perdere, a volte anche ingiustamente, che c’è da lottare di continuo e da coltivare la speranza, che c’è sempre da credere, nel tempo e in sè stessi, ma che, insomma, non è certo la violenza la soluzione.

Ma è vero, la società attuale ultimamente evidenzia solo modelli negativi, ci mostra che chi è più forte può decidere un giorno di buttare bombe su una città e distruggerla, o di diventare il padrone di uno Stato, ci insegna che se un personaggio pubblico non ci piace, soprattutto se di sesso femminile, è giusto offenderlo, insultarlo, perché poi il rispetto è qualcosa da pretendere per sé ma da non dare. E’ insomma una società che ci spinge a credere che per risolvere qualsiasi problema, è sufficiente armarsi, di parole dure, di droni o di coltelli.

Questa è la società attuale, forse perché buona parte di noi ha perso, dentro di sè, i ricordi di un’infanzia fatta di presenze o di gesti che nella loro semplicità erano comunque rassicuranti e capaci di dare certezze e calore.

Oggi più che mai, invece, siamo tutti vittime: dello strapotere di certi capi di Stato, della violenza di alcuni uomini incapaci di tenere sotto controllo il loro ego, delle inutili aggressioni diffuse via social, di un mondo che finge di volerci perfetti, non umani, e invincibili, mai messi in discussione.

Persino la scuola tradisce le attese, come quelle di una madre che si sentiva tranquilla perché suo figlio, diciottenne, era in classe, non tra i vicoli bui di una città, ma in classe, dove si apprende la cultura, la vita, lo stare insieme, il rispetto, l’amicizia, dove nascono i primi amori, forse. Tradita da una scuola che evidentemente, in uno alla famiglia e alla società, non ha trasmesso niente, nessun messaggio positivo, nessun ricordo di gesti antichi che sapessero di umanità, di beata gioventù, di un sano confronto tra adolescenti o di teneri amori.

Anche tra quelle mura oramai compaiono coltelli, anche lì la vita di un giovane finisce banalmente e spegne per sempre la luce degli occhi di una madre, di un padre. E per futili motivi.

Quel ragazzo non potrà più crescere, non potrà ritrovarsi all’improvviso in qualche gesto antico custodito inconsapevolmente che lo avrebbe portato amorevolmente indietro nel tempo

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