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	<title>Le parole di Dante &#8211; ITV Online &#8211; Irpinia TV Avellino</title>
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	<description>Notizie, approfondimenti e TV on demand</description>
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		<title>DANTE E LA DIVINA COMMEDIA</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/12/04/dante-e-la-divina-commedia/</link>
		<pubDate>Sat, 04 Dec 2021 10:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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<p>Un uomo geniale di spettacolo e cultura, Roberto Benigni, ha giustamente affermato (in “Il mio Dante”) che la Divina Commedia è la vetta delle letterature e chissà cosa abbiamo fatto di straordinario per meritarci un dono così bello. E’ come se Dio avesse detto : “Guarda, sono stati talmente bravi e buoni che li voglio premiare; gli do uno che gli scrive la Divina Commedia (per giunta in Italiano)! E Dante non l’ha scritta solo perché Dio esiste, ma perché Dio esista”.</p>
<p>E che inoltre “Dante non è mai stato superato. Nessuno è stato capace di eguagliare tanta scandalosa bellezza. Il suo è un libro in cui si volta pagina e si applaude”.</p>
<p>Egli, infatti, ci racconta di aver visitato, nientemeno, l’inferno, il Purgatorio, il Paradiso; e noi siamo portati a credere che lui, all’aldilà, ci sia stato davvero, tanta è l’efficacia della sua narrazione e l’altezza dei suoi contenuti.</p>
<p>Ecco perché è sempre troppo bello sentir recitare, anche ripetutamente ed a memoria, quei tanti endecasillabi danteschi a tutti noti, che mettono, ogni volta, in chi li ascolta, emozione e commozione, poiché esaltano la bellezza della poesia nella forma e nei suoi contenuti, ormai patrimonio per tutti.</p>
<p>Ad esempio, non v’è chi non conosca, tra le molteplici altre parole di Dante, versi famosi, quali “tanto gentile e tanta onesta pare”, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, “Lasciate ogni speranza o voi ch’intrate”, “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”, “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”, “Fatti non foste a viver come bruti”, “La bocca sollevò dal fiero pasto”, “State contenti, umana gente al quia”, “Ahi serva Italia di dolore ostello”, “Era già l’ora che volge il disio”, “Come sa di sal lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio”, “L’Amor che move il sole e l’altre stelle”.</p>
<p>Questo prodigioso Poeta ebbe vita non tanto lunga, ma oltremodo intensa in ogni campo (culturale, poetico, politico, religioso, amoroso).</p>
<p>Nato a Firenze nel 1265, amò perdutamente Beatrice, figlia di Folco Portinari, da lui conosciuta, fin dal 1274, all’età di nove anni vestita di rosso. Di lei riceverà poi il saluto, nove anni dopo, come egli stesso narra nella “Vita nuova” : “Questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò e molto virtuosamente, tanto che mi parve allora vedere tutti li termini della beatitudine”.</p>
<p>Ma Beatrice andò poi sposa a Simone de’ Bardi; e Dante, invece, sposò Gemma di Manetto Donati, da cui ebbe figli Pietro, Jacopo e Antonio (1283-1286).</p>
<p>Dante acquisì da solo una splendida e vasta cultura e da Brunetto Latini l’arte della retorica (1289), entrando altresì in contatto con i migliori intellettuali e rimatori dell’epoca, che in parte riunì poi nella “Commedia” sotto la corrente poetica da lui definita “dolce stil novo”.</p>
<p>Prestò servizio per la guerra contro i Ghibellini di Arezzo (1288); combatté a Campaldino (1289) e fu presente alla resa del castello di Caprona tenuto dai Pisani. Purtroppo, l’otto giugno 1290 muore prematuramente Beatrice, la sua grande ispiratrice intellettuale e morale, provocando in lui una grave crisi, dalla quale il Poeta si risolleverà solo con lo studio amorevole della filosofia e della teologia. Egli racconterà, con le varie rime raccolte nella “Vita nuova”, l’esperienza amorosa da lui stesso vissuta nel primo incontro fino a dopo la morte della sua Bice (1293).</p>
<p>Dante partecipa, poi, alla vita pubblica, iscrivendosi all’Arte dei medici e degli speziali ed entrando nel Consiglio speciale del Popolo; e fu altresì coinvolto nelle lotte cittadine tra le fazioni dei Bianchi, cui egli apparteneva e dei Neri (1295). Nel 1300 è eletto priore ed i capi dei Neri e dei Bianchi vengono banditi da Firenze.</p>
<p>Tra questi è anche il suo fraterno amico Guido Cavalcanti, che, confinato a Sarzano, si ammala di malaria e, rientrando in Firenze, vi muore il 29 agosto.</p>
<p>Nel 1301 Dante è inviato a Roma come ambasciatore presso il Pontefice. Ed intanto i fuoriusciti Neri, capeggiati da Corso Donati, rientrano in città il giorno 5 novembre, rovesciano il governo e si abbandonano a saccheggio e vendetta, devastando anche le case degli Alighieri.</p>
<p>In Firenze, in preda ai Neri, hanno luogo processi penali contro gli avversari politici; ed anche Dante, accusato di baratteria e di opposizione al Pontefice ed al Valois, il 27 gennaio 1302 riporta condanna a cinquemila fiorini di ammenda, confino per due anni ed interdizione perpetua da pubblici uffici. Ed avendo egli rifiutato di discolparsi entro il 10 marzo, viene altresì condannato in contumacia alla confisca dei beni ed al rogo. A seguito di ciò il Poeta non tornerà mai più in Firenze ed ha inizio la sua lunga peregrinazione per trovare altrove accoglienza, anche sperimentando “come sa di sal lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale”.</p>
<p>E così nel 1303 è a Forlì presso Scarpetta degli Ordelaffi e poi a Verona alla corte di Bartolomeo della Scala. Scoraggiato, poi, per il comportamento degli altri esuli, se ne allontana (1304) e decide di “far parte per se stesso”, dedicandosi alla composizione del “Convivio” (trattato filosofico in volgare) e del “De Vulgari eloquentia” (relativo alle origini e storia del linguaggio).</p>
<p>Dante trova, poi, ospitalità a Treviso, alla corte di Gherardo da Camino, indi a Padova, presso gli Scrovegni, in Lunigiana protetto dai marchesi Malaspina, e in Casentino presso Guido di Battifolle. Visita anche Bologna e Lucca ove inizia la composizione dell’Inferno (1305-1309).</p>
<p>Riaffiora in Dante una speranza di poter tornare a Firenze, a seguito della venuta dell’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo; che però muore improvvisamente per febbri malariche il 24 agosto 1213, vanificando definitivamente ogni aspettativa del Poeta; il quale intanto completa la stesura del Purgatorio (1312-1313).</p>
<p>Negli anni dal 1314 al 1318, Dante è a Verona, alla corte di Cangrande della Scala, cui dedicherà la composizione del Paradiso. In questo periodo scrive anche il trattato “Monarchia”.</p>
<p>Intanto, il 16 novembre 1615 egli si vede confermare la condanna a morte, estesa anche ai suoi figli, avendo rifiutato le (umilianti) condizioni proposte dal governo di Firenze per mitigare le pene agli esuli.</p>
<p>Infine, nel 1318, ospitato da Guido Novello da Polenta (nipote di quella Francesca immortalata nel V canto dell’Inferno), si trasferisce Ravenna, dove, di ritorno da una ambasceria a Venezia per conto del predetto, muore il 14 settembre del 1321, data della quale ricorre attualmente i settecentesimo anniversario. Ivi sono i suoi resti, invano richiesti, ripetutamente, da Firenze.</p>
<p>Nella sua “Commedia”, definita “divina” dai posteri, a cominciare da Boccaccio, Dante, oltre ad esserne il poeta autore, agisce sulla scena anche come personaggio che racconta una straordinaria avventura: un suo viaggio ultraterreno, in vista del quale egli confida a Virgilio i propri timori, dubitando di esserne all’altezza (“Poeta che mi guidi,/ guarda la mia virtù s’ell’è possente,/prima ch’a l’alto passo tu mi fidi” “Io non Enea, io non Paulo sono;/me degno a ciò ne’ io ne’ altri ‘l erede” Inf. II). Ma poi finirà per fare tale esperienza, scendendo agli inferi come Enea e salendo al Paradiso come S. Paolo.</p>
<p>Il suo poema reca innanzitutto un profondo senso allegorico morale, poiché, in esso, Dante rappresenta l’uomo peccatore, poi convertito per misericordia divina; la cui ragione, rappresentata da Virgilio, si risveglia e può considerare i vizi e gli errori umani destinati alle pene infernali; i modi per emendarsi dal peccato nel Purgatorio e riacquistare l’originaria innocenza nel Paradiso terrestre, nonché, con la guida di Beatrice, conoscere le virtù soprannaturali e meditare, per contemplazione di un istante, sui misteri della divinità nel Paradiso.</p>
<p>La Divina Commedia esprime anche un importante allegoria politica, laddove la ben nota “selva oscura” del suo canto introduttivo, dominata dalle tre fiere all’uscita che ostacolano la salita al “dilettuoso monte illuminato dal sole”, allude alla società dell’epoca piena di errori e vizi, che attende salvezza dall’arrivo di un principe (il “Veltro”) il quale ripristinerà l’ordine dell’Impero e riporterà il Papato nell’orbita dei valori spirituali.</p>
<p>Di qui le varie invettive pronunziate dal Poeta nel corso della sua Commedia e la natura politica dei tre sesti canti della stessa. Nell’Inferno, infatti, incontra il fiorentino Ciacco, che gli predice il trionfo del partito dei Neri e la caduta dei Bianchi (vv. 37-93), vicende delle fazioni fiorentine per la venuta di Carlo di Valois; nel Purgatorio, parla con Sardello mantovano (vv. 58-75) e ne consegue l’invettiva che colpisce l’Italia e Firenze (“Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave senza cocchiero in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” vv. 76 ss.), così Dante coglie occasione a parlare del lacrimevole stato d’Italia; nel Paradiso, l’imperatore Giustiniano narra la sua vita e la storia dell’Impero romano (vv. 1-96), e si deplorano le offese dei guelfi e dei ghibellini contro l’aquila (vv. 97-111), riprovandone l’accanimento.</p>
<p>Il Poeta considera il valore della politica, che dovrebbe essere animata dalla fiducia verso gli altri e che, invece, è spesso diffidenza e conflitto di interesse con un avversario da combattere. Ed in esito a tale conflitto, c’è per il perdente soltanto l’esilio, che ti priva dell’orgoglio, costringendoti a vivere errante e della carità altrui, ed, in caso di resistenza, addirittura di pena di morte.</p>
<p>Tuttavia Dante ha trovato la sua riscossa proprio nella sua Commedia, nella quale coloro che lo hanno deluso son finiti all’Inferno.</p>
<p>La vita vera di Dante inizia solo da quando il suo sguardo incontrò quello di Beatrice; ma, dopo il rimpianto per la morte di costei, vi subentrò la sua passione per la vita pubblica. Senonché i contrasti civili, resi ancora più insopportabili dalle personali sventure, tormentarono a lungo l’animo del Poeta esule; che si rifugiò nella creazione del suo capolavoro letterario di eterna durata, nel quale è riversato il suo sconfinato patrimonio culturale in tutti i campi del sapere.</p>
<p>* * *</p>
<p>Et de hoc satis!</p>
</div>
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		<title>IL RITORNO DELL’AMATA (“… SOVRA CANDIDO VEL CINTA D’ULIVA DONNA M’APPARVE…”)</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/11/20/il-ritorno-dellamata-sovra-candido-vel-cinta-duliva-donna-mapparve/</link>
		<pubDate>Sat, 20 Nov 2021 09:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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<p>Nel ventisettesimo canto del Purgatorio, “l’angel di Dio”, mentre “il giorno sen giva”, stando “fuor de la fiamma”, appare a Dante e Virgilio e li invita ad attraversare quel fuoco che circonda il Paradiso terrestre, il giardino perduto di delizie, dove per breve tempo l’uomo era stato felice. Tale passaggio è necessario per conseguire la purificazione di tutte quelle “anime sante” perché avviate alla beatitudine. L’angelo avverte, infatti, che “più non si va, se pria non morde, anime sante, il foco: intrate in esso e al cantar di là non siate sorde”.</p>
<p>Dante, tuttavia, ricordando la già veduta pena del rogo, si terrorizza e impallidisce; ma Virgilio lo incoraggia, poiché quel fuoco misterioso, acceso dalla divina Giustizia, arde ma non consuma; e quindi lo esorta a non temere (“Pon giù omai, pon giù ogni temenza;/volgiti in qua e vieni: entra sicuro!”). Senonché la natura umana istintivamente frena Dante, pur desiderando egli obbedire a Virgilio; e soltanto la via del sentimento riesce a sciogliere poi la sua durezza, allorché Virgilio gli dice “Or vedi, figlio: tra Beatrice e te è questo muro”.</p>
<p>Infatti, nell’udire quel nome, che sempre gli risuona nella mente, la sua resistenza diviene debole (“la mia durezza fatta solla,… udendo il nome che ne la mente sempre mi rampolla”), sì che in tale direzione Virgilio lo stimola (“Lo dolce padre mio, per confortarmi,/pur di Beatrice ragionando andava,/dicendo: “li occhi suoi già veder parmi”).</p>
<p>Nell’intraprendere poi la salita al Paradiso terrestre, si va facendo sera (“Lo sol sen va – soggiunse – e vien la sera;/non v’arrestate, ma studiate il passo,/mentre che l’occidente non s‘annera”); e la legge del Purgatorio non consente di procedere di notte.</p>
<p>Sopravviene altresì la stanchezza e ciascuno si adagia su un giardino, mancando d’improvviso sia la forza che la volontà di salire (“ciascun di noi d’un grado fece letto;/ché la natura del monte ci affranse/ la possa del salir più e ‘l diletto”).</p>
<p>Dante si addormenta (“mi prese il sonno; il sonno che sovente,/anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle”). Nel sognare vede Lia e Rachele (che preludono l’imminente apparire, nel Paradiso terrestre, di Matelda e di Beatrice). Al risveglio, Virgilio così si congeda da Dante: “Il temporal foco e l’etterno/veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte/dov’io per me più oltre non discerno”… “lo tuo piacere omai prendi per duce;… “mentre che vegnan lieti li occhi belli/ che, lagrimando, a te venir mi fenno,/ seder ti puoi e puoi andar tra elli./Non aspettar mio dir più né mio cenno;/libero, dritto e sano è tuo arbitrio,/ e fallo fora non fare a suo senno;/per ch’io te sovra te corono e mitrio”.</p>
<p>Nel trentesimo canto del Purgatorio appaiono angeli che a pieni mani spargono gigli (“Manibus, oh, date lilia plenis!”); e Dante racconta: “così dentro una nuvola di fiori…” “sovra candido vel cinta d’uliva/donna m’apparve, sotto verde manto/vestita di color di fiamma viva”. È il ritorno di Beatrice, ancora munita della bellezza della sua vita terrena, ma anche del nuovo fascino di quella beata.</p>
<p>Dante, che già da tempo aveva provato l’incanto per lei, “d’antico amor sentì la gran potenza”, come un improvviso ed irresistibile richiamo a tutto un passato che tocca di nuovo il suo animo. Egli, quindi, con lo sguardo cerca Virgilio per confidargli che non gli è rimasta neppure una goccia di sangue che non tremi ancor per l’emozione ancor ora provata e per dirgli “conosco i segni de l’antica fiamma”. Ma Virgilio, avendo ormai ultimato il suo spirituale soccorso in favore del Poeta, si è già allontanato, cedendo il posto ad un più elevato intervento, poiché alla ragione umana, che ha già operato, deve ora subentrare, con Beatrice, la fede, e cioè non più l’aiuto dell’ingegno, ma il sostegno della stessa volontà divina.</p>
<p>Qui Dante, chiamato per la prima ed unica volta per nome, riceve il rimprovero dalla sua donna, che lo esorta a non piangere, in quanto l’allontanamento di Virgilio è soltanto l’inizio di ben altro dolore, più forte, che egli proverà quando confesserà le proprie colpe (”Dante, perché Virgilio se ne vada,/non pianger anco, non piangere ancora;/ ché pianger ti convien per altra spada”).</p>
<p>Poi lei, mantenendo un altero atteggiamento sovrano (“regalmente ne l’atto ancor proterva”), sempre un po’ a modo di rimprovero, dice al Poeta “guardami bene, ben son Beatrice”; e gli domanda “Come degnasti d’accedere al monte?, non sapevi che qui è la felicità?”, da lui, invece, cercata altrove nei beni terreni. E così Dante, per la vergogna abbassa gli occhi e, vedendo nell’acqua la propria immagine avvilita, ferma lo sguardo sull’erba, sentendosi umiliato (“Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;/ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,/tanta vergogna mi gravò la fronte”).</p>
<p>Si leva, però, il canto degli angeli, che esprime compassione per l’anima colpevole del Poeta; il quale prova emozione per la pietà che gli angeli mostrano verso di lui. Ed il rigore di Beatrice è dovuto al suo desiderio di adeguare in Dante il dolore alle sue colpe, perché possa ottenerne perdono (“che mi intenda colui che di là piagne,/perché sia colpa e duol d’una misura”). Le sue principali colpe erano state l’amore disordinato per altre donne e l’orgoglio filosofico di fronte alla dottrina rivelata.</p>
<p>E lui era caduto così in basso nel suo traviamento, che l’unico mezzo per la sua conversione rimase quello di costatare le conseguenze del male e la pena eterna dei dannati, con la sua discesa nel regno dell’Inferno (“tanto giù cadde, che tutti argomenti/a la salute sua eran già corti,/fuor che mostrarli le perdute genti”). Ma la sua contrizione, per divenir egli degno di accedere alla visione di Dio, richiedeva pur sempre il pagamento di un prezzo di lacrime di pentimento con dolore profondo, onde poter così varcare il fiume Lete dell’oblio del male (“Alto fato di Dio sarebbe rotto/, se Lete si passasse, e tal vivanda/fosse gustata sanza alcuno scotto/ di pentimento che lagrime spanda”).</p>
<p>Nel trentunesimo canto del Purgatorio, Beatrice, rivolgendosi direttamente a Dante, lo esorta alla confessione (“O tu che se’ di là dal fiume sacro,/di’, di’ se questo è vero; a tanta accusa/tua confession conviene esser congiunta”); ed il Poeta espone la storia del suo smarrimento, affermando altresì mentre piange “Le presenti cose/col falso lor piacer volser mei passi,/tosto che il vostro viso si nascose”).</p>
<p>Beatrice spiega che non si dovevano perseguire cose caduche ed invita Dante a guardarla, ma lui sviene per il dolore. Matelda immerge l Poeta nel Lete (“La bella donna ne le braccia aprissi;/abbracciommi la testa e mi sommerse/ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi”; e le virtù cardinali lo conducono a Beatrice, perché contempli i suoi occhi, mentre le virtù teologali la pregano perché scopra il suo volto (“… bagnato m’offerse/dentro a la danza de le quattro belle”… “l’altre tre si fero avanti,/danzando al loro angelico caribo”.).</p>
<p>Come ormai da dieci anni, perdura in Dante il forte desiderio di rivedere il volto della sua amata; il cui sorriso attira gli occhi del Poeta, che ben conosce la forza del suo antico amore (“tant’eran li occhi miei fissi e attenti/ a disbramarsi la decenne sete,/che li altri sensi m’eran tutti spenti;/ed essi quinci e quindi avean parete/di non caler – così lo santo riso/ a sé traéli l’antica rete!-;&#8221;). Egli si addormenta e si ridesta, poi, per lo splendore e alla voce di Matelda (“La bella donna che mi trasse al varco”… “Però trascorro e quando mi svegliai,/ e dico ch’un splendor mi squarciò ‘l velo/del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?»”. Purg., 32^ canto).</p>
<p>Nel canto trentatreesimo, ultimo del Purgatorio, Beatrice con dolce espressione invita Dante ad affrettare il passo per avvicinarsi a lei e meglio comprendere le sue parole (“e con tranquillo aspetto: “Vien giù tosto”,/mi disse, “tanto che, s’io parlo teco,/ad ascoltarmi tu sie ben disposto”).</p>
<p>Ma il Poeta, pur camminando al fianco d lei, non osa, dopo i rimproveri avuti, rivolgerle domande, benché Beatrice lo conforti chiamandolo “fratello” (Sì com’io fui, com’io dovea, seco,/dissemi: “Frate, perché non t’attenti/ a domandarmi ormai venendo meco?”). Ella inoltre lo esorta a liberarsi da ogni vergogna e timore come chi parli in sogno (“Ed ella a me: “Da tema e da vergogna/voglio che tu omai ti disviluppe,/sì che non parli com’om che sogna”). Beatrice annuncia l’imminente venuta di un messo di Dio (“… messo di Dio, anciderà la fuia/con quel gigante che con lei delinque”). Osserva poi che la vita umana è mortale, mentre la vera vita, quella in cui lei vive per sempre, è invece eterna.</p>
<p>Verità e gioia attendono, ora, il Poeta, liberato e purificato del peso terreno delle sue colpe: “Io ritornai da la santissima onda/rifatto sì come piante novelle/rinovellate di novella fronda,/puro e disposto a salir a le stelle”.</p>
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		<title>ROMANTICA NOSTALGIA (“ERA GIÀ L’ORA CHE VOLGE IL DISIO…”)</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/11/06/romantica-nostalgia-era-gia-lora-che-volge-il-disio/</link>
		<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 07:55:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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<p>di Gabriele Meoli</p>
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<p>La sua nostalgia si accresce anche se ode, in quel momento, il suono della campana dell’Ave Maria che sembra la voce di un pianto per un giorno morente.</p>
<p>L’introduzione all’ottavo canto del Purgatorio, letta in chiave romantica, dice mirabilmente: “Era già l’ora che volge il disio/ai naviganti e ‘ntenerisce il core/lo dì c’han detto ai dolci amici addio;/e che lo novo peregrin d’amore/punge, se ode squillo di lontano/che paia il giorno pianger che si more”.</p>
<p>Ma queste stesse parole di Dante consentono altresì una visione religiosa, poiché è l’ora di Compieta (l’ultima delle ore canoniche dell’Ufficio Divino, preghiera ufficiale della Chiesa per tutta la Cristianità) ed il suo inno viene qui intonato dalle anime del Purgatorio per ottenere la protezione divina contro la tentazione notturna. Queste, invero, non possono essere più soggette alla tentazione, che è un fatto terreno, poiché sono ormai fuori dalla possibilità di peccare; ma tuttavia devono egualmente subire, come loro pena espiativa, l’ansietà della lotta contro il male, che viene poi sconfitto dalla potenza divina.</p>
<p>Il poeta presenta la tentazione parlando del serpente; il quale ricorda quello che offrì ad Eva il frutto proibito (“forse qual diede ad Eva il cibo umano”, Purg.8°,99) e che allegoricamente può richiamare le tentazioni avute in vita dai prìncipi con il loro orgoglio e cupidigia, per cui dimenticarono la vera funzione, avuta in vita del potere sovrano di cui erano stati investiti.</p>
<p>La configurazione del serpente è, poi, quella, ben conosciuta, di una biscia che “tra l’erba e ‘ fior venia volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso leccando, come bestia che si liscia” (Purg., ivi,100 ss.). Domina qui il ricordo biblico del Paradiso terrestre e del serpente che vi disegna la sua trama di seduzione sotto belle apparenze con cui nasconde lo scopo vero della sottesa insidia.</p>
<p>La sua sconfitta è però inevitabile per l’intervento dei due angeli che si levano contro la tentazione, ivi posti a guardia; di tal che “Sentendo fender l’aere a le verdi ali,/fuggì ‘l serpente” (Purg. Ivi, 106 ss.), difronte ai due angeli muniti di spade tronche (“due spade affocate, tronche e private de le punte sue”, Purg. Ivi, 26-27), non avendo esse scopo di offesa, ma soltanto di difesa.</p>
<p>In questo luogo, Dante s’incontra con Nino Visconti, suo amico (conosciuto in vita forse all’assedio di Caprona e certamente a Firenze). Costui era nipote del conte Ugolino della Gherardesca e fu giudice di Gallura, in Sardegna.</p>
<p>L’incontro fu molto gradito da entrambi, sì che non si tralasciò da loro alcuna forma di affetto e cortesia (“Nullo bel salutar tra noi si tacque”, Purg., ivi, 55). E Dante esclama “Giudice Nin gentil, quanto mi piacque/quando ti vidi non esser tra ‘ rei!” (Purg., ivi, 53-54).</p>
<p>Nel successivo incontro con Corrado Malaspina gli viene poi predetta l’ospitalità, che verrà data al poeta esule; il quale troverà liberale accoglienza presso questa famiglia, come quella avuta presso gli Scaligeri.</p>
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		<title>UN CANTO CHE CONSOLA. “AMOR CHE NELLA MENTE MI RAGIONA”</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/10/23/un-canto-che-consola-amor-che-nella-mente-mi-ragiona/</link>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 06:20:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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<p>di Gabriele Meoli</p>
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<p>Il Purgatorio (Canto 2°, 1 ss.), quale regno dell’attesa, si apre con l’aurora (“Già era il sol a l’orizzonte giunto”); ma essa, là dove sono Dante e Virgilio, già mutava colore dal bianco, al vermiglio, all’arancione (“le bianche e le vermiglie guance,/là dov’i ‘era, della bella Aurora,/per troppa etate divenivan rance”).</p>
<p>Ed ecco sopraggiungere una piccola barca (“un vascello snelletto e leggero”), guidata dall’Angelo (“l’uccel divino”) che porta le anime destinate Al Purgatorio.</p>
<p>L’immagine richiama alla mente quella, ben diversa, della barca di Caronte, che traghettava all’Inferno la “perduta gente”.</p>
<p>Più di cento spiriti, destinati invece al sito della speranza, occupano quest’altra imbarcazione, cantando in coro un salmo (“ In exitu Israel de Aegipto”), e, dopo il gesto della croce fatto loro dall’Angelo, “si gittan tutti in su la spiaggia”, chiedendo ai due poeti la strada per salire alla montagna. Ma Virgilio fa presente che anch’essi sono dei pellegrini (“ noi siam peregrin come voi siete”), giunti poco prima per altra via (“che fu sì aspra e forte/, che lo salir ormai ne parrà gioco”).</p>
<p>Le anime, appena si accorgono che Dante è un vivo, si addensano intorno a lui, divenendo pallide per l’emozione (“maravigliando diventaro smorte”), come ritornate improvvisamente tra le cose terrene, quasi dimentiche di dover sostenere le pene purificatrici che le renderanno degne di salire tra i beati (“così al viso mio s’affissar quelle/anime fortunate tutte quante,/quasi obliando d’ire a farsi belle”.)</p>
<p>Da quella folla di anime ansiose se ne fa avanti una che, avendo riconosciuto Dante, accenna ad abbracciarlo tanto affettuosamente da indurlo a ricambiare il gesto (“Io vidi una di lor trarresi avante/per abbracciarmi, con sì grande affetto,/che mosse me a far lo somigliante”); che però riesce vano, trattandosi d un’ombra (“Tre volte dietro a lei le mani avvinsi,/ e tante mi tornai con esse al petto”).</p>
<p>Tuttavia Dante, dal “soave” parlare, riconosce in quello spirito il suo amico Casella (“Casella mio”), musico e cantatore fiorentino, col quale, in vita, aveva condiviso la passione per la musica, e le cui composizioni erano già state capaci di annullare ogni sua tristezza (“l’amoroso canto/che mi solea quietar tutte mie doglie”).</p>
<p>Egli, pertanto, lo invita a cantare ancora per consolare la sua anima tanto affannata dal viaggio attraverso l’Inferno. E Casella inizia intonando il primo verso della canzone “Amor che ne la mente mi ragiona” (composta nel 1294 e commentata da Dante nel terzo trattato del Convivio, forse musicata proprio da Casella), riportando così l’amico poeta ai suoi ricordi.</p>
<p>In essa primeggia la lode di una donna (personificazione allegorica della Filosofia) e delle sue altissime qualità, non tutte però descrivibili, sia per l’insufficienza della ragione umana a comprenderle, sia per l’inadeguatezza delle parole ad almeno esprimere quanto percepito dall’intelletto.</p>
<p>………”Perciò, se i versi avranno qualche carenza nel lodare quella donna, di ciò si incolpi il debole intelletto e il nostro parlare, che non ha la capacità di rivelare tutto ciò che Amore dice (“Però, se le mie rime avran difetto/ch’entreran ne la loda di costei,/di ciò si biasmi il debole intelletto/e ‘l parlare nostro, che non ha valore/ di ritrar tutto ciò che dice Amore”)</p>
<p>………Ogni angelo la ammira dal Cielo, e anche coloro che sulla terra se ne innamorarono la incontrano nei loro pensieri quando Amore fa sentire un poco del suo appagamento (“Ogni intelletto di la su la mira,/ e quella gente che qui si innammora/ ne ‘lor pensieri la trovano ancora/quando Amor fa sentir de la sua pace”).</p>
<p>……… Il modo di essere della donna piace tanto a Colui che glielo dà, che Egli infonde continuamente in lei la propria perfezione, al di là della richiesta dell’umana natura (“Suo esser tanto a Quei che lel dà pace,/che ‘nfonde sempre in lei la sua virtute,/oltre il dimando di nostra natura”).</p>
<p>……… Nelle sue bellezze si vedono cose che gli occhi di coloro ai quali ella risplende ne mandano al cuore messaggi pieni di desideri, che si riempiono d’aria e diventano sospiri (“ché ‘n sue bellezze son cose vedute/ che li occhi di coloro dov’ella luce/ ne mandan messi al cor pien di desiri,/ che prendon aire e diventan sospiri”).</p>
<p>……… In lei discende il valore di Dio così come fa negli angeli che lo vedono, e qualunque donna nobile non crede questi, vada con lei e osservi i suoi atti (“In lei discende la virtù divina/sì come face in angelo che ‘l vede;/ e qual donna gentile questo non crede,/vada con lei e miri li atti sui”).</p>
<p>………Gli atti dolcissimi che ella mostra a ognuno vanno ciascuno suscitando a gara Amore con quei mezzi che lo fanno svegliare (“Li atti soavi ch’ella mostra altrui/vanno chiamando Amor ciascuno a prova/ in quella voce che lo fa sentire”).</p>
<p>………Di costei si può dire : nelle donne è nobile ciò che si trova in lei, ed è bello tutto ciò che somiglia a lei (“Di costei si può dire:/gentile è in donna ciò che in lei si trova,/ e bello è tanto quanto lei simiglia”).</p>
<p>………Perciò qualunque donna sente accusare la propria bellezza per il fatto che non si mostra serena e umile, osservi costei che è modello di umiltà! Costei è quella che umilia ogni vizioso; Chi mise in moto l’universo pensò costei (“Però qual donna sente sua bieltate/ biasmar per non parer queta e umile,/ miri costei ch’è esemplo d’umiltate!/Questa è colei ch’umilia ogni perverso:/costei pensò Chi mosse l’universo”)……….</p>
<p>Queste ed altre espressioni del “Convivio” adornano l’affettuoso canto di Casella; ed il loro efficace carattere stilnovistico trova anche eco nell’altra canzone della “Vita nova” di Dante, che inizia con “Donne ch’avete intelletto d’amore”.</p>
<p>Esse hanno precipuamente in comune “lo stilo de la loda” per una donna (‘i vo’ con voi de la mia donna dire”).</p>
<p>Qui il poeta intende parlare ad un uditorio “selezionato”, cioè “non ad ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine” (cioè soltanto donne senza qualità specifiche) e quindi munite di “intelletto d’amore” in grado così di capire che cosa è amore. Ad esse egli esprime il proprio pensiero senza mediazioni né ostacoli (“la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa”). Analogamente dirà altrove (Purg. 24°, 52-54) “’I mi son un, che quando/Amor mi spira, noto, e a quel modo/ch’ e’ ditta dentro vo significando”.</p>
<p>Di questa composizione si è detto che essa “segna il superamento sia del tirocinio guittoniano e cortese sia del momento doloroso del Cavalcanti”.</p>
<p>Essa rappresenta il mito dell’Amore come pura, disinteressata e beatificante contemplazione di Beatrice creatura perfetta, e come suprema gioia che nasce dalla luce di lei.</p>
<p>Il canto fascinoso di Casella, che ha fatto ritrovare in Dante il sapore della giovinezza, ha però breve durata, perché interviene il rimprovero di Catone; della cui presenza gli ascoltatori (“Lo mio maestro, e io e quella gente” Purg 2°, 115) non si erano prima accorti, mentre indugiavano nel salire al monte (“Noi eravamo tutti fissi e attenti/ a le sue note; ed ecco il veglio onesto/gridando : (Id,2°, 118 ss.).</p>
<p>Essi, allora, in guisa di colombi che, “adunati alla pastura,/se cosa appare ond’elli abbian paura,/subitamente lascian star l’esca,/ perch’ assaliti son da maggior cura” (Id, 125 ss.), presto “lasciare lo canto” e ripresero il loro cammino lungo il pendio dell’altura.</p>
</div>
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		<title>TRADITORI DEI PROPRI BENEFATTORI (LUCIFERO CON GIUDA, BRUTO E CASSIO). “E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE”</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/10/09/traditori-dei-propri-benefattori-lucifero-con-giuda-bruto-e-cassio-e-quindi-uscimmo-a-riveder-le-stelle/</link>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 07:16:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1200" height="822" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg 1200w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-300x206.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-768x526.jpg 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-1024x701.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
<p>Nel 34° ed ultimo canto dell’Inferno, Dante e Virgilio sono pervenuti alla fine del doloroso percorso delle anime dannate; e qui si avanzano verso di essi le insegne del loro re (“Vexilla regis prodeunt inferni”, Inf., 34°, 1 ss), le cui ali Dante percepisce come quelle di un gran mulino a vento tra la nebbia [&#8230;]</p>
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<p>Nel 34° ed ultimo canto dell’Inferno, Dante e Virgilio sono pervenuti alla fine del doloroso percorso delle anime dannate; e qui si avanzano verso di essi le insegne del loro re (“Vexilla regis prodeunt inferni”, Inf., 34°, 1 ss), le cui ali Dante percepisce come quelle di un gran mulino a vento tra la nebbia o all’avvicinarsi della notte (“Come quando una grossa nebbia spira,/o quando l’emisferio nostro annotta,/ par di lungi un molin, che ‘l vento gira”, Inf., id. 4 ss.).</p>
<p>Qui Virgilio indica a Dante la figura di Lucifero, colui che, prima della ribellione, a Dio era il più bello degli angeli perché apportatore di luce (“al mio maestro / piacque di mostrarmi/la creatura ch’ebbe il bel sembiante”. Inf. id., 17-18) dicendo “Ecco Dite” (Inf., id., 20), parola che, dal latino “dives” (ricco), allude ad un custode delle ricchezze, che danneggiano e tormentano l’uomo sulla terra.</p>
<p>Lucifero fu tanto bello quanto ora è brutto, e da lui deve ora derivar ogni male, poiché egli osò ribellarsi a Dio, cui pretendeva contrapporsi e paragonarsi per la sua superbia; sì che fu precipitato dal cielo nella palude di Cocito (“lo imperador del doloroso regno, / da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia/; …S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,/ e contro il suo fattor alzò le ciglia,/ben dee da lui procedere ogni lutto./ Inf., id.; 28 ss.). Infatti Lucifero, per il suo orgoglio, volle essere chiamato Dio e così divenne il suo nemico.</p>
<p>Dante lo discopre con tre facce (Oh quanto parve/ a me gran meraviglia/quand’io vidi tre facce a la sua testa!/Inf., id., 37 s.), una vermiglia, un’altra bianca e gialla e un’altra nera.</p>
<p>Queste tre facce sono state anche fatte corrispondere, per il loro differente colore, agli abitanti delle tre parti del mondo conosciuto all’epoca: Europa, Asia, Africa, a significare che nell’inferno si trovano dannati di ogni luogo della Terra (v. Del Lungo), od anche all’ira, all’avarizia ed all’accidia (v. Buti).</p>
<p>In questo luogo estremo, tutto è ghiaccio per il freddo che proviene dalle ali di Lucifero. In esso sono variamente immersi e puniti, in quattro zone: Caina, Antenòra, Tolomea e Giudecca, i traditori, rispettivamente, dei parenti, della patria o del partito politico, degli amici o commensali e dei propri benefattori.</p>
<p>Da ciascuna delle tre bocche di Lucifero, Dante scorge pendere un dannato, che così descrive: ”Da ogni bocca dirompea co’ denti/ un peccatore, a guisa di maciulla,/sì che tre ne facea così dolenti/”…. “Quell’anima là su c’ha maggior pena”/ disse il maestro, “è Giuda Scariotto,/ che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena./De li altri due c’hanno il capo di sotto,/quel che pende dal mero ceffo è Bruto:/vedi come si torce, e non fa motto!;/ e l’altro è Cassio che par sì membruto” (Inf., id., 55 ss.).</p>
<p>Giuda Iscariota, proveniente dalla Giudea (città di Querijoth), fu accolto da Gesù tra gli apostoli, ma, corrotto per trenta monete d’argento (“trenta denari”) (S. Mat.,26°, 14 ss.), guidò coloro che (S. Gior., 18°, 3) arrestarono il Messia nel Getsemani (S. Gior., 18°, 3) e con un bacio lo tradì.</p>
<p>È noto, infatti, dal Vangelo di Marco, che, dopo la Cena, Gesù andò con i discepoli in un podere chiamato Getsemani, ai piedi del monte degli ulivi. E disse loro “sedetevi qui mentre io prego”. Si gettò a terra pregando che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora di sofferenza, dicendo “Padre, tu puoi tutto. Se è possibile, allontana da me questo calice. Tuttavia, non si compia ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”.</p>
<p>I suoi discepoli erano, però, presi dal sonno e Gesù li sollecitò dicendo loro: “Continuate a dormire e vi riposate? Basta! È giunta l’ora. Ecco il figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi! Andiamo! Chi mi tradisce è vicino.”</p>
<p>Nello stesso momento, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei dodici apostoli, insieme a una turba di uomini armati di spade e di bastoni, mandati dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno: Colui che bacerò, e lui. Afferratelo e portatelo via con attenzione”.</p>
<p>Appena giunto, Giuda si avvicinò a Gesù salutandolo: “Rabbì!” e gli diede un bacio di amicizia. Allora gli misero le mani addosso e lo arrestarono (Mar., 14., 32-52). Dopo la condanna di Gesù, per il rimorso, Giuda si impiccò (S. Mat., 26°,49).<br class="autobr" />&#8230;&#8230;&#8230;<br class="autobr" />Giunio Bruto, nipote e genero di Catone l’Uticense, combatté con Pompeo a Farsalo, ma ottenne perdono da Cesare che gli attribuì il governo della Gallia Cisalpina e lo fece nominare pretore urbano. E tuttavia egli contribuì a pugnalarlo nella nota congiura delle Idi di marzo del 44 a.C. (“Tu quoque, Brute, fili mi”). Morì nella battaglia di Filippi, come Cassio; e, per vendetta, la sua testa fu esposta a Roma davanti alla statua di Cesare.</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p>Caio Cassio Longino, promotore della stessa congiura contro Cesare, nella quale coinvolse varie decine di altre persone, tra cui Bruto, morì anche lui a Filippi, osteggiato da Ottaviano e Marco Antonio, vendicatori di Cesare.<br class="autobr" />&#8230;&#8230;..</p>
<p>Superata la vista di questi tre traditori (Giuda, Bruto e Cassio), i due poeti si accingono a ritornare fuori dell’Inferno; ed, all’uopo, Virgilio dice a Dante “Attienti ben, ché per cotali scale,/ conviensi dipartir da tanto male” (Inf., id., 82 ss.), lasciando quindi la terra che, a immediato contatto con Lucifero, si era ritirata, forse per repugnanza, formando la montagna del Purgatorio (Inf., id., 121 ss.), intraveduta da lontano da Ulisse (Inf., 26°, 133-135).</p>
<p>Col ritorno alla luce, v’è non solo il fatto fisico, ma anche un atto di liberazione dal mondo del peccato: “Lo duca ed io per quel cammino ascoso/intrammo a ritornar nel chiaro mondo;/…salimmo su, el primo ed io secondo,/….E quindi uscimmo a riveder le stelle. (Inf., id., 133 ss.).</p>
</div>
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		<item>
		<title>“TENZONE” TRA UN FALSARIO ED UN BUGIARDO (MAESTRO ADAMO CONTRO SINONE)</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/09/25/tenzone-tra-un-falsario-ed-un-bugiardo-maestro-adamo-contro-sinone/</link>
		<pubDate>Sat, 25 Sep 2021 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1200" height="822" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg 1200w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-300x206.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-768x526.jpg 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-1024x701.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
<p>di Gabriele Meoli</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1200" height="822" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg 1200w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-300x206.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-768x526.jpg 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-1024x701.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div><p>Nel 30° canto dell’Inferno Dante incontra tra i bugiardi della decima bolgia, anche il greco Sinone, personaggio presentato non da Omero nell’Iliade, che termina in precedenza con l’episodio dei funerali di Ettore (“Questi furo gli estremi onor renduti/al domatore di cavalli Ettorre”, Il., 24°, 1025 s., trad. V. Monti); né nell’Odissea, ove alla corte di Alcinoo, Demodoco è invitato da Ulisse a cantare a riguardo del cavallo di Troia e poi lo stesso Ulisse, su proposta del re Alcinoo, racconta le peripezie del suo difficile ritorno ad Itaca.</p>
<p>Sinone è, invece, introdotto da Virgilio nell’Eneide (24°, 1 ss, trad. Annibal Caro), là dove Enea, nella reggia di Didone, racconta come i Greci, non potendo prender Troia con le armi, adottarono, su ideazione di Ulisse, il noto inganno del cavallo di legno lasciato apposta sul lido, previamente abbandonato dalle loro navi per simulare desistenza dall’impresa di guerra contro Troia.</p>
<p>Infatti i troiani decisero di trasportare nella città quella costruzione, ritenuta un dono votivo agli dei e contenente invece, nel ventre, i migliori guerrieri greci; ciò non solo perché spaventati dalla morte di Laocoonte, che pur gridava, in contrario, la sua diffidenza verso i Greci anche se recanti doni (“Timeo Danaos et dona ferentes”) e fu perciò divorato da due serpenti marini, ma anche perché già convinti dalla caterva di falsità abilmente “recitate” proprio dal greco Sinone.</p>
<p>Costui, infatti, si fece intenzionalmente rinvenire e catturare dai Troiani (“Egli nel mezzo/ così com’era a le nemiche schiere,/ turbato, inerme e di catene avvinto,/fermossi: e poi che rimirolle intorno, con voce di pietà proruppe e disse….” En. Id. 115 ss.) e disse loro mille bugie, fingendosi designata vittima sacrificale, però ai Greci sfuggita.</p>
<p>Convinse e addirittura commosse Priamo, facendosi accogliere come nuovo Amico (“A cotal pianto/ commossi, e da noi fatti anco pietosi/vita e venia gli diamo. E di sua bocca/comanda il re, che si disferri e sciolga;/Poi dolcemente in tal guisa li parla :/ Qual che tu sia, de’ tuoi perduti Greci/ ti dimentica ormai; ché per innanzi/ sarai de’ nostri” En. Id. 246 ss.).</p>
<p>Ed altresì gli domanda di rispondere il vero: “A che fine hanno/ qui sì grande edificio i Greci eretto?”. Ma Sinone, dopo sceniche invocazioni e falsi giuramenti, in modo spudorato mentendo, così afferma: “Or questa mole, che tant’alta sorge,/ qui per consiglio di Calcante è posta/…ed a sì smisurata altezza eretta,/ a fin che per le porte entro a le mura/quinci addur non si possa ove per segno/ e per memoria poi del Nume antico/ riverita da voi, sacrata e colta/ sia ricovro e tutela al popol vostro (En. Id., 309 ss.).</p>
<p>E’ poi noto che i Troiani, ingannati, demolirono anche parte delle mura pur di introdurre il cavallo in città, invano ammoniti anche da Cassandra, “verace sempre e non creduta mai”, che l’estrema fine prediceva (En.,id,413 ss); e che, durante la notte, dal ventre del cavallo, con la collaborazione di Simone, uscirono i guerrieri greci, che fecero entrare in Troia le loro schiere, nel frattempo ritornate con le stesse navi nascoste dietro Tenedo; ed intanto l’ombra martoriata dell’ucciso Ettore, venuta in sogno ad Enea, lo esortava a porsi in salvo dicendo “Oh/ fuggi Enea, fuggi; togliti a queste fiamme./Ecco che dentro sono i nostri nemici. Ecco già ch’Ilio/ arde tutta e ruina” (En., id., 475 ss.). Si consumò così l’incendio e la strage in quella città, da cui, dopo un vano tentativo di estrema difesa, ove “un bel morir tutta la vita onora” (En., id., 523), scamparono soltanto Enea, con padre e figlio, e vari altri Troiani, rifugiandosi sul monte Ida.</p>
<p>Intanto “il buon Sinone gode della sua frode, e d’ogn’intorno/scorrendo si rimescola, e s’aggira/ gran maestro d’incendi e di ruine” (En., id., 544 ss.).</p>
<p>E per nulla diverse le qualità di Sinone si appalesano nell’Inferno, dove Dante scorge l’ombra di lui, ovviamente finito tra i dannati bugiardi, colpiti da febbre violenta. Qui se la vede con maestro Adamo, falsificatore di monete, gravato da idropisia. I due scendono a volgare diverbio, poiché il maestro Adamo presenta l’altro a Dante, qualificandolo con disprezzo, “il falso Sinone greco di Troia” (Inf., id., 98), quasi a ricordare il luogo dei suoi inganni, avendo egli colà convinto i Troiani a riceversi entro le mura il funesto cavallo di legno. Ed a ciò reagisce Sinone, forse offeso per essere stato così menzionato (“si recò a noia/ forse d’esser nomato sì oscuro”, Inf., id., 100 s.), vibrando un robusto pugno sul duro della pancia (“l’epa croia, Inf. Id., 102), di maestro Adamo, oltremodo gonfia per l’idropisia e sonò come un tamburo (Inf., id., 103). E quest’ultimo, ricambiando la violenza di Sinone, “li percosse il volto/col braccio, che non parve men dur” (Inf., Id. 104).</p>
<p>Poi dallo scontro fisico i due dannati passano ad un plebeo diverbio, con reciproche battute offensive alimentate anche col riferimento alle loro colpe.</p>
<p>Inizia proprio maestro Adamo, che, dopo aver dato la sua percossa, se ne vanta contro Sinone, “dicendo a lui: “Ancor che mi sia tolto/lo muover per le membra che son gravi/ ho io il braccio a tal mestiere sciolto”.</p>
<p>Adduce quindi che il suo braccio non ha perso l’antica efficienza nel colpire Sinone; e questi, per offenderlo, evidenzia due momenti umilianti dell’avversario: il ricordo delle mani legate di maestro Adamo quando salì sul rogo e quello opposto delle sue stesse mani rapide e pronte nel contare monete false (“quando ti andavi/ al fuoco non l’avei tu così presto;/ ma sì e più l’avei quando coniavi” Inf., id., 106-111). Ma allora maestro Adamo sfida Sinone a dire il vero (che costui da bugiardo non potrà) sulla richiesta fattagli da Priamo a Troia di rivelare la verità su quel cavallo di legno (Tu dì’ ver di questo:/ma tu non fosti sì ver testimonio/ là ‘ve del ver fosti a Troia richiesto” Inf., id., 112-114).</p>
<p>Sinone ammette la sua colpa, ma per questa unica falsità del cavallo e però controdeduce che il suo avversario ha detto invece tante falsità quante monete false ha lui coniato (“S’io dissi falso, e tu falsasti il conio, e son qui per un fallo,/e tu per più ch’alcun altro demonio!” Inf., id., 115-117). Ribatte maestro Adamo “Ricorditi, spergiuro, del cavallo”/, “e sieti reo che tutto il mondo sallo!” (Inf., id., 118 s.).</p>
<p>Questa polemica sulla bugiarda versione del cavallo di Troia si agita, peraltro, senza che i due antagonisti si siano accorti della presenza addirittura di Virgilio, che nell’Eneide ha ampiamente narrato della falsità di Sinone. Il diverbio prosegue iroso non su fatti remoti bensì su quelli attuali ed il greco mostra soddisfazione per la forte sete che affligge l’avversario, contro la quale impreca (“E te sia rea la sete onde ti crepa/la lingua e l’acqua marcia/che ‘l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!”. Inf., id.,121 ss), ma il falsario ribatte ridicolizzando Sinone col dire “Così si squarcia/ la bocca tua per tuo mal come suole/, ché, s’i ho sete e omor mi rinfaccia,/ tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole” Inf.id.,123 ss.).</p>
<p>L’accanita “Tenzone” suscita, stranamente, un eccezionale interesse in Dante, che rimane “fisso” nel seguirne le varie fasi, tanto da provocare l’indignazione di Virgilio, che lo rimprovera per questa sua criticabile attenzione ad una lite degenerata in un gergo plebeo e grottesco, affermando poco manca, ch’io non mi adiri con te (“Or pur mira,/ che per poco che teco non mi risso! Inf., id., 131 s.).</p>
<p>Al che Dante, per questo suo errore, prova una vergogna eccedente la misura della colpa, avendo egli valutato il suo “sbaglio” con eccessivo rigore; ma Virgilio lo incoraggia, per l’ipotesi che possa incontrare altri litigi così futili cui non è apprezzabile voler assistere (“ché voler ciò udire è bassa voglia”, Inf., id., 148).</p>
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		<title>CONOSCENZA E AVVENTURA</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/09/11/conoscenza-e-avventura/</link>
		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 07:27:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1200" height="822" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg 1200w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-300x206.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-768x526.jpg 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-1024x701.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
<p>… “Fatti non foste a viver come bruti…” Ulisse, “quell’uomo di multiforme ingegno… che città vide molte, e delle genti l’indol conobbe” (Od. I, 1 ss.), tra mille imprese e vicende aveva al suo attivo anche la conquista di Troia con l’inganno del ben noto cavallo di legno (Od. VIII, 655 ss.), l’accecamento del ciclope [&#8230;]</p>
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<p>… “Fatti non foste a viver come bruti…”</p>
<p>Ulisse, “quell’uomo di multiforme ingegno… che città vide molte, e delle genti l’indol conobbe” (Od. I, 1 ss.), tra mille imprese e vicende aveva al suo attivo anche la conquista di Troia con l’inganno del ben noto cavallo di legno (Od. VIII, 655 ss.), l’accecamento del ciclope Polifemo con il tronco infuocato (Od. IX, 274 ss.), la discesa nell’Ade per avere dall’indovino Tiresia istruzioni sul proprio ritorno a Itaca (Od., XI, 132 ss.), l’incontro con l’ombra della propria madre Anticlea, invano abbracciata tre volte (Od. XI, 265 ss.), nonché del tradito Agamennone e del deluso Achille (Od. XI, 495 ss, 591 ss.).</p>
<p>E non poté Dante perdere la ghiotta occasione di “intervistare” lo spirito di quello stesso Ulisse, rinvenuto nell’ottavo cerchio dell’Inferno insieme a Diomede, ciascuno in una lingua d fuoco (Div. Com., Inf. 24°, 79 ss.).</p>
<p>L’eroe, pertanto, prese a narrare la sua ultima impresa per tentare di conoscere anche il mondo oltre il divieto delle Colonne d’Ercole, non fermato neppure dall’affetto per il figlio Telemaco, dalla venerazione per il vecchio padre Laerte, né dall’amore da lui dovuto alla fedele moglie Penelope.</p>
<p>Ulisse ottenne altresì l’aiuto dei pochi suoi compagni superstiti, i quali, nonostante la loro tarda età, contribuirono volentieri a far dei remi “ali al folle volo”, spronati da lui con una “orazione spicciola” (… “non vogliate negar l’esperienza/di retro al sol, del mondo sanza gente./Considerate la vostra semenza/; fatti non foste a viver come bruti/, ma per seguir virtute e canoscenza”.) (Div.Comm., Inf. 26°, 118 ss.).</p>
<p>Ma proprio per questa insanabile voglia di conoscere anche oltre il consentito “dov’Ercole segnò li sui riguardi/acciò che l’uom più oltre non si metta” (Div. Comm., Inf. 26°, 108/109), essi andarono incontro alla perdita della vita, provocata dall’enorme onda che ghermì la loro imbarcazione facendola “roteare”, finché il mare fu su di loro rinchiuso. Infatti era folle ardimento varcare il confine posto alla ragione, con quel viaggio che non era consentito all’uomo da una volontà superiore.</p>
<p>Già dalla più remota età si ha notizia di questo divieto e della sanzione portata dalla sua disobbedienza.</p>
<p>La Bibbia, infatti, racconta (Genesi, 2, 8-3,19) che Dio piantò in Eden un giardino e vi collocò l’uomo che aveva creato, ma comandò di non mangiare i frutti dell’albero della conoscenza, sotto comminatoria di morte. Senonché il furbo serpente convinse la donna, prospettando che, invece, mangiando quei frutti, essi sarebbero divenuti come Dio conoscendo il bene e il male.</p>
<p>La donna, allora, ne mangiò e ne diede anche al marito. Si accorsero allora di esser nudi e se ne vergognarono coprendosi con foglie di fico. Tentarono altresì di nascondersi, ma il Signore li trovò; e, per giustificarsi, Adamo incolpò Eva e costei incolpò il serpente; ma Dio condannò il serpente a strisciare sul ventre, cacciò dall’Eden i due esseri umani, condannando la donna a partorire con dolore e l’uomo alla fatica del lavoro per procurarsi da vivere. E così, mentre ogni felicità poteva provenire dal Signore, la loro sofferenza derivò dalla disobbedienza ai suoi comandamenti, per la tentazione di sentirsi più furbi e più intelligenti di Lui e di perseguire la conoscenza proibita.</p>
<p>Anche dalla mitologia, che distilla la saggezza dei popoli, proviene a volte analogo monito, come nel racconto di Pandora, la bella fanciulla che, (come dall’etimologia del suo stesso nome), aveva già ricevuto doni da tutti ed ebbe da Giove il dono di un vaso ben chiuso, con la raccomandazione di non aprirlo per alcun motivo. Senonché lei, vinta dalla curiosità di conoscere il suo contenuto, un giorno tolse con forza il coperchio al vaso, dal quale si sprigionò subito un soffocante fumo che cresceva di intensità, insieme ai pianti, minacce, beffarde risate, imprecazioni ed altre espressioni. Insomma, dentro a quel vaso, Giove aveva raccolto tutti i mali che gli uomini ed il mondo ancora non conoscevano e che ora, per la disobbedienza di una donna, si erano per sempre e dovunque diffusi, sì che non sarebbe più stata felice, da allora in poi, la vita dell’umanità.</p>
<p>Non altrimenti avvenne nella vicenda di Prometeo, il quale, amando gli uomini, che erano indifesi e privi di ogni mezzo per poter vivere bene, volle aiutarli fornendo loro il mezzo onnipotente del fuoco che li poteva rendere padroni della terra. A tal fine ne rubò alcune scintille al dio fabbro Vulcano che le possedeva e le donò agli uomini, sì che poco dopo tutta la terra ne fosse illuminata.</p>
<p>Senonché il fuoco apparteneva agli dei e Giove, accortosi del furto, ordinò che venisse punito Prometeo per la sua violazione, facendolo incatenare su un’alta rupe. Per giunta veniva ogni giorno un’aquila che con gli artigli sventrava Prometeo divorandogli il fegato; il quale si ricostituiva per il giorno dopo e se ne ripeteva il supplizio, finché Ercole, col permesso di Giove, suo padre, abbatté l’aquila, spezzò le catene e liberò Prometeo, che, trasformatosi in una grande roccia, rimase per sempre su quella rupe, per essere ivi ricordato dagli uomini</p>
<p>cui aveva dato beneficio. In un’altra delicata storia mitologica si racconta di Orfeo, magico suonatore di cetra che, con la sua bravura, incantava il mondo nell’ascoltarlo, innamorato della bella ninfa Euridice, divenuta sua sposa ma, purtroppo, deceduta dopo poco perché morsa da un serpente velenoso.</p>
<p>Ma Orfeo, non rassegnandosi al suo dolore, si recò nel regno dei morti, attraversando il confine del fiume Stige e commovendo le fiere infernali poste a guardia, col dolcissimo suono della sua cetra, sino a giungere al cospetto delle ombre e farsi concedere il ritorno in vita della sua Euridice. Gli fu però imposta la condizione che la fanciulla, sulla via del ritorno, seguisse il cammino di Orfeo e costui non dovesse mai volgersi a guardarla, altrimenti l’avrebbe perduta per sempre.</p>
<p>Orfeo aderì, ma quasi alla fine del cammino, non sapendo più resistere, si volse indietro per guardare l’amata e questa svanì rientrando definitivamente nel buio del regno dei morti. Orfeo pianse per siffatta perdita ed il suo dolore rese triste il suono della cetra di lui, che continuò a pensare soltanto ad Euridice, finché non venne ucciso dalle altre donne della Tracia, esasperate per il suo contegno.</p>
<p>Dal tempo di questi e di tanti altri candidi racconti mitologici, sono poi passati secoli ed anzi millenni, sino a pervenire ai giorni nostri; nei quali l’uomo, preso dalla smania delle conquiste, ha fatto ampliare a dismisura quel vaso di Pandora, riempiendolo, in aggiunta ai mali preesistenti (dolori, dispiaceri, delusioni, odi, vizi, malattie, ecc.), anche di nuovi e più distruttivi morbi, come l’inquinamento del pianeta, dei suoi mari e dell’aria (provocata dalla scostumatezza degli abitanti), l’ingiustizia sociale e la prevaricazione a danno dei simili, il pregiudizio nucleare da disastri colposi o addirittura da già sperimentate e sempre minacciate guerre atomiche. E, pesantemente, contribuiscono a gonfiare quello stesso vaso anche mali non ascrivibili né a dolo né a colpa degli uomini, quali la più recente pandemia mortale del “coronavirus”, maledetta.</p>
<p>Pertanto quel vaso ribolle minacciosamente, col pericolo che ne salti di nuovo il coperchio con ancor più perniciosi effetti.</p>
<p>Anche l’albero della conoscenza è stato “sfruttato” come non mai, però con continue scoperte ed invenzioni utili, grazie al grande progresso culturale e scientifico dell’uomo in tutti i campi del sapere e persino in quello del cosmo con la conquista o lo “sfioramento” di altri corpi celesti.</p>
<p>Ciò gli ha consentito di far spostare molto in avanti il vecchio limite delle colonne d’Ercole, sempre in ossequio allo sprone dantesco di “seguir virtute e canoscenza”; e di carpire, ancor più i segreti della Natura, purtroppo maltrattata spesso pur appartenendo al Creatore in esso immanente o forse essendo essa stessa Dio.</p>
</div>
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		<title>Attaccamento alla vita perduta (“Ricordati di me che son la Pia”)</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/07/31/attaccamento-alla-vita-perduta-ricordati-di-me-che-son-la-pia/</link>
		<pubDate>Sat, 31 Jul 2021 07:24:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1200" height="822" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri.jpg 1200w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-300x206.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-768x526.jpg 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/01/dante-Alighieri-1024x701.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
<p>Nel Purgatorio (Canto V) i due Poeti si incontrano con i negligenti, vittime di morte violenta, pentiti alla fine della vita. Dante ha ivi colloquio, dopo Jacopo del Cassero e Buonconte di Montefeltro, con Pia dei Tolomei. Di lei si sa che venne fatta uccidere dal proprio marito, messer Nello della Pietra di Maremma, forse [&#8230;]</p>
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<p>Nel Purgatorio (Canto V) i due Poeti si incontrano con i negligenti, vittime di morte violenta, pentiti alla fine della vita.</p>
<p>Dante ha ivi colloquio, dopo Jacopo del Cassero e Buonconte di Montefeltro, con Pia dei Tolomei.</p>
<p>Di lei si sa che venne fatta uccidere dal proprio marito, messer Nello della Pietra di Maremma, forse per gelosia od anche perché egli aveva pattuito di aver per moglie la contessa Margherita, che era già stata sposata col conte Umberto di Santa Fiora.</p>
<p>La fugace apparizione di Pia, a chiusura del canto, avviene in un’immagine di gentilezza, nel ricordo di quel lontano giorno delle sue nozze, fidanzata (disposata) e inanellata nella stessa cerimonia religiosa.</p>
<p>Lei chiede al Poeta, sommessamente, un ricordo per quando egli sarà ritornato nel mondo dei vivi, ma non subito, bensì dopo essersi riposato dal suo lungo cammino (Deh, quando tu sarai tornato al mondo,/ e riposato della lunga via,/ricordati di me che son la Pia”).</p>
<p>Dopo i tre versi di questa sua preghiera, ne seguono altrettanti per la narrazione della sua vita, limitata alla sua origine (“Siena mi fé”) ed alla sua fine (“disfecemi Maremma”), accennata senza altri particolari (come pure nella narrazione di Franc3sca – Inf. V – allorché lei dice “Quel giorno più non vi leggemmo avanti”), ma soltanto completato con un “salsi colui che ‘nnalellata pria/disposando m’avea con la sua gemma”, che, senza tuttavia accusare, allude al marito uccisore.</p>
<p>Sulla scena della Commedia, non è affatto secondario il personaggio di Pia dei Tolomei, nonostante la sua breve comparsa. Lascia, infatti, un segno la sua sommessa delicatezza, unita al desiderio di essere ricordata; che manifesta l’intenso attaccamento alla vita di quella donna, ingiustamente uccisa e desiderosa di sopravvivere almeno nel ricordo, pur senza recriminare e benché destinata, dopo l’espiazione, ad accedere tra i beati.</p>
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		<title>“State contenti, umana gente, al quia”</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/07/17/state-contenti-umana-gente-al-quia/</link>
		<pubDate>Sat, 17 Jul 2021 07:17:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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<p>di Gabriele Meoli</p>
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<p>Dante e Virgilio (Purg. 3°) si affrettano verso il monte del Purgatorio, mentre alle loro spalle il sole risplende di rosso; ma solo il corpo di Dante proietta dinanzi a sé la propria ombra (“Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio/, rotto m’era dinanzi a la figura,/ch’avea in me de’ sui raggi l’appoggio”). Pertanto il poeta nota che il proprio corpo fa ombra, mentre quello di Virgilio lascia passare il sole; e di ciò si preoccupa temendo di essere abbandonato dalla sua guida (“Io mi volsi dallato con paura/d’essere abbandonato, quand’io vidi/solo dinanzi a me la terra oscura”).</p>
<p>Si presenta, così, la configurazione del corpo e dell’anima, già prospettata da Dante (inf. 1°) allorché, presso la selva oscura, invoca l’aiuto di chi “per lungo silenzio pare fioco”, gridando verso la sagoma da lui scorta “miserere di me”, “qual tu sii, od ombra od omo certo!”. E più volte nel cammino (Purg. 35°) sarà Stazio, esortato da Virgilio, a parlare della funzione incorporea delle ombre, spiegando, tra l’altro, che, al sopraggiungere della morte, l’anima si scioglie dal corpo e porta con sé, virtualmente, le potenze corporali e spirituali. Di esse, le potenze vegetativa e sensitiva rimangono inerti, non avendo più a disposizione i loro organi, mentre quelle dell’anima (memoria, intelligenza, volontà) si accrescono più di quando erano unite alla materia (“Quando Lachesis non ha più del lino,/solvesi da la carne, e in virtute/ ne porta seco e l’umano e ‘l divino;/l’altre potenze tutte quante mute;/memoria, intelligenza e volontade/in atto molto più che prima agute”).</p>
<p>A superar le persistenti incertezze di Dante (“Perché pur diffidi?”), Virgilio lo conforta e lo ammonisce sui limiti della ragione umana. E gli dice che non c’è da meravigliarsi se gli spiriti dei defunti non proiettano ombre (così come, per converso, essi possono patire tormenti fisici pur avendo corpi immateriali): “Ora, se innanzi a me nulla s’aombra/non ti maravigliar più che d’i cieli/ che l’uno o l’altro raggio non ingombra””.</p>
<p>Spiega altresì che il corpo immateriale soffre le pene volute da Dio (“a sofferir tormenti e caldi e geli”), “che come fa non vuol ch’a noi si sveli”.</p>
<p>Ed a riguardo del mistero trinitario, dice “Matto è chi spera che nostra ragione/possa trascorrer la infinita via/, che tiene una sustanza in tre persone”. È d’uopo, infatti, sapere che le cose “sono”, ma senza pretendere di conoscere anche il “come” ed il “perché”, in quanto ci è dato sapere soltanto ciò che Dio ci rivela; ma, da sé, una mente limitata, come quella umana, non ci potrebbe arrivare mai. Consegue perciò l’avvertimento: “State contenti, umana gente” al quia;/chè, se potuto aveste veder tutto,/mestier non era parturir Maria”.</p>
<p>E’ questo l’ammonimento a non superare i limiti della ragione, ma di restare ancorati ai dati di fatto, accontentandosi di quel che c’è, senza pretendere di capire oltre, così credendo all’esistenza di qualcosa solo in quanto esiste (“quia est”), e cioè a quelle realtà di fatto che, per la loro evidenza, non hanno bisogno di spiegazione ulteriore, perché altrimenti non sarebbe stata necessaria la grazia della Rivelazione di Gesù Cristo, elargita con la sua incarnazione nel grembo della Vergine Maria.</p>
<p>Ma sempre con l’avvertimento tomistico per cui, con l’ausilio della ragione, noi possiamo arrivare a conoscere il “quia est” di Dio, e cioè “il fatto che Egli è”, ma non il “quid est”, cioè che “cosa è”, atteso che l’essenza di Dio rimane oggetto di Fede.</p>
<p>Pertanto, là dove la ragione incontra il suo limite, può l’uomo andare oltre soltanto in virtù della Fede, proprio come Dante che, nel suo viaggio nell’aldilà, può conoscere l’Inferno e il Purgatorio, accompagnato e guidato da Virgilio, che rappresenta la sua stessa ragione, idonea a fargli avere consapevolezza; ma, invece, per accedere poi ai dogmi e misteri del Paradiso, avrà bisogno del sostegno della Fede, impersonata da Beatrice.</p>
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		<title>“Passione e sdegno”</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/07/03/passione-e-sdegno/</link>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 07:40:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole di Dante]]></category>

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<p>di Gabriele Meoli</p>
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<p>L’indignazione di Dante, difronte a fatti meritevoli di disapprovazione, a volte sfocia in toni polemici o addirittura in invettive, da lui pur sempre pronunciate con parole poetiche.</p>
<p>Nella terza bolgia dell’ottavo cerchio (Inf. 19°), Dante e Virgilio incontrano i simoniaci. Si fermano ivi a parlare con Niccolò III Orsini ed ascoltano la profezia della dannazione di Bonifacio VIII e di Clemente V (il venditore dell’intera Chiesa, trasportata ad Avignone).</p>
<p>Contro i Papi simoniaci, il poeta non riesce a trattenersi dal polemizzare (“Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle”) e domanda : “Deh, or mi dì: quanto tesoro volle/Nostro Signore in prima di San Pietro/ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?/Certo non chiese se non ‘Viemmi retro’ ”.</p>
<p>Il poeta dice poi di moderare le proprie parole per la reverenza al papato ( “E se non fosse ch’ancor lo mi vieta/la reverenza de le somme chiavi/che tu tenesti ne la vita lieta,/io userei parole ancor più gravi;/ché la vostra avarizia il mondo attrista,/calcando i buoni e sollevando i pravi”).</p>
<p>Critica comunque la Curia romana, mutata dai beni temporali in una Roma pagana e vista “puttaneggiar coi regi”. Rimprovera altresì l’imperatore Costantino, non certo per la sua conversione, ma per quella donazione che rese ricco, di una ricchezza che non poteva ereditare, il papa Silvestro I (“Ahi Costantin, di quanto mal fu matre/non la tua conversion, ma quella dote/che da te prese il primo ricco patre!”)</p>
<p>Finalmente, nella settima bolgia .del cerchio ottavo (Inf. 26°), Dante può liberamente manifestare la sua sdegnosa disapprovazione per aver trovato, tra i ladri, ben cinque fiorentini.</p>
<p>Per tale fatto, a lui, poeta e cittadino della sua amata città, “vien vergogna” ed egli non può fare a meno di inveire esclamando con sarcasmo “Godi Fiorenza, poi che s’è sì grande/che per mare e per terra batti l’ali/, e per lo ‘nferno tuo nome si spande”!).</p>
<p>E poi considera che , se sono veritieri i sogni del mattino, presto Firenze sentirà che la vicina città di Prato desidera liberarsi dal suo dominio (non essendo più tollerabile da alcuno l’esistenza di una città peccaminosa) , sì che, a cominciare dalle città più vicine, tutte si augurano la punizione della madre degenere; ed ipotizzando che questa sia già stata attuata, immagina che tutti la considerino tardiva; del che egli si duole pensando che maggiormente ne soffrirà da vecchio.</p>
<p>Pertanto, in queste prospettive, parlano insieme, nelle parole del poeta, l’amore e l’odio.</p>
<p>Nella seconda zona del non cerchio (Inf. 33°),dopo aver udito dal Conte Ugolino il doloroso racconto dell’atroce morte per fame, sua e dei suoi figli e nipoti, rinchiusi nella torre ad opera dell’Arcivescovo Ruggieri, di cui il conte ora rode il cranio, Dante ha un subitaneo impeto d’ira e la sua invettiva tocca il limite dell’assurdo, immaginando che possa esser punita la colpa del traditor Ruggieri con un male ancor maggiore: l’annegamento di tutti i pisani nelle acque dell’Arno, occluse alla foce dall’accostamento di due vicine isolette antistanti. Egli, infatti, inveisce contro un’intera città esclamando “Ahi Pisa, vituperio de le genti/del bel paese là dove il sì suona/, poi che i vicini a te punir son lenti,/muovasi la Capraia e la Gorgona,/ e faccian siepe ad Arno, in su la foce,/ sì ch’elli anneghi in te ogni persona!”.</p>
<p>Disapprova così l’estensione del supplizio, consentita da quella città, ai giovani discendenti del conte, che “innocenti facea l’età novella”, rilevando “che se il conte Ugolino aveva voce/d’aver tradita te de le castella,/non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.”.</p>
<p>Dante e Virgilio passano poi nella terza ziona del nono cerchio, detta Tolomea (Inf. 33°) dove sono dannati i traditori degli ospiti, incontrandovi frate Alberico e Branco d’Oria. Il primo, qualificato come “il peggior spirto di romagna” è rinvenuto dal poeta in Cocito, con una persona scissa in due, il cui corpo è ancora in terra, ma l’anima è già da tempo nell’inferno. Emblematico è qui il riferimento alla vergogna di una società corrotta, che considera viventi taluni traditori che invece già sono dannati.</p>
<p>Il secondo il genovese Branco d’Oria, invitò a banchetto il proprio suocero Michele Zanche e lo uccise per impossessarsi del giudicato di Logudoro.</p>
<p>Anche qui Dante prorompe in un’invettiva, dicendo “Ahi Genovesi, uomini diversi/ d’ogni costume e pien d’ogni magagna,/perché non siete voi del mondo spersi?”.</p>
<p>La poesia di Dante, con le sue inimitabili parole, rimane piena di fascino anche nei versi animati da passioni tanto intense da sfociare nello sdegno che induce a pronunciare invettive.</p>
<p>Esse completano e persino abbelliscono una poetica già di per sé immortale, qual’è tutta la commedia di quell’eccezionale cittadino di Firenze.</p>
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