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	<title>Dentro l’anima della poesia &#8211; ITV Online &#8211; Irpinia TV Avellino</title>
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	<description>Notizie, approfondimenti e TV on demand</description>
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		<title>Le sacche della rana</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/05/20/le-sacche-della-rana/</link>
		<pubDate>Fri, 20 May 2022 08:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Libro scelto: <strong>Le sacche della rana</strong><br class="autobr" />Autore: <strong>Michele Caccamo</strong></p>
<p><i>Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa <br class="autobr" />ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine.<br class="autobr" />Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto <br class="autobr" />per me un vizio più micidiale della cocaina. <br class="autobr" />Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. <br class="autobr" />Come finirà tutto ciò? Lo ignoro. </i> <br class="autobr" /><strong>Pier Paolo Pasolini</strong></p>
<p><img class="size-medium wp-image-83165 alignleft" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2022/05/arton5866-65404-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2022/05/arton5866-65404-213x300.jpg 213w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2022/05/arton5866-65404.jpg 320w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" />Si apre con questa citazione &#8211; che è sintesi ed epitaffio della vita e della morte di Pier Paolo Pasolini &#8211; l’ultimo libro “poetico” di Michele Caccamo. L’autore stesso, in una fulminea nota introduttiva, così ce lo descrive:<i> “Non è una biografia. In questo poemetto nessun riferimento è lasciato al caso, ogni sezione è pertinente. Potrebbe essere un giallo, anzi, forse è un giallo.” </i> <br class="autobr" />Il materiale narrativo di quest’opera viene plasmato attraverso la poesia in cui è evidente una traccia esistenziale ed essenziale sin dall’incipit: il rapporto di Pasolini con la madre, Susanna Colussi, che venerava come una madonna (lo diceva anche Oriana Fallaci) e di converso il suo rifiuto viscerale per l’essere uomo, soprattutto nel rapporto col padre di cui, quasi, non si sentiva figlio proprio per quel rinnegare la maternità nel concetto di commistione sessuale di due corpi che si uniscono. Pasolini identificava il peccato come elemento da cui fuggire con tutta la sua volontà eppure al peccato ritornava sempre. Come una condanna ricercata con dovizia di particolari. Un rapporto iconico, profondo, quasi reliquiario. <br class="autobr" />A seguire, come in un cortometraggio, c’è l’infanzia a Casarsa, le lotte con i corvi, le fiamme alle sterpaglie, la pena di non poter generare nulla in quanto uomo e quindi sterile per dare alla luce gemme. La certezza che lui non sarebbe mai stato uguale agli altri, ma un uomo anormale secondo i canoni morali ed anche estetici del tempo. <br class="autobr" />La narrazione poetica che Caccamo mette in piedi, ha chiari richiami Felliniani nell’immaginazione filmica della scenografia che, nei versi, mette in azione. Si tratta di un percorso che, a mio avviso e per molti aspetti, viene sicuramente ispirato da un’entità (superiore) che non solo muove le parole ma le mette al mondo per mezzo dell’autore. Si sente, nella partitura poetica del libro, la voce fuori campo di Pasolini che il Caccamo chiama semplicemente Pier. Come se tra i due, nel rapporto di unione e commistione biografica, che però l’autore stesso rifugge, sia stata instaurata un’amicizia profonda. Molto spesso accade, quando si studia un determinato autore, che la narrativa prenda il posto dell’immedesimazione. Ed è quello che mi pare sia successo in questo lavoro. Tra Caccamo e Pasolini si è sicuramente creato un rapporto di amicizia e di introspezione attiva nell’animo del poeta, regista ed artista estinto.<br class="autobr" />E, in aggiunta, c’è molto dello stile Pasoliniano nella ricerca della parola utilizzata e della rappresentazione emotiva del personaggio con chiari agganci a quella che fu la maggiore esperienza professionale di Pasolini, ossia la regia. La parola è libera dagli schemi prefigurati, prende versi autonomi e quasi anarchici. Pregna di significato simbolico e metaforico agganciata comunque alla realtà senza edulcoranti.<br class="autobr" />Il titolo del libro merita una considerazione a parte. Aprendo il poemetto riesce, da solo, a focalizzare la tragica quanto “ricercata” fine del Pasolini (spiegherò dopo il senso della parola messa tra virgolette). Iniziamo col dire che Rana era il soprannome del Pelosi, ossia del presunto assassino di Pier reo confesso che, tuttavia, a distanza di anni dalla celebrazione del processo, improvvisamente cambiò versione parlando di complici nel delitto e quasi spostando la responsabilità dello stesso su matrici che andavano dal campo politico a quello della morale. Lui stesso diceva che quando sorrideva le sue guance si riempissero d’aria come quelle di una rana e da qui il nome che si è portato appresso fino alla tomba. Tuttavia nel libro le sacche della rana sono intese anche nel senso di materializzare quello che fu il luogo del delitto, ossia il litorale di Ostia detto anche Idroscalo. <i>“Ostia era piena di fosse di rane, arrivavano donne mascherate da pantere e uomini deboli come cigni…” </i> “Aspettavano arrivasse un ragazzo qualsiasi che li pestasse come un mortaio”.<br class="autobr" />Su quale sia stato il reale movente del delitto permangono molti dubbi. Versioni ufficiali e teorie. Per lungo tempo Giuseppe Pelosi ha sempre dichiarato di esser stato “lui a uccidere Pasolini, come atto di difesa per le insistenti avances sessuali dello scrittore. Le perizie sul corpo martoriato di Pasolini, le verifiche sul luogo dove si svolse il massacro, le asserzioni scricchiolanti di Pelosi, e alcune dichiarazioni di testimoni (rimasti anonimi), confermavano però fin dall’inizio che al massacro avessero partecipato più persone. A questo bisognerebbe aggiungere anche alcuni fattori scaturiti dalla logica: Pasolini era atletico, e difficilmente poteva soccombere al mingherlino Pelosi; sui vestiti di “Pino la rana”, non c’erano vistose tracce ematiche e non presentava ferite causate dalla lotta. Il taglietto sulla fronte se l’era procurato sbattendo la testa sul volante dell’Alfa quando la pattuglia stradale gli tagliò la strada per fermarlo. Pertanto, da un lato le investigazioni sul delitto seguivano il percorso di una marchetta omosessuale terminata in tragedia, ma dall’altro, anche per le affermazioni di quei testimoni poi rimasti anonimi, si comprese che l’assassinio di Pasolini coinvolgeva più persone. Questa seconda pista investigativa iniziò a livello giornalistico, soprattutto con le inchieste di Oriana Fallaci, come ben conferma l’articolo, pubblicato sull’Espresso, “Pasolini ucciso da due motociclisti?” (14 novembre 1975). Questa seconda pista, ritenuta la più logica rispetto alla prima e alla terza (come si vedrà nel prossimo paragrafo), a tutt’oggi però è ancora nebulosa. Pasolini fu chiaramente massacrato da più persone, ma per quale motivo? Fu un semplice furto sfuggito di mano? I magnaccia della prostituzione omosessuale volevano dargli una lezione perché faceva troppe domande? Una spedizione punitiva partita dalle sfere alte per eliminare definitivamente Pasolini che voleva processare la DC e investigava troppo sull’Eni? Oltre a ciò, bisogna mettere agli atti come l’agguato nello sperduto Idroscalo di Ostia possa essere stato architettato dicendo a Pasolini che gli sarebbero state restituite le pizze di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), che qualche tempo prima erano state rubate negli studi della Technicolor. Pelosi, in questo caso, sarebbe stato un semplice accompagnatore. La tesi più “stravagante”, ma che ha comunque avuto un peso e finanche molte critiche, è quella fornita da Giuseppe Zigaina (1924-2015). Pittore friulano, molto amico di Pasolini. Per edificare questa tesi, il pittore friulano ha setacciato l’opera pasoliniana (soprattutto a partire dal 1961) e ha rinvenuto tracce di questo percorso autodistruttivo di Pasolini: <i>“Per esprimermi compiutamente io devo morire. La mia morte dunque, come segno linguistico, come montaggio del film della mia vita”.</i><br class="autobr" />Ma di questo era consapevole anche Fallaci e lo ribadirà più volte in una lunga lettera postuma a Pasolini. Prendendo spunto dalla tesi di Zigaina, ovvero il desiderato martirio da parte di Pasolini, torna alla mente la scena della crocefissione di Gesù ne Il vangelo secondo Matteo (1964). Nel film Cristo è interpretato da Enrique Irazoqui, giovane studente spagnolo, mentre Maria è interpretata da due donne: da giovane è Margherita Caruso, mentre da anziana è Susanna Colussi (1891-1981), la madre dello scrittore. Nella succitata scena della crocefissione, la senile Maria corre disperata verso la croce, per poi gettarsi affranta ai suoi piedi, piangendo a dirotto la morte del giovane figlio. Benché il film non abbia – particolari – spunti autobiografici, come invece avrà successivamente Edipo Re (1967), la figura rivoluzionaria di Cristo collima con le azioni “ribelli” di Pasolini, contro la borghesia e i falsi intellettuali italiani. Quell’ultima scena, in cui una madre rotta dal dolore è in ginocchio davanti al corpo flagellato del figlio, sembra presagire proprio quanto accadrà quel fatidico 2 novembre 1975: Susanna Colussi piangerà il corpo martoriato del suo Pier Paolo.<br class="autobr" />Mentre leggevo il poemetto di Caccamo, spinta dalla necessità di approfondire il personaggio, mi è capitato di ricercare delle interviste da cui poter trarre ulteriori spunti di riflessione rispetto a quelli che mi creava il testo. Ho ascoltato, così, una delle ultime, se non erro, concessa ad una televisione francese. Pier sosteneva di sentirsi “superato”, diceva di voler “abiurare alla sua trilogia della vita” ed ancora che “scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati è un piacere, chi lo rifiuta è un moralista (falso).” In realtà Pasolini si sentiva un “indipendente di sinistra mai iscritto ad un partito politico, militante più che mai” anche se amava essere considerato “semplicemente uno scrittore”. Ed allora possiamo dire che serpeggiava una sorta di decadenza emotiva in cui sicuramente si inserì poi, la restante parte di vita che gli rimaneva da vivere. Una lucida rassegnazione ribolliva nelle vene unita ad un’inconsapevole speranza di mutamente che, da sola, gli serviva, come necessità di riscatto, per non lasciarsi completamente travolgere dagli eventi. <br class="autobr" />Tra i versi di Caccamo risalta, accanto all’icona, spirituale e materna, un’altra, che chiameremo politica e di lotta: sto parlando di Gramsci, a cui dedicò l’omonima raccolta poetica (Le ceneri di Gramsci). Pier si recava spesso nel cimitero acattolico di Roma, fermandosi per lungo tempo davanti alla sua tomba. Poeta, comunista, cattolico, omosessuale: tante e complesse erano le contraddizioni che si plasmavano e fiorivano nel suo io. Era un borghese attratto dalle borgate, dalle classi più umili. Soprattutto dai giovani sottoproletari disposti a darsi per denaro. Quando arriva a Roma con la madre trova una città devota e pagana. Bacchettona ed in espansione da cui nacquero le borgate ufficiali a quelle delle baracche. Decise di prende casa nel Ghetto Ebraico e dopo i furtivi amori friulani qui scopre la sessualità libera dei ragazzi romani, per questo si trasferisce nella periferia più povera in una casa senza tetto e senza intonaco. Lavora a Ciampino come insegnante privato. Roma ha un fascino violento che lo richiama. <br class="autobr" />In quei giovani, diceva, c’è un bene sacro, un eden in via di smarrimento. Persone assolutamente semplici che non hanno fatto neanche la 4 elementare: <i>“un analfabeta ha sempre una certa grazia che perde con la cultura.”</i> È allora che scrive “Ragazzi di Vita”, il suo romanzo più osceno perché parla di prostituzione omosessuale e lavora con Fellini per poi debuttare con “Accattone”. Le immagini che porta davanti alla telecamera sono dure, le vite sceneggiate sono senza morale e senza futuro che neanche il neorealismo aveva raccontato. È una storia senza redenzione. Il protagonista fa prostituire la compagna e vive di espedienti. Definito dai fascisti un film immorale, non cristiano innumerevoli furono le gazzarre nei cinema tanto che venne vietato ai minori di anni 18. Immagini carnali che riemergono anche nel libro di Caccamo consapevole che per Pasolini il cinema era la “lingua scritta della realtà”. <br class="autobr" />La capacità di Caccamo è insita proprio nella pregnante voce poetica che emerge dal testo. Le sue parole, Pasoliniane direi, per quanto sono, per alcuni versi, crude, riescono a dare voce non soltanto alla star, al personaggio famoso, quanto all’uomo che desiderava non venir rinchiuso nella cella angusta dell’omologazione, né della pubblicità, o in quella che chiamava “la dittatura del consenso”.<i> “È impossibile dire che razza di urlo sia il mio</i> &#8211; diceva Pasolini &#8211;<i> tanto da sfigurarmi i lineamenti o rendermi come un bambino, anche una bestemmia. Ma questo mio urlo è destinato a durare oltre la mia fine.” </i> <br class="autobr" />Un altro aspetto ben rappresentato nel poema è quello della “maturazione sentimentale e sessuale” di Pasolini. Nei meandri dell’Io Pasoliniano Caccamo la focalizza come un percorso lineare in crescita, come una progressiva presa di coscienza che lo portò a rifuggire la possibilità di nascondere la sua omosessualità per parlarne invece liberamente e fungere esso stesso da esempio per un rapporto più libero e sincero tra le persone ed il sesso. <br class="autobr" />Questo perché, anche semplicemente analizzando la biografia Pasoliniana, si possono distinguere tre fasi nel suo approccio al tema della sessualità. Una prima fase di carattere intimistico e privato, legata al periodo della sua gioventù e prima età adulta nei luoghi natii del Friuli e, segnatamente, del paese materno di Casarsa della Delizia. I primi componimenti nei quali l’autore menziona esplicitamente la propria omosessualità e vi si confronta. La prima di tali opere è la raccolta poetica “L’usignolo della Chiesa Cattolica” (1958), che raggruppa scritti in lingua italiana e friulana e che comprende anche Il pianto della rosa (prima opera in assoluto nella quale Pasolini affronta il tema della propria omosessualità). A questo periodo, che possiamo chiamare friulano, appartengono anche due romanzi brevi a lungo rimasti inediti e pubblicati postumi “Amado mio” e “Atti impuri”, due opere fortemente intimistiche e personali. C’è in questo primo corpus c’è quasi una catarsi circa i primi confusi pensieri e le pulsioni che iniziano ad agitarlo. Sono testi giovanili nei quali slanci poetici e positivi si alternano a momenti di profondo scoramento e confusione. Rappresentano un vero e proprio diario intimo dell’autore e del suo costruirsi una propria coscienza di omosessuale senza vergogna. La seconda fase si può invece far risalire al periodo nel quale si trasferisce a Roma. Ha già dovuto affrontare il primo processo, è stato espulso dal Partito Comunista e deve ricominciare da capo. Nella capitale incontra Sergio Citti, con la quale inizierà un rapporto di amicizia che durerà tutta la vita dell’autore. È a questa fase che possiamo ascrivere alcuni dei romanzi più famosi di Pasolini: “Ragazzi di vita” (1955), “Una vita violenta” (1959) il film documentario Comizi d’amore (1964), le pellicole Accattone (1961) e Mamma Roma (1962). È questa una fase che potremmo definire come “sociologica”. È un periodo di analisi, di studio appunto sociologico ed antropologico circa l’essere umano. Ed è proprio in questa fase che si comincia a vedere in Pasolini un atteggiamento naturalista verso la sessualità. Pier, che ha studiato la società e continua a farlo, riesce ora a fotografarla, su carta e su pellicola, in maniera fedele, a comprenderne le varie componenti, tra le quali c’è anche la sessualità. I romanzi e i racconti di questo periodo dedicati ai ragazzi di vita ci riportano una realtà tutt’altro che idealizzata, nella quale la miseria umana di una società cresciuta senza ordine si mostra in tutta la sua drammaticità. Pasolini non si nasconde e non ci nasconde nulla. Pur critico nei confronti della borghesia non investe il proletariato di una luce purificatrice. Scevro di ogni retorica ci parla della condizione abbrutente delle fasce più povere della società che si ammassano nelle enormi borgate alla periferia di Roma. L’autore friulano inserisce sequenze di realismo quasi documentaristico per descrivere le vicende dei ragazzi di vita ed il loro rapporto con il sesso. Un rapporto privo di qualunque romanticheria o illusione, ma terragno e quasi animale. Il sesso qui è per lo più merce di scambio tra le persone. C’è chi vende e c’è chi compra, nessuno lo fa per piacere. È in queste opere che si comincia a delineare la posizione di Pasolini verso la sessualità: essa fa parte dell’essere umano, della sua natura, della sua vita; non c’è nulla da nascondere o da mortificare. Pasolini dunque fotografa un paese solo in apparenza progredito, nel quale lo sviluppo industriale non è sviluppo umano, della persona. Anzi vede quasi un regresso dell’essere umano. Ed in questo non manca di inserirsi anche una prima critica alla nuova società industriale, che nulla ha cambiato nell’anima profonda del popolo italiano, ancora pervicacemente attaccato ai retrivi costumi del passato. La terza fase del rapporto tra Pasolini ed il tema della sessualità può essere definita come “metaforica”. Comincia qui infatti la stesura di una serie di opere nelle quali il sesso è usato soprattutto come metafora. Pasolini non rinnega le fasi precedenti, ma come già aveva fatto in passato le arricchisce di un nuovo sguardo e linguaggio che ampliano il suo discorso.<br class="autobr" />Quindi il sesso è esplicitato come metafora dei rapporti di potere tra le classi sociali e gli individui permette all’autore di imbastire un discorso quanto mai sfaccettato che non lascia indietro le fasi precedenti, ma che anzi le innerva. Le tre fasi di qui abbiamo parlato arrivano a fondersi nell’opera Pasoliniana che dimostra di avere oramai raggiunto una piena maturità creativa ed è oramai in grado di gestire più piani di senso contemporaneamente. Ed ecco che al linguaggio immaginifico di “Petrolio”, si sommano le metafore di Teorema e di Salò o le 120 giornate di Sodoma. In Teorema Pasolini usa la metafora sessuale per parlare della perdita di certezze che ha investito la società a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, ed in particolare la borghesia. Pasolini si scaglia con durezza contro la nuova società dei consumi, nella quale l’edonismo ha soppiantato qualunque altro principio. Che libertà c’è in una società che tutto permette ufficiosamente ma non ufficialmente. Ci troviamo davanti ad un atteggiamento quasi schizofrenico del potere che sottomette l’individuo ad un forzato obbligo di libertà, ma non la libertà che può scegliere il singolo, ma la libertà scelta dal potere. Metafora che lo stesso Caccamo utilizza in molti versi per aderire a quella che era, per Pasolini, quasi una scelta “ educativa”<br class="autobr" />Nell’elaborazione poetica del cammino che porterà Pasolini alla morte viene in evidenza anche il concetto della “mercificazione del corpo” (Marx). Le persone sono merci al pari di tutte le altre e dunque possono essere sfruttate e poi abbandonate per poter essere rimpiazzate da nuove merci più fresche. In questo contesto si inseriscono anche le pellicole della Trilogia della vita: Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974) in cui Pasolini compie un salto all’indietro verso una civiltà pre-industriale nella quale i rapporti tra le persone erano improntati ad un maggiore rispetto per l’altro. Si tratta appunto di un’apparenza. Anche in questo caso vale il discorso operato circa la terza fase “metaforica” del rapporto tra Pasolini e la sessualità. Con la Trilogia della vita l’autore vuole in realtà stabilire un parallelo tra la situazione del singolo nella società odierna e quella antica. In entrambe c’erano sfruttatori e sfruttati, la differenza però risiede nel ruolo che il sesso ricopre nei due tipi di società.<br class="autobr" />Nella società contemporanea a Pasolini il sesso è un obbligo imposto dall’alto &#8211; più un indizio di regresso che di progresso. Nella società antica, invece, il sesso aveva una vocazione libertaria ed anarchica. Veniva usato come arma per rompere le impostazioni rigide della società, era un veicolo di anarchia vitalistica contro il soffocare delle imposizioni del potere e restituire, in qualche modo, dignità al singolo.<br class="autobr" />Il libro si conclude con l’ultimo atto, quello violento e tragico della morte, sostenuto, in una maniera che azzarderei essere quasi “romantica”, dalla comparsa della figura di Ninetto D’Avoli: il grande amore di Pasolini. <br class="autobr" />Ninetto lo conosce quando non aveva ancora compiuto sedici anni. Tutto iniziò con una carezza, lo racconta lui stesso. La mano di Pasolini che si posa sulla massa di ricci che all’epoca lo contraddistingueva. E Caccamo, con un linguaggio aderente al cuore pulsante della disperazione, dona a Ninetto il requiem di commiato, la chiusa alla vita, la caduta del Dio, la dolorosa discesa dalla croce, la consapevolezza che mai si potrà tornare indietro da quel giorno maledetto:<i> “E’ Pier l’amore messo in un corpo nudo, l’amore interrotto, l’amore che non riprenderà mai più fiato…il mio Pier.”</i> Così scrive l’autore, ricostruendo una pagina di smarrimento devastante, sconfortante tristezza, dolente rassegnazione, tale da rendere pregnante di significato, sia simbolico che materiale, la consistenza “unica” e “inimitabile” del rapporto sentimentale tra i due personaggi.</p>
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		<title>Di terra e di donna &#8211; Controluna</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/05/13/di-terra-e-di-donna-controluna/</link>
		<pubDate>Fri, 13 May 2022 08:39:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=82808</guid>
		<description><![CDATA[<p>a cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Libro scelto: <strong>Di terra e di donna &#8211; Controluna</strong><br class="autobr" />Autrice: <strong>Maria Gabriella Cianciulli</strong></p>
<p><strong>A cura di </strong> Emanuela Sica</p>
<p>“Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata.” (Albert Einstein)<br class="autobr" />La natura e la sua forza evocativa unita alla capacità di innestarsi nel respiro dell’anima e farsi corpo nell’essere umano, l’infinita varietà di emozioni che fruttificano come alberi carichi di doni inaspettati, le chiare e fresche parole che l’accompagnano nel suo viaggio “silenzioso” capaci di farsi sentire solo da chi ha orecchio e sensibilità acuta &#8211; altrimenti incompresa, svilita, rinnegata nel martirio del mondo moderno &#8211; è tutta “seminata” in questo meraviglioso lavoro poetico di Maria Gabriella Cianciulli.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-82809 alignleft" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2022/05/arton5841-5634f-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2022/05/arton5841-5634f-214x300.jpg 214w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2022/05/arton5841-5634f.jpg 320w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />Qualcuno diceva che<i> “Guardare la bellezza della natura è il primo passo per purificare la mente”</i>, sicuramente c’è una profonda verità in questa affermazione che viene messa a dimora anche nella dialettica ispiratrice di questo libro, che si fa carne nella sostanza naturale del mondo, nella magia della fioritura, nel seme che pur prossimo alla morte diventa altro e si rinnova nel germoglio da cui poi esploderà, di nuovo, la vita. In ogni pagina si assiste ad un viaggio, a piedi nudi, nella dolcezza, nell’arresa della donna ai sentimenti più autentici e concreti, distante mille anni luce dalla liquidità di quel mondo che cammina all’incontrario, sordo alla voce della natura, completamente eradicato dalla magia delle cose. Si avverte, potente e delicato al tempo stesso, il contatto con le sembianze naturali del mondo. Con quell’essenza purissima che si materializzare nel semplice accostamento pelle/erba/corteccia, oppure pelle/acqua/vento. Insomma la lirica ha in sé la capacità di creare, come argilla, sensazioni tattili e corpose che danno dimensione e consistenza al viaggio dell’autrice sia in superficie, in ciò che si tocca e si vede, sia nelle profondità dell’<i>anima mundi</i>, in quello che si percepisce con altri sensi legati in trasparenza all’empatia, all’immedesimazione, alla capacità di trarre parole anche dal silenzio di luoghi inesplorati.</p>
<p>È un viaggio che però, porta sul corpo, dardi infuocati di dolore, tracce indelebili di sofferenze oramai causticate dalla consapevolezza d’immutabilità, come quando la speranza si siede e rinuncia alla sua peculiarità ma guarda al futuro con rassegnazione. Eppure c’è qualcosa, in Cianciulli, che tira la necessità di non lasciarsi soggiogare dal pianto, di sognare ancora, di poter <i>“riannodare il filo”</i> per <i>“riconoscersi crisalide”</i>, tornare all’origine per arginare la perdita delle foglie di una pianta che si <i>“erge nuda/ distribuendo cocci di tetto senza nome”</i>. Forse, quel qualcosa, è il <i>“tabernacolo di donna”</i> utile a lasciare <i>“agli occhi fecondi la trasparenza/un regalo di vita la nostra simbiosi/ niente altro che noi”</i>.</p>
<p>Giuseppe Cerbino, nella prefazione, così ce la racconta <i>&#8220;Nella lettura di questo libro di poesie di Maria Gabriella Cianciulli (&#8230;) si scorge sin dalla prima lirica, una sorta di mitologia privata tutta incardinata in due poli opposti: la madre e la terra che sono il recto e il verso della stessa cosa. Terra e madre, nella nostra cultura mediterranea, sono concetti spesso accostati in una sorta di sinonimia che svela come entrambe abbiano il loro nucleo antologico nel nutrimento. (&#8230;) Questo libro può essere letto come una sorta di moderno Cantico delle Creature in cui il racconto lirico prevale sulla lode e in cui il contatto totemico si sostituisce al ringraziamento. (&#8230;)&#8221;</i></p>
<p>Ed ecco che le note poetiche Cianciulliane, come amava definirle anche il maestro Armando Saveriano, suonano agli spiriti eletti, aleggiano nelle praterie delle mai evase dimenticanze, danno passi che hanno la delicatezza di un soffione sui cuori dei lodati abitanti e dei disabitanti. L’elegia dell’ambiente come nido e culla ma anche come radice e argilla, mentre il silenzio dei morti richiama pellegrinaggi lontani, ma non troppo da quella casa a cui sempre si ritorna.</p>
<p>L’accortezza e la cura del locus è afflato di emotività intensa e senza fronzoli, arriva alle caverne in cui scorre la linfa vitale e ne innesta nuovo e miracoloso nutrimento. Lei che ha imparato a <i>&#8220;essere felice là dove sono&#8221;</i> senza rimpianti di inconsistenza, glorificando ogni singolo giorno <i>&#8220;che racchiude tutta la gioia, tutta la pace&#8230;&#8221;</i> lo evidenzia richiamando Herman Hesse nelle prose scelte per l’incipit.</p>
<p>E ancora, nelle sue ariose stanze del sentirsi carne ed essenza concreta, tratteggia liricamente, senza inganni, un vero e proprio manifesto del Sud che riemerge vigoroso e, senza rimpianti o penurie di sentimenti, travalica ogni cosa, ribalta l’apparenza e diventa purissimo nello sguardo nitido di quella madre che è &#8220;Vita&#8221; e dedizione di &#8220;un amore in bozzolo&#8221; senza alcun tradimento a rovinarne la materia eletta.</p>
<p><i>“Io vivo a Sud del mondo/ in petto l’ardore e la nebbia/ una chimera nella mente e/ sa di sangue/ bolle evaporate sugli oceani/ raccolte nei grembi immolati/ immacolati e sazi di attesa/ Io vivo al Sud del mondo/ con i remi nella barca riparata/ al molo e sempre decollo sulle/ ali dei gabbiani colorate d’ambra/ e l’incenso fumato di una chiesa/ Io vivo al Sud del mondo/ col sigillo di una Croce che guarda/ il Nord nell’aurora boreale/ l’assedio delle stelle nel cuore/ corroso dalla dignità”</i></p>
<p><i>&#8220;Suggestioni umbratili&#8221;</i> ripercorrono ed attraversano l’autrice e le sue discese nei boschi per poi risalire sino alla luna e diventare <i>&#8220;braciere dell’attimo assoluto&#8221;</i>, fecondi regali che lascia ai <i>&#8220;naviganti&#8221; </i> come &#8220;pepite&#8221;. Divinanti, senza alcuna ansiosa violenza, sono i richiami al rimanere. L’autrice è antagonista, decisa, alla fuga dell’arresa. Ed anche quando è &#8220;Dio&#8221; a raccontarsi <i>&#8220;nell’assenza&#8221;</i> tutto si ricongiunge nel tempo come <i>&#8220;due lembi strappati&#8221;</i> e la disperazione velocemente lascia il posto alla flautata danza, che ancora si rinnova, come &#8220;le foglie&#8221; che tanto rammenta, nei movimenti ancestrali, quella delle Muse.</p>
<p>Alla fine del libro ci si chiede se sia stato il linguaggio della poesia a ribaltarsi nella natura, diventando corpo nelle foglie, negli alberi, nel vento, nella terra (i termini maggiormente usati nelle liriche) oppure è la natura che ha fatto questo percorso a ritroso nell’anima dell’autrice per diventare corpo e trovare dimora nelle parole. Io penso che si possa parlare, in questo caso, di una sorta di “metempsicosi poetica”. L’autrice si trova in una pozione di assoluto ascolto e di tale immedesimazione con gli elementi della natura tanto da diventare essa stessa natura. Se pensiamo alla voce “donna” che sin dal titolo di ripete con assoluta peculiarità e come presenza stabile della sua ispirazione si ha come l’impressione che vi sia un’entità superiore, una dea a cui ogni cosa aspira e da cui ogni cosa trae ispirazione. Potrebbe essere quella Dea Madre di ancestrale rimembranza? A mio avviso sì e vi spiego perché. Sin dall’epoca paleolitica questa Dea veniva rappresentata con statuette che raffiguravano una donna nuda, formosa, con le braccia spesso alzate verso il cielo, ma anche verso il basso. Per lo psicologo Jung, la Dea Madre rappresenta all’interno di sé sia la forza della Creazione, che quella della Distruzione, proprio come la Natura è in grado di fare. Anche per lo studioso Neumann, la Dea rappresenta la Creazione del femminile inteso come “donna-corpo-vaso-mondo”. La potenza del dare la Vita, era nell’antichità quindi fatta risalire ad una Dea donna, non ad un Dio Uomo come avvenne successivamente. Chiamata anche Medea, Gea, o Iside, come in questo Inno che ben la descrive, rinvenuto in Egitto, e risalente al III° secondo a.C.: <i>“Perché io sono colei che è prima e ultima/Io sono colei che è venerata e disprezzata,/Io sono colei che è prostituta e santa,/Io sono sposa e vergine,/Io sono madre e figlia,/Io sono le braccia di mia madre,/Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,/Io sono donna sposata e nubile,/Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,/Io sono colei che consola dei dolori del parto./Io sono sposa e sposo,/E il mio uomo nutrì la mia fertilità,/Io sono Madre di mio padre,/Io sono sorella di mio marito,/Ed egli è il figlio che ho respinto./Rispettatemi sempre,/Poiché io sono colei che da Scandalo e colei che Santifica.”</i></p>
<p>La Dea quindi, come avviene anche nella poesia di Cianciulli, simboleggia la Terra, colei dalla quale si nasce e alla quale si ritorna con la Morte, non a caso nel titolo ci sono entrami i termini “Terra” e “Donna”. In questa prospettiva e nel ciclo infinito del “generare e derivare” viene ad essere rappresentata come sorgente di Vita, perché dal suo grembo nasce ogni cosa, e come padrona del Tempo, delle Stagioni, delle fasi lunari. Per tale ragione ci troviamo di fronte ad una Dea nella triplice personificazione della Dea Madre (anche chiamata Madre Natura, o Grande Dea), spesso erroneamente identificata con Gaia, la Madre Terra (la Magna Mater romana). In essa troviamo: la Giovane, (Brigid, Nimue, Durgā, Verdandi) pura e rappresentazione del nuovo inizio; la Madre, (Aa, Ambika, Cerere, Astarte, Lakshmi, Urd) generatrice della vita, disponibile e compassionevole; la Vecchia Saggia, (Hel, Maman Brigitte, Oya Yansa, Skuld, Sedna, Kālī) il culmine della vita nella totale conoscenza ed esperienza. È chiaro, a questo punto, come tali aspetti rappresentino il ciclo della vita: nascita, vita e morte, che <i>si riproducono all’infinito in un cerchio continuo. In “La dea bianca” Graves scrive: “La Luna nuova è la dea bianca della nascita e della crescita;/la Luna piena, la dea rossa dell’amore e della battaglia;/la Luna calante, la dea nera della morte”</i> e identifica il triplice aspetto della Dea con le tre fasi della Luna mentre la Cianciulli scrive: <i>“Madre raccontami/raccontati terra gravida al seno/che ha custodito l’attesa in solitudine/le mani incollate alla vita/simbiotica del tempo/ che invera la sua pienezza/ Ti prego non dirmi/ delle tue notti insonni/ senza l’odore del tuo uomo/ era già in te il latte/ che sarebbe diventato il mio latte/ Madre/ non c’è distacco nella forma che muta/ si ricompone la bellezza/ naufraga il nostro sacrificio/ si consuma nello Stupor di corpi scissi/ e stringerò solo il sapore del pane.”</i></p>
<p>Si ravvede così la generatrice della sua vita, la madre, da cui ha preso le sembianze, e da cui prospetta nuova vita legata simbioticamente al tempo che concede origine e fine alle esistenze, tutte, e senza alcuna distinzione. Da quella madre, che diventerà la Vecchia Saggia, ella prenderà le forme che la porteranno ad essere Giovane e Madre a sua volta, in questo senso il cerchio infinito si chiude e si apre come in una danza lucida e umbratile al tempo stesso che si tuffa negli abissi più profondi per riemergere a respirare nuove vitalità: “Si dissipano le ombre/fra le mura rosate del vespero/ hanno svelato la ragione/ alle trame della notte/ al fontanino che gocciola i giorni/ al vecchio inarcato/ che lascia i suoi graffi sulla sabbia/ e il vento è passato a levigare/ Ora rugiada di buon mattino/ ingoiata dall’abbraccio degli abissi/ Ritornerà a baciare la luce il silenzio/ e i miei venti leggeri/ in questa osmosi saziano il cerchio/ È al di là che naviga il respiro/ più intenso del mare.”</p>
<hr class="spip" />
<p><strong><br class="autobr" />Maria Gabriella Cianciulli</strong> nasce a Montella, un paese dell’entroterra irpino, dove tuttora vive. Consegue la maturità magistrale e l’abilitazione all’insegnamento per le scuole primarie. Il suo percorso poetico prende forma con la pubblicazione della sua prima raccolta Echi di maggio, un atto di riconciliazione del proprio vissuto con il reale attraverso la natura, compagna e musa ispiratrice.</p>
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		<title>Le sorti dell’incanto</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/05/05/le-sorti-dellincanto/</link>
		<pubDate>Thu, 05 May 2022 08:23:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>a cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Libro scelto: <strong>Le sorti dell’incanto</strong>&#8211; Gattogrigio Editore</p>
<p>Autore: <strong>Luca Crastolla</strong></p>
<p><strong>a cura di </strong> Emanuela Sica</p>
<p><i>“Queste parole ti stanno/come il midollo all’indole”</i></p>
<p>Quando “l’ispirazione” crea “l’espressione” allora l’idea si materializza in un legame, quasi chimico, tra le parole, capace di far fuoriuscire mondi inesplorati che, prendendo la via dell’aria, si espandono in maniera esponenziale dando vita ad un rapimento sentimentale che travolge chi legge. Oltre a questo la parola stessa è dissezionata “anatomicamente” per svelare i passati remoti del poeta, creando versi che sanno di devozione e afflato emozionale come quella che sente chi sgrana un rosario, facendo del verbo preghiera in unione e commistione con la terra in cui abita la dimora fisica (il corpo) e s’allunga e s’assottiglia la danza del vento pellegrino (l’anima).</p>
<p>Ne <i>“Le sorti dell’incanto”</i>, che viene immediatamente dopo il suo libro d’esordio, <i>“L’ignoranza della polvere”</i> &#8211; Controluna Editore &#8211; la traccia esistenziale è una sorta di etnico vagheggiamento indirizzato da una purpurea magia che aleggia dal primo all’ultimo verso in costante attrazione e contraddizione con il paese, il Sud, che mai si lascia, che mai ci lascia anche quando tentiamo di evadere e ad esso ritorniamo, quasi sempre, genuflessi come in una battente processione dei Santi. Il poeta sembra decisamente convinto e vinto, al tempo stesso, da uno spaesamento ineludibile che porta a rallentarlo nei passi, a fermarsi sulla soglia del domani, con l’ottica reliquiaria dell’appartenenza, dell’essere una cosa sola con quel locus da cui è stato generato e da cui genera le sue architetture linguistiche capaci di impalare cattedrali ma anche di crollare sotto il peso degli smarrimenti. Soglia che è l’anticamera dell’ispirazione e conseguente costruzione poetica, da qui si propaga una violenta esplosione che frammenta la parola in mille e mille schegge che però, come richiamate a unità, si riallineano per ripopolare i pensieri più acuti e profondi, per rimodulare le azioni nel solco della nostalgia immanente e multifocale di un uomo che mai ha tranciato il legame ombelicale e ancestrale con la sua terra, con quella zolla che sanguina e innesta sementi sempre nuove per irrorare di “verbo” quelle “immagini” che della normalità fanno scempio.</p>
<p>Da qui in poi non si può non aderire a quanto dice Giuseppe Cerbino nella sua post-fazione: <i>“Il dettato poetico di Luca Crastolla si caratterizza per una precisione del “vocabolo” sempre più deciso nella direzione di una rottura del discorso e della grammatica. Tanto più esatto esso è, tanto più frastagliata è la sintassi, in quanto la versificazione, nel poeta pugliese, mantiene la sua quota nella voce, parola da cui deriva “vocabolo”. Prima che quest’ultimo si riduca a lemma e a elemento codificale, rivendica il suo ruolo di “urlo”. Questo singolare aspetto permette di riconoscere nella “voce” di Luca Crastolla una naturale “vocazione” non al racconto e alla didascalia (sempre evitata con accortezza da questo poeta) ma alla “denuncia” assimilando così la lezione di grandi poeti conterranei al Nostro come Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Antonio Verri e in parte Salvatore Toma. Altresì trovo suggestiva la presenza di Carmelo Bene, nel punto in cui anche in Luca, la phoné deflagra rovinosamente come una lava che lascia indovinare le sagome di ciò che ha coperto.”</i></p>
<p>E se Luca Crastolla urla, la sua tenacia nella gola è in perenne lotta con l’agonia dello sconforto, anche se, per molti tratti, una sorta d’inconsapevole rassegnazione sembra far capolino in alcune curve della vita, nelle stazioni ove il dolore permane con maggiore essenzialità, dove la luce della mattinata si annuncia come un momento che può ribaltare le percezioni e farle sprofondare nel buio della paura. In quella esistenza che si annoda nella sua consistenza di figlio, padre, marito, uomo nell’opposta costanza di un’incostante tempo che non riesce ad arginare il movimento dell’andare, dell’andarsene.</p>
<p><i>Nelle mani/ dimagrite riconoscerai le mie dita come cadono/ nel latte che tieni in caldo altrimenti la morte/ in casa, sotto gli occhi dei cari.</i></p>
<p>La parola Crastolliana, a mio avviso, nasce “spontanea” pur nella “ricercata” costruzione del “verso”. Se per un attimo ci fermiamo ad analizzare la sua “arte” scissa dalla poesia, ma legata semplicemente ai termini che mette al mondo, io sento, nella suggestiva composizione lirica, una catarsi introversa con un Dio che lo guida a nuovi passi, a nuove aspirazioni di concetti. Questo perché i carmi migliori, che ribollono nella complessità spirituale del suo Io, mettono a dimora nella terra e nell’aria sinapsi di percezioni oniriche e memorie mai evase dalla mente. È come un “nirvana capovolto” la visione che genera, nel momento in cui il testo si stacca dalla “normalità” pur raccontando la “normalità”. Sappiamo che nel buddismo il Nirvana è uno stato perfetto di pace e felicità, culmine della vita ascetica, che consiste nella estinzione dei desideri, delle passioni, delle illusioni dei sensi, e quindi nell’annientamento della propria individualità. In Crastolla, e non è un controsenso con la sua spiritualità sacra e pagana al tempo stesso, questo stato si capovolge al punto tale da generare una cosa nuova in cui vi è sì un annientamento del proprio ego ma allo stesso modo, in maniera quasi recrudescente, risale il dolore per qualcosa che non è né pace né felicità ma tormento. Probabilmente è questa la “religione della parola” di cui il poeta parla nei “grappoli” emotivi del suo dire “delle sue suppliche” e del suo contraddirsi nelle sembianze di figlio, di ricostruire, come “artigiano della parola”, un proprio “idioma crastolliano”. Una lingua che ha sostanza e assenza, che ha conflitti e quiete, che ha colori ma anche numerosi chiaroscuri, cesellata in precisione nel margine di un’idea e di un’aspirazione tale da creare arte unica, differente, ma sempre con lo stesso marchio distintivo.</p>
<p>Riflettiamo un attimo. Quanto importante e di spessore sia un momento della nostra esistenza è dato dalle parole che ad esso si legano come in un’attrazione esponenziale di emozioni e percezioni da cui poi emerge, quasi strategicamente, il sonoro della parola. Parola che si gonfia, esplode, si frammenta e si ricompone nell’elegia di un canto prendendo forma e dimensione un percorso anche narrativo, per astratta intenzione di dire oltre la poesia stessa, come se accanto alle note di linguaggio (nuovo) vi fosse un controcanto di non detto. Per certi versi a me pare un “alchimista” della parola, capace di far trasmigrare, nel suo personale “alambicco ispirativo”, la parola originaria per poi distillarla, addirittura trasformarla, trasmutarla e farne essenza nuova e fluida, per certi versi anche contorta, ma profumata e inebriante comunque. E se gli alchimisti erano alla perenne ricerca della formula per trasformare il metallo in oro Crastolla cerca di trasformare la parola in vita, la sua.</p>
<p>Ed anche quando appare tortuoso il sentiero del suo dire dopo poco la scenografia si sveste della dimensione limbica e la realtà scende a innevare ogni cosa col suo candore d’infante, come se ad un certo punto un bambino, divenuto adulto troppo in fretta, avesse necessità di tornare a sorridere e viaggiare nella bellezza di un passato da cui mai si è distaccato veramente.</p>
<p>Appaiono così le molteplici sembianze del poeta, che in alcuni versi è un genitore capace di generare sogni sgancianti dalla quotidianità, con l’istinto protettivo, ma anche di svelare le sacche nascoste del quotidiano “essere uomo” nel mondo, come in un progetto di scavo per portare alla luce i tesori più nascosti ma anche le maledizioni che quei tesori custodiscono. Potrei per questo definirlo un “avanguardista del sud” capace di tracciare nuove geografie del suo sentire, nuove direzioni del suo divagare senza mai “veramente” staccare fisicamente le radici da quei luoghi. Radici ancorate sempre più in profondità, come maggiormente prova a fuggire tanto più si avviluppano al terreno.</p>
<p>Ed ancora, nella sua elegiaca trasformazione, come a voler essere, in un barlume di candela, l’accattone che prende fiato dal terreno su cui dimora, per riposare le membra stanche e, allo stesso modo, un Dio che si innalza, severo, a caducare i momenti di sconforto e ridonare luce alla notte, nelle albe in cui i sensi si riaccendono come per magia e come per “incanto” senza una spiegazione plausibile ma semplicemente perché accade.</p>
<p><i>L’incarnazione, la consacrazione di un dio/ sapido, povero, di solo spirito; cane/ da compagnia, Argo d’attesa. Il paese dorme/ sulle riverenze amorose. Riconto le nocche/ delle mani alitate dal chiarore rotondo/ in fondo ai vicoli venosi, l’arterioso vitigno/ (più in basso la radio: qualche frequenza di rumore;/ oltre, l’ordine delle fughe fra piastrella e piastrella)</i></p>
<p>Per questo, quando parlo di sezione anatomica, ho l’impressione che il poeta voglia portare in scena una sorta di vestizione e di svestizione dell’uomo, consapevole degli inganni del suo tempo, dei giorni, delle ore ma anche dei momenti, capace di farsi carne nell’essenza del verbo che rifiorisce di volta in volta nella fantasia più multifocale possibile, eterogenea nella sua tradizione senza perimetri o confini, ma anche spogliarsi dalle sue stesse essenzialità, diventare poca cosa, in uno con il segreto della natura, dei suoi quadri a cui l’autore si rapporta con costante e attenta sacralità.</p>
<p>E da questa svestizione dovrebbe sorgere la peculiarità di un uomo nuovo, che vive e si realizza in simbiosi con il suo habitat, con il posto in cui ha deciso di interpretare la sua scenografia emozionale, nei luoghi della riflessione e della compassione, consapevole che la ferita che sanguina dal costato, che la colatura del sangue diventa grumo e condizione per carpire ogni singolo alito di vita che gli sta intorno.</p>
<p>Sud che respira e toglie il respiro, che diventa “ombra” di madre <i>“sulla nostra ombra/ L’ombra di qualcuno cui rispondiamo/ riacconciando il garbo e riallacciando le vene/”, “un’aria funerale si annida, nessuno può vedere/. Quindi cerchi un rito, non vorresti/ tenere tutto in un’idea (…)”</i> ed ancora madre che si assenta, che diventa presenza e poi scompare, che rende il tempo all’inutilità, ai lavori senza senso, <i>“che “annaffia scorze” invece che radici, e che ritiene i figli “trascurabili” abbandonati alla loro condizione di perenne scarto.”</i></p>
<p>Ombra da cui trarre scampoli di sofferenza, ispirazione, incanto, nella prospettiva che essa sia non tanto una evanescenza ma la proiezione dell’anima del corpo da cui ha preso forma. Nella concettualità dell’ombra anche il Sud stesso si innesta come colui che esiste tra l’idea e la realtà, tra la motivazione e l’atto, come diceva Thomas Stearns Eliot. Ed è quindi in questa dimensione che il poeta rivela tutte le sue fragilità, consapevole che queste siano talmente tanto importanti da sentirsi quasi asfissiato e senza forze, pur nella prospettiva di imparare da queste a vivere la vita lontano dagli inganni dell’uomo moderno.</p>
<p>Ed è quindi una lotta, quasi impari, tra il moderno e l’antico, nei versi e nei daccapo, a fare della lirica stessa icona di conflittualità quasi sempre impossibili da ricondurre alla quiete, alla pace inconsistente di un momento. Come se in quel lembo di terra, che si espande sino a New York, o a Varese, ma sempre di fionda dal Sud, vi fosse una guerra da cui nessuno possa uscirne vivo. Perché destinata a creare orfani, morti, vivi che non sanno di esserlo e cimiteri di <i>“solitudini a schiera:/ La pietra è la sola materia/ l’unica anima caritatevole/ che si faccia intaccare dal piccone della rabbia(…)”</i></p>
<p>È questo di Luca Crastolla un lavoro di “prezioso artigianato poetico” in cui, nella pittorica scala cromatica, non manca il nero. Un colore capace di rende esattamente la sofferta consapevolezza di ciò che è stato, di quello che non si è potuto modificare o di quello che si è voluto supinamente subire, tale da diventare occasione per tracciare un bilancio sofferto degli insegnamenti, spesso mancati, degli errori, in una parole delle “maestranze” ricevute in dote dal destino o scientemente ignorate dalla nostra volontà, in una lezione sentita nel sangue, devastante come gli “orrori” che si rifrangono ingiustamente nelle parole e nei volti dei vissuti.</p>
<p><i>Dispiace la miseria delle parole/<br class="autobr" />l’aver confuso la lista dei doni con l’indice dei rendimenti;/<br class="autobr" />l’aver raccolto di fretta i calzini; l’aver scelto di tacere <br class="autobr" />di nuovo la pelle come quando le stagioni erano <br class="autobr" />poche, ma promettevano alternate partenze. Dispiace <br class="autobr" />l’aver scelto la quieta natività sulle porte a soffietto dell’anno;/ <br class="autobr" />l’esser scesi alla fermata sbagliata; l’aver ceduto <br class="autobr" />il posto all’altro nello specchio che non si degna di uno <br class="autobr" />sguardo/<br class="autobr" />Dispiace la miseria delle parole, la violenza <br class="autobr" />di ogni tentato riscatto adibito a risarcimento</i></p>
<p><strong>Luca Crastolla</strong> nasce nel 1974 a Fasano dove risiede. Laureato in Scienze dell’educazione, attualmente lavora come educatore psichiatrico. Nel 2018, per Controluna Edizioni Poesie, pubblica la sua prima silloge dal titolo “L’ignoranza della polvere”. Il suo nome compare nell’antologia “Paesaggi liberi” raccolta di poesie pubblicata nel 2018 a tema la violenza sulle donne, e nel 2019 nell’antologia “Nel corpo la voce” sempre per Controluna. Il libro scelto fa parte de “i Poeti“ una collana di poesia diretta ad Andrea Casoli per Gattogrigio Editore.</p>
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		<title>Quando preme il canto sul nervo</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/04/29/quando-preme-il-canto-sul-nervo/</link>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 08:41:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Poesia scelta: <strong>Quando preme il canto sul nervo</strong><br class="autobr" />Autrice: Annalisa Mercurio</p>
<p style="text-align: center;">Quando preme il canto sul nervo<br class="autobr" />mi perdo in galassie<br class="autobr" />al fulcro dei gangli, <br class="autobr" />in immagini da elidere prima dell’anossia<br class="autobr" />– immagini invisibili a disanime umane.<br class="autobr" />Un viaggio salvifico<br class="autobr" />nella memoria del sangue<br class="autobr" />l’attesa del morso al frutto dell’Eden,<br class="autobr" />ed è grazia e condanna <br class="autobr" />l’universo che m’attraversa <br class="autobr" />nel tempo di un ’amen’.</p>
<p><strong>A cura di</strong> Emanuela Sica</p>
<p><i>“Non so dire da dove giunga a me la parola. Quella che sento più mia, per assurdo è come se giungesse da un luogo che potrei definire ‘al tempo stesso fuori e dentro me’, un corpo fatto di nervi ossa e sussurri, poi immagini, suoni e il fiato che sembra mancare un attimo prima che tutto sia chiaro.”</i></p>
<p>È la pressione, la traccia esplorativa della dimensione più intima e umana di chi siamo. Quando il canto, la parola, la potenza evocativa della stessa arriva, come una saetta, a sollecitare non solo il nervo corporale più materiale, quello per intenderci cucito nella carne, insieme a milioni di suoi compagni, ma soprattutto quella serie di gangli cerebrali che aprono atmosfere oniriche alle sinapsi che si rincorrono come lucciole nella notte dei tempi. Allora, prima della fine, prima della mancanza di ossigeno ai tessuti ovvero prima della chiusura definita della vita al mondo dei suoni e delle raffigurazioni, quando la catarsi del corpo prenderà la strada del nulla, ci saranno ancora immagini e scenografie da aprire ed in cui camminare, sentire, percepire, per poi metabolizzare la chiara dimensione, trasparente al resto degli esseri umani, del nostro interiore, del nostro Io (nell’accezione di Es e non Ego e di cui parleremo più avanti) non inteso in senso egoistico ma come casa in cui abitiamo e viviamo per essere ciò che siamo anche in contrapposizione a quello che vogliamo mostrare al resto dell’universo.</p>
<p>Spesso la coscienza dell’Io viene definita “egoismo” in quanto, non appena sorge quel senso soggettivo segue inevitabilmente il senso del mio. Il senso dell’io e delle cose sentite come appartenenti all’io, insieme, costituiscono l’egoismo. Eppure l’ego è visto come una componente naturale degli esseri viventi, il loro centro, io qui la vedrei nell’accezione di “anima” corrispondente al greco <i>kentrom</i> [centro]. L’anima [atta] è considerata infatti il centro dell’essere vivente, il nucleo imprescindibile. Secondo la “visione” buddista le persone comuni non possono perciò sbarazzarsi né prescindere dall’ego ed ecco perché, probabilmente, l’uomo sperimenta senza tregua la dinamica dell’egoismo. Benché sia vero che non è continuamente in atto, si manifesta ogni volta che viene vista una forma, udito un suono, percepito un odore o un contatto, o pensato un pensiero. in ogni manifestazione dell’Io-mio possiamo vedere la globalità della malattia egoistica, indipendentemente dal contatto sensoriale che l’ha innescata. Dalla percezione dell’egoismo poi si passa, anche con violenza, all’egocentrismo: uno stato perturbato che induce false comprensioni, un modello di pensiero incentrato su se stessi senza considerazione per gli altri. Ogni azione è riferita a se stessi. Si è in balia dell’avidità, dell’odio e dell’illusione. Quando si esprime questa dimensione la “malattia” fa un salto esponenziale diventando capace di danneggiare non soltanto noi stessi ma anche gli altri. È proprio questo il più grande pericolo per il mondo. Gli attuali problemi e il disordine esistente sono dovuti all’egocentrismo degli individui e delle fazioni che danno vita a gruppi in conflitto. Il conflitto non viene dal desiderio di lotta ma dalla coazione dell’egocentrismo, perché non si sa come controllarlo. Non sappiamo opporci al suo potere, ed ecco che si instaura la malattia. Il mondo è contagiato dal virus della malattia “egoica” perché nessuno ne conosce la cura. O forse la cura, esiste?</p>
<p>Proviamo a riflettere utilizzando il seguito della poesia. Nel locus in cui “le essenzialità”, in questo caso ci riferiamo alle “vicissitudini” interiori dell’autrice, prendono la coscienza del sé, diventano pavimento, mura, pilastri, tetto, conforto oltreché porte, chiusure rispetto al fuori. È come se si volesse lasciare oltre la soglia di casa quello che all’esterno aleggia e cerca, spesso con insistenza, di entrare. È quello il privato di “immagini” invisibili che non possono essere comprese dalla ragione umana e dal seguente attributo della riflessione razionale. Sono evanescenze leggere che hanno però potenza e una sostanza talmente carmica da essere di nutrimento alla vita, balsamiche carezze per arginare la recrudescenza dell’altro, di colui che non si conosce, dell’ignoto.</p>
<p>La fluidità del vero, legato delicatamente alle parabole emotive, alle sinergie esistenziali che dalla poetessa si liberano nella parola ricercata e sentita come ispirazione e devozione al canto poetico, ci fa trasmigrare in un viaggio che “salva” chiunque voglia essere salvato. La strada è quella che, partendo dal nostro bagaglio emotivo, dalla memoria del vissuto, dai reticoli di storie che crea il sangue che ci scorre nelle vene, si discosti da quella originaria, dal peccato primordiale, e ci conduca alla grazia dell’innocenza. Ma come si può prescindere dal peccato, dalla condanna che giocoforza preme sulle nostre spalle, che modifica la bilancia dei resoconti non al netto ma al lordo dei pentimenti e delle frustrazioni per ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, per quello che avremmo voluto dire e non abbiamo detto, per le innumerevoli domande a cui non abbiamo inteso dare risposta se non il silenzio? Il peccato è la traccia originaria della malattia egoistica, di quella traccia di dolore che parte dal voler essere al di sopra di quel Dio che ha creato il mondo e di decidere la condanna da offrire a questo?</p>
<p>Facciamo un breve passo indietro. La parola Ego deriva dal latino e significa letteralmente “io”, per cui rappresenta generalmente la propria persona e la coscienza di essere chi siamo. Esso costituisce una delle tre topiche con le quali Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi, divideva le funzioni psichiche: Es &#8211; Ego &#8211; Super-Ego. Il primo è l’istinto, il secondo è la dimensione cosciente e razionale della mente, mentre il terzo è l’istanza psichica che controlla il comportamento morale e i doveri. L’Io cercherebbe di bilanciarsi costantemente fra le pressioni del Super Io e quelle dell’Es, che comprende desideri e paure inconsce. Invero Carl Gustav Jung, preferiva parlare del Sé, ovvero della psiche totale, che comprende l’Io-coscienza e l’inconscio. Questa mi pare una dimensione più corretta considerato che non pone L’Ego o Io al centro della psiche, ma lo considera come facente parte di un tutto più vasto, nel quale un ruolo preponderante per il nostro funzionamento psichico è attribuito all’inconscio. Altresì, ego coincide con una ben definita funzione psichica e, secondo ricercatori di neuroscienze, esiste una zona cerebrale espressamente dedicata a questa. Vi è, difatti, una connessione fra l’attività mentale autoreferenziale e la corteccia prefrontale mediale, che si trova nella parte anteriore del lobo frontale. Esisterebbe quindi una zona del cervello che si attiva primariamente quando ci riferiamo al nostro Ego con parole e pensieri. in ogni caso, la naturale sede dell’Ego o io cosciente si trova nella neocorteccia, la zona di più recente sviluppo del cervello. Il cervello antico è invece quello che si &#8220;occupa&#8221; degli istinti e dei bisogni primari dell’uomo: non sorprende pertanto che la civiltà contemporanea spesso esalti il primo cervello (e quindi la razionalità) a scapito del secondo: per questo si parla spesso di Ipertrofia dell’Io, ovvero dell’importanza eccessiva che spesso si attribuisce a questa finzione, relegando sullo sfondo emozioni e istinti. Ecco spiegato, se non erro, l’inclinazione quasi “neuronale” della poesia, legata a termini come “nervo, gangli, anossia”</p>
<p>Allora, quale sarebbe il gancio a cui ancorare la nostra salvezza? Azzardo, potrebbe essere un ritorno alla “naturalità” alla grazia di quello che eravamo prima che tutto mutasse? Per dirla attraverso la concezione di Pasolini, nell’epilogo del film Edipo Re, che fa tornare il cieco Edipo, dopo i suoi viaggi raminghi, al prato antico dell’infanzia e qui si ferma.<i> “Era tutto qui, quello che egli cercava, nella sua tenebra? È il sublime angolo folto dei salici, argentei, rustici e selvaggi, che lasciano cadere i loro rami sull’acqua che se ne va lenta. Il luogo dove per la prima volta, gli occhi di Edipo distinsero e riconobbero la madre</i>. La cinepresa ferma su quest’immagine, animata da un inenarrabile vento, esplode il sonoro, “il canto”, la musica del motivo da cui essa trae: quella misteriosa del tempo infantile &#8211; il canto d’amore profetico &#8211; che è prima e dopo il destino &#8211; la fonte sempre sgorgante e infinita di ogni cosa. Così Edipo dice:<i> “O luce, che non vedo più, che prima eri stata in qualche modo mia, ora mi illumini per l’ultima volta. Sono tornato. La vita finisce dove comincia.” </i> Probabilmente è questo il viaggio salvifico da fare, il ritorno al grembo materno, simbolicamente idealizzato, per Pasolini dal prato dell’infanzia, mentre per l’autrice nel giardino dell’Eden, prima del morso maledetto, prima che la corruzione del peccato ci travolgesse, prima che la preghiera si concluda con una volontà che non è la nostra ma legata ad un destino che ci sorpassa nel viaggio. Eppure la parola &#8220;amen&#8221;, usata nel finale [una parola della lingua aramaica, la lingua che Gesù parlava in famiglia e nella quale pregava privatamente], derivando dal verbo &#8220;aman&#8221; significa fondamentalmente <i>&#8220;essere fermo/stabile&#8221;</i>. È quindi un viaggio da fermi quello che compie l’autrice? A mio avviso si, le gambe della poetessa sono saldamente ancorate al presente ma è la mente a muoversi nel solco della memoria. In questa essa ritrova la grazia e la dimensione in cui riesce a salvare la sua emotività colpita dagli eventi che gli ha preservato il destino (ma potrei anche sbagliarmi).</p>
<p><strong>Annalisa Mercurio </strong> nasce a Rimini nel 1969. Si diploma nel 1986 al liceo artistico Giovanni da Rimini e contestualmente consegue il diploma di ballerina classica. Dal 2000 vive in Puglia, terra che segna il suo verso tanto quanto lo segnano gesto e corpo. Danzatrice sia classica che contemporanea, sente la scrittura come estensione della propria fisicità. Complice il lockdown, nel 2020 inizia a salvare i propri scritti e ad aprirli al pubblico. E’ tra gli autori della silloge “Tra un fiore colto e l’altro donato” Aletti editore; Pubblicata da: “Le parole di Fedro” (Dicembre 2020, Novembre 2021, Marzo 2022); “Il Lucano Magazine” rubrica Poeti e versi; (Luglio 2021); “Poetarum Silva” (Novembre 2021, Dicembre 2021)</p>
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		<title>Le anime soffiano dai muri</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/04/22/le-anime-soffiano-dai-muri/</link>
		<pubDate>Fri, 22 Apr 2022 08:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=81654</guid>
		<description><![CDATA[<p>A cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p><em>Poesia scelta: <strong>Le anime soffiano dai muri</strong></em><br class="autobr" /><em>Autore: Umberto Piersanti</em></p>
<p>le anime soffiano dai muri,<br class="autobr" />nel solaio<br class="autobr" />dove c’è le sorbe<br class="autobr" />e le crepe sono fitte<br class="autobr" />e scure,<br class="autobr" />l’odore delle sorbe<br class="autobr" />dentro la paglia<br class="autobr" />è d’un giallo chiaro<br class="autobr" />come quel frutto,<br class="autobr" />sale fino alle travi<br class="autobr" />e t’entra dentro,<br class="autobr" />nessun altro l’uguaglia<br class="autobr" />neppure il mosto<br class="autobr" />dentro le botti vecchie<br class="autobr" />che delle stalle<br class="autobr" />toglie il tanfo<br class="autobr" />e fa l’aria buona<br class="autobr" />ma nella casa scura<br class="autobr" />del Valubbio,<br class="autobr" />quella storta e stretta<br class="autobr" />lì, sì c’è<br class="autobr" />d’aver paura,<br class="autobr" />lì dalle crepe<br class="autobr" />esce come un vento<br class="autobr" />misto ad urla<br class="autobr" />e pianti,<br class="autobr" />in quella casa<br class="autobr" />non devi<br class="autobr" />mai entrare<br class="autobr" />tu l’hai vista<br class="autobr" />una sera<br class="autobr" />quella casa,<br class="autobr" />ma da lontano,<br class="autobr" />camminavi là sopra,<br class="autobr" />e poi sei corso via,<br class="autobr" />da quella casa<br class="autobr" />bisogna stare lontano<br class="autobr" />no, non è nebbia<br class="autobr" />ma fumo,<br class="autobr" />fumo fitto e amaro<br class="autobr" />quello che dalla casa<br class="autobr" />esce<br class="autobr" />e che t’invade,<br class="autobr" />ma se nessuno abita<br class="autobr" />lì dentro<br class="autobr" />sono le anime<br class="autobr" />che accendono il fuoco?<br class="autobr" />nella luce gloriosa<br class="autobr" />dell’aprile<br class="autobr" />sei tornato a vedere<br class="autobr" />quella casa,<br class="autobr" />verdissimo il campo<br class="autobr" />lì dinnanzi,<br class="autobr" />i peri in fiore,<br class="autobr" />le porte spalancate,<br class="autobr" />le stanze liete<br class="autobr" />e poi sul tetto<br class="autobr" />c’era una colomba<br class="autobr" />così tenera e chiara<br class="autobr" />come quella sull’Arca<br class="autobr" />dopo il diluvio,<br class="autobr" />quella che il prete<br class="autobr" />ci racconta<br class="autobr" />alla dottrina<br class="autobr" />[Ottobre-novembre 2021 – tratta da “I luoghi persi ed altre poesie inedite”, Crocetti Editore]</p>
<p><strong>A cura di</strong> Emanuela Sica</p>
<p>La scenografia del sentire, in apertura di questa poesia, viene costruita con la grazia del soffio. Il movimento è un “andare” areo e trasparente che si dipana e stacca il momento passato dalle mura, pregne di storie e vite, di cui si conosce quel quid che serve a comprenderne il significato anche se, così appare, manca un pezzo per chiudere il cerchio della conoscenza. <br class="autobr" />E quel qualcosa rimane ad aleggiare sempre avvolto da una coperta di mistero e stupore, mista a paura e smarrimento. Come se da quel “respiro” delle “anime”, che hanno abitato quei luoghi, provenisse non soltanto una narrazione del sé ma quasi una condanna da cui ci si voglia necessariamente allontanare. <br class="autobr" />La percezione è figlia della consapevolezza di quanto sia potente il passato che prende casa nei luoghi in cui siamo stati protagonisti o visitatori per un determinato periodo della nostra esistenza oppure che abbiamo soltanto scorto in lontananza come un eco che perdura nella sua potenza di richiamo ancestrale e che allunga le mani fino a toccare grappoli di vite sospese ad un passo dal nulla. <br class="autobr" />Nella rimembranza di una determinata casa, del solaio completamente assuefatto all’odore delle sorbe che venivano poste a maturare nella paglia, si materializza quasi una “smossa fragorosa” all’olfatto fanciullo che riesce a percepire l’intensità di quell’odore capace di sovrastare finanche il mosto nelle botti che, per conto suo, era così potente da eliminare, finanche, il tanfo della stalla e “fa l’aria buona”.<br class="autobr" />A questa segue un’altra dimensione onirica e direi, per alcuni versi, piena di pesanti arcani presagi che fuoriesce dalle mura di un’altra casa, quella “scura” del “Valubbio” che viene dipinta con i tratti più cupi proprio perché non riesce a comprendere l’enigma di quel passato che orienta, paurosamente, il sentire dell’autore. In essa scalcia il desiderio di un necessario abbandono capace di costruire, con le opportune precauzioni emozionali del caso, un’essenziale distanza. Qui l’aria non è buona, non lo si dice apertamente ma l’intendimento è chiaro, circostanziato dal seguente passaggio: “bisogna stare lontano”.<br class="autobr" />Un cosciente avvertimento (al figlio?), una richiesta a non inoltrarsi verso quella dimora, oltre quelle mura proprio per non farsi travolgere ed avvolgere dal terrore che si mette in moto dalle crepe da cui esce “un vento misto ad urla e pianti”. <br class="autobr" />Da questa frase è chiaro il riferimento ad un “abitato” in cui la sofferenza l’ha fatta da padrona rispetto alla serenità che probabilmente non ha mai dimorato in quel perimetro di mura, porte, finestre. <br class="autobr" />Tuttavia il consapevole bagaglio emotivo che il poeta esplicita nei versi stretti e impilati, come colonne salde a costruire un vissuto che quasi si combatte ma che, allo stesso tempo, si comprende nella sua poderosità, resta comunque un po’ chiuso nell’anima di chi scrive. Come qualcosa da custodire e non svelare per le ripercussioni che la “verità” potrebbe avere. <br class="autobr" />Questo perché quel luogo è fatto di materia e “immateria” insieme, di pietre e anime entrambe, anche se per spazi temporali diversi, soggiogate dalla distruzione e dal perimento. <br class="autobr" />Quando parlo di immaterialità mi riferisco alle vesti di personaggi, divenuti fantasmi all’attualità, che hanno avuto i natali in quel luogo, che hanno camminato in quelle stanze, che hanno vissuto e maggiormente sofferto quella casa come locus di esistenza ma anche di sofferenza creando con quello spazio un rapporto quasi simbiotico come se neanche il trapasso le abbia spostate da quei posti e continuino a vivere nonostante siano divenute trasparenti. Sicuramente presenze che la sensibilità introspettiva dell’autore riesce ancora a sentire con la stessa intensità di come quando erano in vita, forse perché da quelle anime nasce un richiamo a non spegnere la memoria e la rimembranza (pur negativa) di quei posti resa ancor più consapevole e forte dalla durezza del ricordo. <br class="autobr" />A seguire, nella narrazione poetica, si delinea una “visione” duplice di quella dimora così carica di recrudescenti emozioni e paure. Da un lato lo sguardo al “fumo fitto e amaro” che sa di antico dolore, capace di accendere comunque fuochi che generano angoscia e spavento insieme. <br class="autobr" />Elementi questi capaci di tessere le trame storiche di quei posti con i colori più cupi e pesanti. <br class="autobr" />Dall’altro il ritorno a quei luoghi nella “luce gloriosa dell’aprile”, di converso alla prepotenza emotiva dell’inverno, come un atto di passaggio alla stagione della luminosità che contrasta, essenzialmente e quasi voracemente, con la immagine sfocata ma greve della stagione fredda, così come freddo e ancestrale è phatos che si genera. <br class="autobr" />Sicuramente si è tornati in quella casa in un momento primaverile, quando i campi erano verdi, i peri in fiore e sul tetto il simbolo della quiete e della pace era presente come a dire che dimensione di quel posto era mutata verso la redenzione. Come se si fosse trattato di un corpo che, al margine del trapasso, caricatosi dell’agonia misteriosa e ineluttabile della morte, abbia intrapreso successivamente il cammino della resurrezione. <br class="autobr" />Ci potrebbe essere, in questi versi, un non detto che sento fuoriuscire con una certa prepotenza che mi porta a pensare ad una consistenza, quasi metafora, di questo luogo capace di infiltrarsi nel tessuto connettivo e storico della Pasqua (dal greco “pascha” e a sua volta dall’aramaico “pasah”) che significa propriamente “passare oltre”, quindi “passaggio”. <br class="autobr" />È opportuno ricordare che gli Ebrei, in origine, legavano la Pesach all’attività agricola ed era la festa della raccolta dei primissimi frutti della campagna, a cominciare dal frumento, solo in seguito divenne celebrazione annuale della liberazione degli ebrei dalla schiavitù, significato che si aggiunse all’altro, come ricordo della fuga dall’Egitto e del fatto che con il sangue degli agnelli si fossero dipinti gli stipiti delle porte affinché l’angelo sterminatore, come dice la Bibbia, passando da quelle “case”, risparmiasse i primogeniti. Ancora oggi, la cena pasquale presso gli Ebrei si svolge secondo un preciso ordine detto Seder. Ci si nutre di cibi amari per ricordare l’amarezza della schiavitù egiziana e lo stupore della libertà ritrovata. Per celebrare la Pasqua gli israeliti al tempo di Gesù ogni anno si recavano a Gerusalemme. Anch’egli vi si recava. La sua morte avvenne, infatti, in occasione della pasqua ebraica. Egli per i cristiani è l’agnello pasquale che risparmia dalla morte, il pane nuovo che rende nuovi (cfr 1Cor 5,7-8).<br class="autobr" />E forse è questo il “passaggio” da una “casa” carica di oppressione, angustia, inquietudine, malessere e incertezza ad una “densa” di vita, nell’accezione più simbolica possibile come quella legata alla fioritura delle gemme in primavera che poi portano i frutti sull’albero, prima spoglio durante l’inverno e carico di assenze e poi magicamente ricondotto dal caldo e dalla luce alla vita generativa. <br class="autobr" />Casa come corporalità egoica? Come esistenza soggettiva che muta nella sua accezione spirituale e si evolve a cosa nuova? <br class="autobr" />Chissà. Sicuramente è un azzardo fare questa considerazione eppure dall’acquisizione dei versi, dalla metabolizzazione della parola che è fluida e pregnante di significato, carica di elementi naturali, di richiami alla terra e alla gente di quella terra, non sono riuscita a contenere la divagazione del mio animo che ha letto, tra le righe, anche una parte del silenzio.<br class="autobr" />A volte c’è nella poesia una parte di celato che, come è avvenuto in questo caso, pretende di essere portato alla luce anche se gli appigli per la riemersione sono davvero pochi. Considero questa poesia come una sorta di “Giano Bifronte”. Come suggerisce il nome latino, Giano (<i>Ianus</i>) è il dio del passaggio (che si compie, in origine, attraverso una porta, in latino <i>ianua</i>); presiede infatti a tutti gli inizi e i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte, i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma anche l’inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dèi stessi, del mondo, dell’umanità (viene infatti chiamato <i>Consivio</i>, cioè propagatore del genere umano, che viene seminato per opera sua), della civiltà, delle istituzioni.<br class="autobr" />Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro sugli Auspici che “<i>Giano è colui che plasma e governa ogni cosa e unì, circondandole con il cielo, l’essenza dell’acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell’aria, leggera e tendente a sfuggire verso l’alto, e che fu l’immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti”. Settimio Sereno lo chiama &#8220;principio degli dèi e acuto seminatore di cose</i>&#8220;.<br class="autobr" />Anche Sant’Agostino nel suo De Civitate Dei ricorda che “<i>ad Ianum pertinent initia factorum” e come perciò al Dio competa “omnium initiorum potestatem</i>”. <br class="autobr" />E dunque prendendo spunto dalla simbologia della figura di Giano da un lato si materializza il volto della casa come centro (statico) del (nostro?) passato, dall’altro, invece, come centro (fluido) della (nostra?) rinascita. Al di là dei luoghi dell’infanzia, che sempre restano custoditi nei nostri pensieri, legati ai sensi della vita lì trascorsa, la casa è prima “chiusa” (asfissiante quasi) e piena di nebbiose presenze spettrali…poi si apre. Ed è così che dalle “<i>porte spalancate</i>” e dalle “<i>stanze liete</i>” sembra fuoriuscire non più dolore ma liberazione da quel male, come se un diluvio universale fosse sceso a lavare la materia umana ed esistenziale di quel luogo e l’avesse mondata dei suoi peccati e quindi, appunto, rinascita.</p>
<p><strong>Umberto Piersanti</strong> è nato ad Urbino nel 1941 e nella Università della sua città insegna Sociologia della Letteratura. Le sue raccolte poetiche sono La breve stagione (Quaderni di Ad Libitum, Urbino, 1967), Il tempo differente (Sciascia, Caltanissetta- Roma, 1974), L’urlo della mente (Vallecchi, Firenze, 1977), Nascere nel ’40 (Shakespeare and Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986), I luoghi persi (Einaudi, Torino, 1994), Nel tempo che precede (Einaudi, Torino, 2002), Los lugares perdidos / I luoghi persi (Contrapunto (sial), 2011) Les lieux perdus / I luoghi persi, traduzione Monique Baccelli (Harmattan, 2014) Tierra y mito (Uniediciones/Samuele Editore, trad. Antonio Nazzaro, 2019), L’albero delle nebbie (Einaudi, Torino, 2008) che ha vinto i seguenti premi: Premio Pavese Città di Chieri, Premio San Pellegrino, Premio Giovanni Pascoli, Premio Tronto, Premio Mario Luzi, Premio Alfonso Gatto, Premio Città di Marineo. Nel 1999 per I quaderni del battello ebbro (Porretta Terme, 1999) è uscita l’antologia Per tempi e luoghi curata da Manuel Cohen che ha anche scritto il saggio introduttivo. Il suo libro di poesie più recente è Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos, 2015), finalista vincitore al Premio Dessì 2015 e vincitore dei seguenti premi: Premio Montefeltro 2015, Premio Pontedilegno 2016, Premio Tirinnanzi 2016, Premio L’Onor D’Agobbio 2016.&#8221; E’ stato tradotto sia in francese, con il titolo Les lieux perdus, sia in lingua rumena, con il titolo In alt timp, in alt loc. Autore di quattro romanzi, L’uomo delle Cesane (Camunia, Milano, 1994), L’estate dell’altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001), Olimpo (Avagliano, 2006) e Cupo tempo gentile (Marcos y Marcos, 2012), di due opere di critica &#8211; L’ambigua presenza (Bulzoni, Roma, 1980) e Sul limite d’ombra (Cappelli, Bologna, 1989), Anime perse (Marcos y Marcos, 2018). Ha curato insieme a Fabio Doplicher l’antologia di poesia italiana del secondo novecento Il pensiero, il corpo (Quaderni di Stilb, Roma, 1986). Ha realizzato un lungometraggio, L’età breve (1969-70), tre film-poemi (Sulle Cesane, 1982, Un’altra estate, Ritorno d’autunno, 1988), e quattro &#8220;rappresentazioni visive&#8221; su altrettanti poeti per la televisione. Le sue poesie sono apparse sulle principali riviste italiane e straniere come &#8220;Nuovi Argomenti&#8221;, &#8220;Paragone&#8221;, &#8220;il verri&#8221;, &#8220;Poesia&#8221;, &#8220;Poetry&#8221; etc. In Spagna, nel 1989, presso l’editore Los Libros de la Frontera, collana El Bardo, è uscita l’antologia poetica El tiempo diferente (testo italiano a fronte, traduzione di Carlo Frabetti). Un’altra antologia tradotta da Emanuel di Pasquale è stata pubblicata negli Stati Uniti con il titolo Selected Poems 1967-1994 (Gradiva Publications &#8211; Stony Brook, New York, 2002). È presente anche in numerose antologie italiane e straniere e tra i premi vinti ricordiamo il Camaiore, il Penne, il Caput Gauri, l’Insula Romana, il Mastronardi, il Piccoli, il Frascati. Tre testi filmici L’età breve, Nel dopostoria e Sulle Cesane insieme a numerosi interventi sulla sua opera cinematografica, sono usciti nel volume Cinema e poesia (Cappelli, Bologna, 1985) a cura di Gualtiero De Santi. Attualmente dirige la rivista Pelagos. [Biografia estratta dal suo sito <a class="spip_url spip_out auto" href="http://www.umbertopiersanti.com/bio.php" target="_blank" rel="external nofollow noopener">http://www.umbertopiersanti.com/bio.php</a>]</p>
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		<item>
		<title>Conterò i giorni</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/04/12/contero-i-giorni/</link>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 08:52:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p><em>Poesia scelta: <strong>Conterò i giorni</strong></em><br class="autobr" /><em>Autore: <strong>Gil Ferando</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">Conterò i giorni<br class="autobr" />al silenzio che assale<br class="autobr" />questo tempo di attesa<br class="autobr" />che addolora le mani.</p>
<p style="text-align: center;">Tra noi vi è stato qualcosa<br class="autobr" />simile alla grazia<br class="autobr" />che ancora abita la tua carne<br class="autobr" />il tuo volto. Si fa tardi il mondo</p>
<p style="text-align: center;">per questo mio cuore di carta<br class="autobr" />fragile alle dita, ai tagli improvvisi<br class="autobr" />alla scrittura dei ripensamenti.</p>
<p style="text-align: center;">Avrei voluto per noi un altro destino<br class="autobr" />il ritorno a un’alba di luce<br class="autobr" />dopo il lungo esilio delle lingue<br class="autobr" />su altri discorsi di mute parole.</p>
<p style="text-align: center;">Ma le ore felici non hanno pietà,<br class="autobr" />costruiscono muri di silenzi<br class="autobr" />per tenere lontano ogni dolore.</p>
<p><strong><br />
A cura di </strong> Emanuela Sica</p>
<p><i>“L’amore si dispiega in un infinito d’incontri senza storia, eppure reali come ogni storia.”</i> È questo il tracciato emotivo in cui prende forma la poesia, ed è lo stesso autore a dircelo. La dimensione della lirica tuttavia è quella più intima ed esistenziale di un uomo che si trova, nella curva di un amore ormai concluso, a contare i giorni di un’attesa che, probabilmente, non avrà mai fine. L’aspettativa inconsapevole che preme sul cuore e sulle mani del tempo così come una mancanza severa taglia in due il momento dell’esserci con il non esserci. Eppure, nell’assoluto concetto di amore, che in questa lirica trae nutrimento da ogni singola parola, non di certo scelta a caso ma lasciata fluire dalla fonte affettiva e immediata dell’ispirazione e del cantico dell’innamoramento, si intravede un elemento prevalente, che emerge dal magma interiore, che non dipana sentieri fatti di carne ma “qualcosa simile alla grazia” che pur abita il corpo e lo rende più vicino ad una eclettica concezione spirituale come se ogni percezione simbolica fosse derivazione di quell’amore così importante e così cocente che rende fragile anche la scrittura che ne deriva. Quello che viene alla luce è una presunta incapacità, dell’introspezione poetica, di rendere appieno il tenore e la consistenza di quell’amore, che rende anche un cuore fatto di parca materia, molto simile alla carta e poco paragonabile al muscolo vitale da cui traiamo energia, nutrimento, afflato emotivo e in una parola la vita stessa. Nella mente dell’autore aleggia una paura fatta prevalentemente di “incomunicabilità”. Si sente quasi incapace di esprimere il vero senso di quell’amore. Tuttavia, per fortuna di chi legge, rimane ancorata solo nella mente del poeta che, invero, lo rende chiaro e pregnante nella sua forza espressiva per farci partecipi, in prima persona, di un sentimento così intenso quanto coinvolgente. <br class="autobr" />Per forza di cose nella poesia c’è una narrazione del rapporto declinato al passato, quel <i>“tra noi vi è stato”</i> (e non c’è più) si muove di riflesso muto al verbo che s’accompagna al successivo verso <i>“avrei voluto per noi un altro destino”</i> (che non vi è stato). Questi collegamenti ci danno modo di giungere ad una cristallizzante e immutabile certezza: ciò che non ha permesso l’unione di due mondi, pur destinati a incontrarsi sempre per la stessa mano, è stato il gioco crudele del fato. Un uomo e una donna allontanati da forze sconosciute e severe, posti nella condizione di non viversi più, di non essere quello che in cuor e in animo avevano in mente di essere. Volge al desio, alle ore più buie della notte, quel sofferto rapporto che non è più unità, che non è più “noi” ma è divenuto soggettività distante dove le anime, di chi si è appartenuto per un breve lasso di tempo, si muovono fluide e sinuose, danzando su note di grande rassegnazione, di tristezza indefinita eppure cariche di rispetto e riconoscenza per quello che si è vissuto.<br class="autobr" />La lirica di Ferando porta con sé una sorta di elegia, ricondotta all’attualità carica e di smarrimento consapevole, del tempo dell’amore, nelle sue molteplici e variegate sembianze, che si allunga a tessere una storia e un percorso che poi, per un caso, ha avuto fine. Nonostante tutto, però, le maglie di quel legame sono ancora strette a tal punto da sembrare quasi inverosimile l’allontanamento dai luoghi in cui quell’amore aveva un perimetro evidente eppure infinito di bellezza e desiderio insieme. Preme il necessario riallaccio delle lingue, oramai destinate all’esilio, a percepire e assaporare, di nuovo, il gusto dell’altro, nei baci manchevoli di sostanza, solo e semplicemente anelati, desiderati, ma impossibili da mettere a frutto nell’incredulità di chi scrive, ripiegato sul margine di un dolore che pulsa e crea scompiglio nella sua esistenza. <br class="autobr" />Neanche parlarsi è possibile. Quando un rapporto finisce il distacco è sia corporale che verbale. Le mani non si tengono più, il fisico attua l’allontanamento materiale, l’olfatto perde la cognizione dell’odore altrui, la bocca il sapore dell’altra, gli occhi perdono la visuale dell’altro, finanche l’udito è destinato a vivere il silenzio nell’assenza di parole, nella chiusa di una fonte che prima dava energia al ruscello ed ora è diventata diga che argina momenti e storie destinate a dimenticarsi? Non è dato sapere se vi sarà mai una vera e propria arresa al disegno dei numi, a quello che non era nei progetti di una qualche divinità che, pur nella sua assenza terminologica, appare aleggiare in quasi ogni singola costruzione poetica, come quel deus ex machina (divinità che scende da una macchina, quest’ultima intesa come marchingegno) che, nel teatro antico, rappresentava la divinità scesa a sorpresa dall’alto mediante un meccanismo per sciogliere l’intreccio critico della trama, altrimenti non risolvibile dai protagonisti umani sulla scena. Anche perché almeno in uno dei due il pensiero volge a desiderare un ricongiungimento affettivo. Tuttavia, la chiusa stessa è una recrudescenza del dolore, di quelle ore felici che, in rimembranza, non hanno pietà di quello che oggi si soffre in due a distanza. Eppure la scrittura si potrebbe innestare di “ripensamenti”, le vite potrebbero ritornare nella dimensione originale, quella in cui i sentimenti erano condivisione di emozioni e non distacchi senza senso. Siamo capaci di mutare il destino che ci viene concesso? O siamo burattini in balia degli eventi? Probabilmente l’autore si lascia andare alla consapevolezza negativa “dell’arrendevolezza” che costruisce muri piuttosto che aprire porte per permettere l’ingresso di quel tempo “felice ma passato” nella sua, ormai, solitaria esistenza. <br class="autobr" />Eppure il Dalai Lama diceva, a proposito del destino: <i>“Nessuno è nato sotto una cattiva stella; ci sono semmai uomini che guardano male il cielo”</i> e Stephen Hawking aggiungeva <i>“Einstein sbagliò quando disse: &#8220;Dio non gioca a dadi&#8221;. La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio gioca a dadi, ma che a volte ci confonda gettandoli dove non li si può vedere”.</i> Con questo mi piace lasciare aperta la porta al mutamento…anche di situazioni apparentemente irreversibili, basta solo impegnarsi a “guardare” nella giusta direzione perché<i> “il nostro destino viene formato dai nostri pensieri e dalle nostre azioni. Non possiamo cambiare il vento ma possiamo orientare le vele.”</i></p>
<p><strong>Gil Ferando Romano </strong> sessantenne, si definisce mendicante di bellezza, clochard della parola poetica, pio lettore praticante; devoto ai libri, propri compagni di strada.</p>
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		<title>A volte sono</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/04/05/a-volte-sono/</link>
		<pubDate>Tue, 05 Apr 2022 08:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=80851</guid>
		<description><![CDATA[<p>a cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p><em>Poesia scelta: <strong>A volte sono</strong></em><br class="autobr" /><em>Autore: <strong>Marco Oldmascio</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">&#8220;a volte sono aria, sospeso</p>
<p style="text-align: center;">fiato espulso dalla bocca</p>
<p style="text-align: center;">disperso dentro il niente</p>
<p style="text-align: center;">a volte sono buccia, scarto</p>
<p style="text-align: center;">racchiuso in un sacchetto</p>
<p style="text-align: center;">pronto per essere gettato</p>
<p style="text-align: center;">a volte sono foglia, stacco</p>
<p style="text-align: center;">dal ramo, dolcemente</p>
<p style="text-align: center;">a terra plano</p>
<p style="text-align: center;">a volte sono un uomo&#8221;</p>
<p><strong>A cura di</strong> Emanuela Sica</p>
<p><i>“Le mie poesie nascono nella mia insonnia, a cui sono molto legato. In essa vi è la presa di coscienza di quello che è e che non è l’uomo nella sua leggerezza e &#8220;pesantezza&#8221; nella continua ricerca di sé.”</i><br class="autobr" />Probabilmente la traccia espressiva della poesia che oggi andiamo ad analizzare è tutta nella definizione che lo stesso autore dà alla sua ispirazione artistica, in uno con l’espansione (interiore ed esteriore) di quel magma esistenziale che sente muoversi nell’animo e che dà forma alle parole che vengono, poi, alla luce.<br class="autobr" />In quella frase “a volte sono”, asciutta e senza costruzione artificiose, vi è lo zenit della più autentica crasi spirituale di Oldmascio che, nella comprensione dell’incomprensibile e del relativismo più profondo, riesce a esplorare tutti i mondi del suo io. <br class="autobr" />A volte definiti altre indefiniti ma sempre guardati con lo sguardo del disincanto e, al tempo stesso, della comprensione anche quando questi sono case del dolore, abitate per qualche tempo e mai davvero abbandonate. Come se nella sua stessa esistenza la frugalità del tempo e dei momenti non fosse mai un piatto giro di lancette ma avesse sempre e comunque dato significato e predominanza alle emozioni, anche quelle più labili oltreché a quelle più preponderanti. Nulla viene lasciato in disparte o poggiato sulla sedia della dimenticanza ma ogni azione e ogni vissuto crea l’uomo nelle sue molteplici forme, tutte differenti l’una dall’altra, a volte parossisticamente contrapposte tra sogno e realtà, altre volte spigolose scanalature della vita in cui si vorrebbe nuotare, altre guardate con lieto accadere, senza prendere tempo e togliere aria ai giorni. <br class="autobr" />L’aria, nella sua sospensione dell’afflato e del respiro, come soffio trasparente che entra per dare vita e anche come residuo che esce per buttare fuori il di più, quello che non si deve trattenere perché, in qualche modo, sporco, diventa termine di paragone con l’esistenza stessa di un uomo che muta, prende nutrimento e rilascia scarto, con la stessa velocità del viaggio che compie l’ossigeno nel corpo mortale. <br class="autobr" />Il niente che prende le porte del suo naso, per poi uscire della bocca, diventa la casa dell’invisibile, di quella temporale vacuità dell’essere umano che spesso si sente una nullità nella dimensione dell’universo, troppo piccolo per modificare il corso degli eventi ma abbastanza grande per fronteggiarli in una guerra che, tuttavia, pur compresa nella sua inutilità, si combatte lo stesso. <br class="autobr" />Identica similitudine viene fatta con i termini quali “scarto”, “buccia”, “rinchiuso in un sacchetto”. Tutti elementi esteriori di cui si può fare a meno nella pretesa che la materia pregiata, la polpa, o qualcosa che non andrà mai in una pattumiera sono elementi di cui pure è fatto il suo vissuto ma che, nel rapporto col tempo che fluido scorre, non sono più nella stessa posizione di partenza. <br class="autobr" />La caducità della vita, pur nell’accezione negativa del termine, permane nella traccia poetica, si riesce quasi a vederlo, l’uomo, che percorre il tempo sul filo teso dei giorni, facendo dell’equilibrio una virtù di sopravvivenza e che, allo stesso tempo, ricerca la stasi, il porto calmo in cui disfarsi dei pesi esistenziali e lasciar riposare l’anima al calmo barlume della nostalgia e dell’incanto. <br class="autobr" />Si apre, a questo punto, la metempsicosi con la natura, nella sua delicata consistenza di foglia, che appartiene al ramo per un lasso di tempo, giusto quello di venire al mondo. In questa immagine vi è la certezza che nulla è fisso nella sua dimensione, ma ogni cosa si muove con la stessa eleganza di quel “pezzetto di natura” che prima è padrona della fermezza e, subito dopo, viene lasciata in balia del vento, nel distacco dalla sua ancora di salvataggio, dal suo mondo primordiale. <br class="autobr" />Nel breve lustro di quella stessa “vita” eletta al ramo e all’albero, alla concretezza di un mondo che affonda le sue radici, saldamente, nel terreno fertile, si riesce anche ad essere “uomo”.<br class="autobr" />Albero come fonte di vita da cui consapevolmente siamo costretti a staccarci, rispettivamente madre e padre, un tutt’uno fatto di corteccia e linfa che al suo interno supera l’apparente staticità del tronco. <br class="autobr" />Pur se l’alchimia che accompagna i versi sembra propendere per il pessimismo la simbologia della “foglia” ci dice altro. Vediamo perché. Essa simboleggia la crescita, la fertilità e il rinnovamento, basta pensare a come in primavera gli alberi srotolano le foglioline verdi, come in estate si mostrino grandi e forti e come in autunno si richiudano su di sé diseccandosi per poi cadere, un ciclo vitale che assomiglia molto alle fasi della vita di un essere umano, nasce piccolo e delicato, cresce forte e robusto, invecchia riempiendosi di rughe e poi muore. Non da ultimo, nella storia i grandi imperatori, i grandi letterati e gli esponenti più di rilievo della società hanno sempre indossato corone di foglie per simboleggiare la vicinanza alla divinità e la vittoria [ancora oggi i laureandi hanno il capo cinto da una corona di alloro a simboleggiare la loro riuscita]. Ed ancora in Cina poi il simbolismo della foglia prende un posto molto importante nell’Albero Cosmico, dove ogni foglia di questo albero rappresenta ogni essere dell’Universo. <br class="autobr" />Allora come valutare quest’ultimo verso nel contesto dell’ispirazione poetica? Io mi lascerei prendere per mano dall’uomo che, alla fine della lirica, compare a definire la ricerca dell’autore, nel suo essere pirandelliano, direi, uno, nessuno e centomila per giungere in questa multifocale ottica ad essere pienamente una persona, nell’accezione terminologica di uomo con un costrutto emotivo, emozionale, culturale, filosofico. Uomo anche aperto alle variegate stagioni della vita, nell’accettazione più vera che nella diversità del proprio io, nelle mille sfaccettature dell’essere, si ricompone il puzzle della vita per diventare storia e parlare di quello che si è stati alle future generazioni. Anche perché “uno” è l’immagine che ogni individuo ha di sé, “nessuno” rappresenta tutto quello che il protagonista sceglie di essere (per Pirandello ma credo anche per Marco) e “centomila” ritrae, chiaramente, l’immagine che gli altri hanno di noi.<br class="autobr" />Probabilmente anche questa poesia, come l’opera Pirandelliana, compie un’indagine sulla libertà, un’indagine di natura fondamentalmente psicologica, che si risolve con la demolizione della gabbia dell’uomo stesso, con la distruzione di ogni sua fissa e anche positiva identità, attraverso una specifica operazione [descritta puntualmente nel romanzo del 1925] di “decostruzione della temporalità della coscienza e la perdita volontaria della memoria.”<br class="autobr" />Proprio per questo, qui si passa dall’aria, intoccabile e trasparente, allo scarto per la pattumiera, di cui molto volentieri ci si vuole disfare, alla foglia nell’accezione di nascita e rinascita evolutiva e, si finisce, nella materia più importante e, allo stesso tempo, più immateriale possibile, perché fatta anche di anima e cuore: l’uomo. Per questo, probabilmente, il poeta non ci dice che tipo di foglia è. Da questa mancata precisazione si rende evidente che l’eterogeneità dei mutamenti e dell’umano viene sentito e conosciuto, altresì preso in carico, dall’animo di chi scrive come energetico balsamo, elegiaco d’esistenza. <br class="autobr" />Come qualcosa che cura e mette al mondo l’essere, anche nelle mille trappole della vita, mutevole, non prefabbricato nelle convezioni o nelle concezioni antiche e moderne, capace di trasformarsi e, altresì, adattarsi alle vicende terrene con una camaleontica capacità, cosicché nella “mancanza di sonno”, anche detta insonnia, si muove la vicenda umana di quel “quid pluris” che si analizza unitamente alle ombre e alle luci che lo accompagnano nelle ore del giorno ma soprattutto della notte. <br class="autobr" />In questa poesia si percepisce un processo di de-personalizzazione, o de-realizzazione, un sentimento invincibile di irrealtà riferita sia a se stessi che al mondo esterno, che causa l’inizio della trasformazione psichica in direzione della libertà (possibile). E quale libertà si prefigura se non quella della foglia portata dal vento? Capace di muoversi in ogni direzione ma anche semplicemente di planare sul terreno, arrestando così la sua esperienza di vita? Per tale motivo il tentativo di liberazione ha il suo primo e fondamentale presupposto nella necessità di far corrispondere la libertà con l’abbattimento delle difese personali, di tutti quei meccanismi psicologici che, seppure garantiscono una necessaria ed adattativa protezione, impediscono all’uomo di liberarsi veramente, di essere davvero quel che si è e non una maschera per la società.</p>
<p><strong>Marco Masciovecchio</strong>, ovvero Marco Oldmascio in ambito poetico, è un impiegato e vive a Roma. Ha due passioni la fotografia e la poesia; ha partecipato a mostre fotografiche collettive e concorsi nazionali e internazionali; nella poesia è in attesa della sua prima pubblicazione. È conosciuto nel web, in ambito fotografico come Redart Photographer.</p>
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		<title>Testamento dell’invisibile</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/03/31/testamento-dellinvisibile/</link>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2022 09:02:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>a cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Poesia scelta: <strong>Testamento dell’invisibile</strong><br class="autobr" />Autore: <strong>Gianpaolo G. Mastropasqua</strong></p>
<p><strong> <i>perché sei la casa dell’essere<br class="autobr" />la domanda abitata da tutte le risposte</i> </strong></p>
<p style="text-align: center;">Figliolo, ora che la clessidra terrestre è stata<br class="autobr" />capovolta, ora che il tempo divora gli ultimi<br class="autobr" />grani di voce residui, sebbene non sia stato<br class="autobr" />un padre esemplare, sebbene non abbia avuto<br class="autobr" />che un paio di versi come eletti discendenti <br class="autobr" />prima di ritornare a casa nella mia vera casa<br class="autobr" />voglio dirti la verità anche se è solo una verità:<br class="autobr" />ricorda che la realtà è un ponte e una luna <br class="autobr" />ha una faccia visibile al cuore e l’altra invisibile<br class="autobr" />agli occhi, ricorda che l’anima e l’inconscio<br class="autobr" />sono gemelli siamesi, hanno un solo volto<br class="autobr" />di bimbo millenario che sorride, rammento <br class="autobr" />ma il primo sorriso distingue il bene dal male, <br class="autobr" />il secondo si nutre di emozioni e non distingue<br class="autobr" />alcun male; ricordati che Dio ha molti nomi <br class="autobr" />come l’io, che l’arte e la scienza sono figlie <br class="autobr" />della poesia, e non credere a chi crede<br class="autobr" />che la poesia solo letteratura sia, ricordati<br class="autobr" />di essere folle, perché solo chi è folle, folle<br class="autobr" />di sogni, folle d’amore, folle di vita,<br class="autobr" />non diventerà mai pazzo come il mondo. <br class="autobr" />Figliolo, quando il sole scomparirà nelle ossa <br class="autobr" />accendi una candela per me e combatti: <br class="autobr" />quando la pupilla fisserà pietrificata <br class="autobr" />il Tibet della fiamma, nel silenzio fulvo<br class="autobr" />di un minuto, ti unirai gradatamente <br class="autobr" />all’assemblea delle albe, fino a svegliarti <br class="autobr" />in un lago nudo che evaporerà <br class="autobr" />in un grido di giorni in preghiera <br class="autobr" />e in quel viaggio d’ombra, nervo <br class="autobr" />e luce, non avrai sete perché sarò lì<br class="autobr" />ad espirare in te questo tepore <br class="autobr" />per ispirarti parole mai pronunciate,<br class="autobr" />sulla nuca dei tempi ti solleverò nutrendoti <br class="autobr" />con foreste di raggi, foglie di neve,<br class="autobr" />lì aspetterò galoppando l’inquieto seme <br class="autobr" />del fuoco, nel timido sibilo esplosivo <br class="autobr" />tra l’aria e il fulmine, perché lì solo <br class="autobr" />ho vissuto, ai confini dei venti taglienti,<br class="autobr" />non ho mai camminato sulla cera molle<br class="autobr" />non mi sono mai addormentato al centro <br class="autobr" />di un sorriso, ma sempre tra le onde acute <br class="autobr" />dei margini, specchiandomi nel buio <br class="autobr" />di un pennello colorato, impastando <br class="autobr" />le linee in sillabe minute sulla tela<br class="autobr" />della parola spirito in via della libertà, <br class="autobr" />benché il male bussasse ogni notte forte <br class="autobr" />alla mia porta con sembianze amiche, <br class="autobr" />nessuno mai ha varcato la soglia di casa, <br class="autobr" />e mai la lava mi ha mutato in pietra <br class="autobr" />e mai mi sono sentito a casa.</p>
<p>A cura di <strong>Emanuela Sica</strong><br class="autobr" />Nel semitono di un gioco umbratile, dove la luce stacca il profilo alle ombre e la scenografia appare superba nella sua consistenza evocativa, ecco che si materializza, nelle maglie del tempo, il gomitolo di una vita che, srotolandosi, viene a concludere i suoi giorni negli ultimi pensieri di un padre. <br class="autobr" />Un uomo, una storia, un interprete di soggettivi momenti esistenziali, custode e curatore anche di quelli destinati a un’altra vita che, lui stesso, ha contribuito a mettere al mondo. <br class="autobr" />La casa dell’essere, nell’incipit legato ai versi successivi, anche se apparentemente sganciati dalla poesia, diventa tutt’uno con la lirica di Mastropasqua che, con la sapienza di un uomo al termine del suo giro di lancette, alla fine di quello che è, probabilmente, il suo “viaggio salvatico” nella dimensione esistenziale, raggiunge l’apice della maturazione, non semplicemente corporale ma prevalentemente emotiva. <br class="autobr" />E quella “domanda abitata da tutte le risposte” è la riconoscenza essenziale che si dà all’intelletto, alla mente umana, capace di non fermarsi davanti all’apparenza ma di scavare solchi profondi nella conoscenza. Quasi come se il “dubitare”, il porsi delle domande, voglia dire che si aspira a farsi parte delle cose che ci circondano, senza tralasciare, in alcun modo, l’essenza rispetto all’esteriorità. <br class="autobr" />Prima di lasciarsi andare nelle braccia della morte, prima di mettere la parola conclusiva al suo passaggio terreno, mentre gli ultimi granelli di sabbia scendono nella clessidra capovolta, che logicamente non potrà mai più ripartire per quella vita, si materializza il momento dei resoconti. La linea che chiude l’operazione della sottrazione o dell’addizione, il bilancio conclusivo di chi comprende che è giunto il momento di lasciare più che parole anche una testimonianza scritta di chi era stato, di chi non si è stati in grado di essere. <br class="autobr" />Non si discute il lascito, il testamento della memoria, della verità o della follia stessa, si prova a raccontare, nella percezione di chi scrive, con la penna intinta nella dimensione più intima e soggettiva, cosa sia il legato emozionale, quello che non si vede ma esiste come assioma di verità e bellezza, insieme alla totalità di una eredità che non ha denaro contante (o forse lo ha ma non è questo il punto) ma “conta” i momenti della vita, gli affetti, le sensazioni, le percezioni, le velleità, le concretezze e le necessarie idee di aldilà capaci di trasportare il dopo di noi in un mondo inequivocabilmente migliore di quello che stiamo lasciando.<br class="autobr" />In questo “calcolo” si tolgono gli errori che diventano esempi di insegnamento utili ad evitarne ulteriori in futuro. L’esperienza diventa plastica materia che si lavora per creare calici ricolmi di precetti che hanno il gusto della corposa concretezza mista ad retrogusto, a volte impercettibile e altre volte pastoso, che risale sino alle tempie, come gradazione alcolica, di sofferenza. <br class="autobr" />La catarsi del poeta, nel padre morente, è un atto d’amore che disegna i tratti più belli di una poesia moderna e romantica al tempo stesso. Il fulcro della necessità è tutto insito nel dono che si lascia in dote a chi resta. Bisogna e si deve mantenere la candela accesa nonostante il buio dei tempi, nonostante le catastrofi del mondo e della cattiveria esplosiva dei tempi. <br class="autobr" />Si arena sul foglio un’esistenza vita fatta di tanto vissuto e di altrettante assenze, mancanze, come nell’evoluzione dell’uomo, dalla sua genesi primordiale, al vagito di vita, all’ingresso dell’aria nella bocca. E, nella corporalità vibrante di una nuova nascita, fino all’alito finale, quando “il sole scomparirà”, sarà quello il momento a partire dal quale il viaggio diventerà per lui “nell’ombra” e, per chi resta, “nell’assemblea delle albe”, dove è sempre luce la fiamma che alberga a rinvigorire i cuori e le maree sollevano in rifrangenza le ispiranti preghiere che alitano libertà e devozione ai sorrisi. <br class="autobr" />È la confessione di un padre che ha combattuto le sue battaglie, che ha vinto ed è stato sconfitto, quella che si lascia andare in questi versi, fluidi come il sangue nelle vene di un simulacro etero dinamico e assoluto, fatto di mente e cuore. <br class="autobr" />Una confidenza privata che determina un elogio che sovrasta il tutto: quello della follia, consapevole che l’io, in commistione necessaria con l’arte, con la poesia, ci permette di “vivere” veramente e di non sopravvivere soltanto. <br class="autobr" />Si scatena così la fondativa convinzione che non vi debba essere mai la resa alla quotidianità, alla piatta calma di un lago immobile, preferendosi le acque galoppanti, le “onde acute dei margini” e “dell’inquieto” ove il “seme” del “fuoco” crea esplosioni di magnificenza rispetto alla sostanza arida e brulla della “tranquillità”, anche se forse sarebbe più giusto parlare di: “assuefazione al quotidiano scarno e senza pulsioni”, volendo utilizzare un mio concetto alquanto estemporaneo rispetto alla singolare e caustica “noia” che avvolge e capovolge, spesso, l’essere umano. <br class="autobr" />Per questo, lo spirito che alberga, mai sopito, nei corpi, contrapposto al ritratto del male che oppone il nulla al tutto, diventa simbolicamente un pennello che, imperterrito continua a tracciare colori e “sillabe minute sulla tela” di una storia che ha ancora tanto da dire nonostante le sue ore volgano l’aspirazione al desio di nuova linfa anche se consapevoli di una fine già scritta. Non si arrende, neppure nella traccia testamentaria, la capacità del padre di seminare ancora nel terreno del figlio, ripulendolo delle erbacce che a nulla servono se non a infestarlo di evanescenze. La poesia diventa così un percorso, un viaggio verso qualcosa di più autentico, che si comprende davvero soltanto quando nulla più rimane alla vita che si spegne, se non la consapevolezza dell’oblio. Quell’essere padre, anche dopo la sparizione del corpo, sarà l’eredità invisibile che si lascia al figlio. Una presenza che non si eclissa sotto terra ma, evaporando, diventa aria utile alla sopravvivenza, diventa silenzio che maggiormente si tesse di parole anche dove l’eco ha perso la sua capacità narrativa. È consapevolezza di continuare a rendersi partecipe della vita del figlio anche quando la sua sarà diventata concime. <br class="autobr" />Le rimembranze dei lasciti diventano principi morali fondativi dell’essere un uomo nuovo. Un uomo che dall’esempio (onori ed errori compresi) del padre trarrà nutrimento per le future (e molto probabili) carenze vitali ed esistenziali: <i>“che la realtà è un ponte e una luna/ ha una faccia visibile al cuore e l’altra invisibile/ agli occhi, ricorda che l’anima e l’inconscio/sono gemelli siamesi, hanno un solo volto/ di bimbo millenario che sorride, rammento/ ma il primo sorriso distingue il bene dal male,/ il secondo si nutre di emozioni e non distingue/ alcun male; ricordati che Dio ha molti nomi /come l’io (…)”</i><br class="autobr" />Si delinea così una sorta di medicamento per le avversità, quasi un kit di pronto soccorso per le cadute in cui si potrebbe incappare, un modo per lasciare intravedere, anche nella notte più buia e nell’avversità più potente, una sorta di via di fuga, necessaria evasione per non lasciarsi andare nei momenti di difficoltà. <br class="autobr" />E’, ancora, un ulteriore elogio alla bellezza della vita, nonostante tutto il marcio che si porta appresso, nonostante le dolorose capienze delle sofferenze, nonostante il cortocircuito delle cattiverie. L’aspirazione sottesa è quella di rendere grazie al dono che si riceve, anche se costellato da elementi disturbanti, che poco ci attraggono verso la felicità e la quiete. È un invito a trovare, anche nella burrasca, l’ancora di salvezza per rendere solida la propria presenza nella società. Per questo, tutte le volte che il male dovesse bussare alla porta con sembianze amiche, quando la forma sarà parzialmente irriconoscibile, si chiede al figlio di non lasciarsi ingannare e di rispedire quei colpi al mittente, con la convinzione che ad ogni ingiuria c’è sempre un premio da ottenere. Ma forse questo testamento dell’invisibile, di quello che non si può toccare con mano ma che costruisce l’uomo rispetto all’animale, servirà anche a rendere anche il trapasso del figlio meno doloroso perché ad aspettarlo si porrà il padre, come da bambino faceva sulla soglia d’ingresso, per rendere quel luogo pauroso, in cui ognuno prima o poi giunge, una casa familiare. Ma questa è solo una mia interpretazione, come del resto tutto ciò che ho, sin qui, messo su carta.</p>
<p>Poesia estratta da “Viaggio salvatico” (Ed. Fallone, Taranto, 2018, prefazione di Giuseppe Conte)</p>
<p><strong>GIANPAOLO G. MASTROPASQUA</strong> nasce nel “Sud del Sud dei Santi” &#8211; Medico Psichiatra e Maestro di Musica. Ultimi libri pubblicati: Danzas de Amor y Duende (Ed. Enkuadres, Valencia, edizione bilingue, 2016) Viaggio salvatico (Ed. Fallone, 2018, prefazione di Giuseppe Conte, Premio Internazionale Nabokov), Ologramma in La minore – Accordatura orchestrale 432 Hz (Ed. Caosfera, 2019, note di Tomaso Kemeny e Valentina Colonna, Premio Speciale del Presidente delle Giurie Bologna in Lettere). Presente in una trentina di antologie italiane ed estere, nell’Atlante della Poesia Contemporanea “Ossigeno nascente” dell’Università di Bologna, in VIP (Voice of Italian Poetry) dell’Università di Torino e in Poetry Sound Library – Mappa Poetico-sonora della Poesia Mondiale, durante l’Expo di Milano tra i poeti italiani per il “Bombardeo de Poemas sobre Milan” opera del collettivo cileno Casagrande. Ha ideato e co-diretto il Grand Tour Poetico. É uno dei 7 poeti contemporanei italiani protagonisti del film-documentario della regista Donatella Baglivo “Il futuro in una poesia” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti nazionali ed internazionali.</p>
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		<title>Noctescit: Un tributo in memoria di Armando Saveriano</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/03/25/noctescit-un-tributo-in-memoria-di-armando-saveriano/</link>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 16:12:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>a cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p><strong>Noctescit: Un tributo in memoria di Armando Saveriano</strong></p>
<p><strong>Ogni notte cambia il suo dolore<br class="autobr" />e il mio pensare aggruma<br class="autobr" />c’è sempre un’ora che quando scocca<br class="autobr" />dimentica aperta la sua porta<br class="autobr" />io cerco affinità nelle orme<br class="autobr" />che le foglie non coprono<br class="autobr" />le bestemmie non colmano<br class="autobr" />Continuo a stare in grembo a Venere<br class="autobr" />queste parole sbocciano girovaghe<br class="autobr" />colpite all’ala<br class="autobr" />Togli le tue dita se vuoi legarmi a morte<br class="autobr" />scrosci di me spaventano<br class="autobr" />chi tiene il sangue acquoso<br class="autobr" />sosta nel desiderio anche chi non ha nome<br class="autobr" />s’ibernano le ombre molte e disciplinate<br class="autobr" />le chiamo a mio capriccio<br class="autobr" />e vestono i miei occhi<br class="autobr" />sfiora se vuoi le braccia<br class="autobr" />io taccio sulla sorte</strong> <br class="autobr" />[Armando Saveriano]</p>
<p><strong>Emanuela Sica</strong><br class="autobr" />Se la notte spegne il quotidiano e accende le illusioni, nei movimenti felpati degli occhi che si allentano dalla luce, si rivestono di emozioni e sentimenti, spesso messi da parte o inesplorati nella realtà, ecco che il pensiero di chi non c’è più, nel respiro che rallenta e si accomoda nel riposo, autenticamente viene a galla e dipinge una mancanza che considerare assoluta sembra poca cosa. Così Armando mi riappare nella dimensione di quella velleitaria chimera chiamata sogno e nel pieno possesso della sua giovinezza. Vestito come un signore d’altri tempi. Elegante, snello, nella sua forma fisica che più lo rappresentava. Era lui il poeta che sapeva catturare l’attenzione anche semplicemente con uno sguardo. Al di la delle parole che si liberavano fluide dalla bocca, per qualche verso “intricate” ad un orecchio inesperto, il mio, il nostro “maestro”, torna a vivere senza il dolore dell’addio. Anche adesso, da sveglia, voglio immaginarlo “bucolicamente” addormentato nel ventre di questa Primavera, pronto a germogliare sempre più rigoglioso anche ora che solo il suo corpo mortale è sotto terra. In un altro luogo invece, a noi sconosciuto, la sua anima, quieta e priva di quel dolore acuto e della speranza “disperata” che lo affliggeva, diventa un “diamante solare” che illumina in rifrangenza le nostre vite, quelle che ha toccato con la sua “sapiente e, a volte, burbera” presenza, col suo essere “unico” e “non mutuabile”; o quelle che ha solo sfiorato, addirittura quelle da cui, volontariamente, si è allontanato. E la sua irruenza, la sua verve, la sua spietata critica agli orpelli del nulla, diventa fertilizzante per noi che siamo il terreno in cui ha piantato, a grandi manciate, le sementi della sua arte, della sua “eclettica” poesia. Doni che abbiamo curato e raccolto anche e soprattutto insieme, perché Armando è stato capace di fare gruppo, di creare dei legami che ci accompagnano, anche ora, che non è più quel “verbo” che si “agita” nel centro vitale del suo mondo perché il destino ha deciso di “spostarlo” al centro del nostro.</p>
<p>Ritaglio dalla pelle<br class="autobr" />il districato lascito delle parole<br class="autobr" />le luminescenze dei sorrisi<br class="autobr" />i cruenti eccessi di un cuore<br class="autobr" />così tenace da fermare il nostro<br class="autobr" />mentre eri già altrove.</p>
<p>Ingabbiata incredula nella stasi dell’addio<br class="autobr" />ruvida scorza a sfrondare<br class="autobr" />il circolo polare artico dell’assenza<br class="autobr" />l’antico e florido gelso<br class="autobr" />a perdere i succosi frutti<br class="autobr" />nell’elegia più cupa del notturno.</p>
<p>“Tra le braccia della luna”<br class="autobr" />come il lessico del tuo profilo<br class="autobr" />dondoli sornione<br class="autobr" />e rinneghi le contrizioni<br class="autobr" />le suppliche del pianto.<br class="autobr" />Quale meravigliosa costellazione<br class="autobr" />attende la tua libertà<br class="autobr" />la corsa veloce dai pesi degli affanni?<br class="autobr" />Ora sei scintilla soave<br class="autobr" />ritmo d’inconsistenza<br class="autobr" />felicità dischiusa all’abbandono<br class="autobr" />in una parola<br class="autobr" />poesia.</p>
<p>“Se c’è un Dio<br class="autobr" />prego di andarmene nel sonno,<br class="autobr" />sono stanco…”<br class="autobr" />L’ultimo alito di vita<br class="autobr" />rinnegò il nostro desiderio<br class="autobr" />di tenerti<br class="autobr" />esaudi’ il tuo.</p>
<p><strong><br class="autobr" />Luca Crastolla</strong><br class="autobr" />Ciao Armando, oggi sono venuto a trovarti. C’era tanta gente (vorrei poterti dire) ma tu? Tu dov’eri? Qualcuno ha detto che eri serrato dietro una porta per fare dispetto a quei pochi. Uno dei tuoi scherzi pesanti che spesso gettavano nell’imbarazzo. Oggi il tuo scherzo più brutto, devo dirtelo. Del resto non sono qui a suonarti il violino: eri una persona burbera, tutta spigoli, difficile da trattare. Forse eri solo un uomo, un uomo molto arrabbiato; un figlio di questa vita, un fratello mai riconosciuto. Però eri anche un poeta generoso: con la tua poesia, certo, ma anche e tanto con quella degli altri. Non ti ho mai nascosto i debiti contratti in questo gioco d’azzardo: avevamo scritture e urgenze diverse ma tu avevi il talento e il mestiere per entrare nelle parole altrui e spronarle, centrarle. Di molti miei fuochi io sono stato la legna e tu il piromane. La legna da sola non sa come può avvampare. Molti dovrebbero riconoscerti questo: riconoscere che avevi un ego smisurato ma non conoscevi invidia, che il tuo valore lo affidavi ai versi, non alle bagatelle, e se incontravi qualcuno che poteva dare qualcosa alla poesia (come al teatro) lo lodavi, lo incitavi al di là di qualsiasi sua estrazione. Eri uomo di forma, bella forma, eri anche un uomo di sostanza. Ora, mentre me ne torno a casa, penso a quante telefonate sono corse su è giù tra noi, ma con rammarico penso anche che ci siamo visti molto poco, solo per eventi di poesia. Pensiamo che ci sarà sempre dato tempo di fare, d’incontrare, di stringere mani. Che vite facciamo: portiamo visite ai morti.</p>
<p><strong>Floriana Coppola</strong><br class="autobr" />Ci sono alberi nascosti<br class="autobr" />nella mandorla chiara del riso<br class="autobr" />alberi che fluttuano e fruttificano liberi<br class="autobr" />con radici forti della terra madre irpina<br class="autobr" />e una stanza piena di voci<br class="autobr" />voci del passato che ritorna<br class="autobr" />come fioritura dia acacia<br class="autobr" />voci a grappolo che fanno vino buono negli otri<br class="autobr" />e lui raccoglieva le sue voci di bambinofalco<br class="autobr" />intrecciate alle voci dei ragazzi<br class="autobr" />alla fontana, nei cortili, nella piazza<br class="autobr" />aveva la forza malandrina del giullare<br class="autobr" />e lo sguardo del maestro che spinge e avanza<br class="autobr" />con lui serrati in branco<br class="autobr" />uniti in stormo<br class="autobr" />a valanghe e a pioggia a lui<br class="autobr" />si ritorna<br class="autobr" /><strong><br class="autobr" />Davide Cuorvo</strong><br class="autobr" />Parlami, o dolore di cielo e silenzio.<br class="autobr" />Questa stanza non sfoglia<br class="autobr" />che un remoto sorriso, grida di<br class="autobr" />passaggio, taciuti traguardi.<br class="autobr" />Tu sai ch’io vivo nel nido dei passi<br class="autobr" />tuoi d’argilla, ora rassetta <br class="autobr" />il tramonto,<br class="autobr" />ravviva il giardino, schiudi per me <br class="autobr" />ogni notte. Negli sbalzi di luna<br class="autobr" />verrò a cercarti, Babbo, lì dove <br class="autobr" />dorme il tuo nome, al sole. <br class="autobr" /><strong><br class="autobr" />Silvana Pasanisi</strong><br class="autobr" />Armando <br class="autobr" />Scegli le parole adatte<br class="autobr" />scarnificale<br class="autobr" />Sacrificale quando vuoi <br class="autobr" />Tu sei l’arma più potente di questo tempo<br class="autobr" />Una volta pronunciate <br class="autobr" />accendi il fuoco e dimenticale<br class="autobr" />Di nuove<br class="autobr" />ce ne saranno di nuove <br class="autobr" />come un lungo amore epistolare<br class="autobr" />L’ultimo foglio è andato smarrito <br class="autobr" />Ti prometto che non lo troveremo <br class="autobr" />Fine non c’è per noi<br class="autobr" />Fine non esiste<br class="autobr" />Ma alba<br class="autobr" />vento<br class="autobr" />rumore<br class="autobr" />labbra dischiuse<br class="autobr" />mani raccolte<br class="autobr" />E sole che non si offende<br class="autobr" /><strong><br class="autobr" />Maria Consiglia Alvino</strong><br class="autobr" />Venerdì, prima ora di gennaio.<br class="autobr" />I ragazzi non ci sono<br class="autobr" />Io non ho dove andare.</p>
<p>Non c’è altro luogo che questo<br class="autobr" />buio non dire. Vorrei decidere<br class="autobr" />una parola, una sola<br class="autobr" />dentro il sentire.</p>
<p>&#8220;Ci vuole poesia nelle scuole!<br class="autobr" />Meno Leopardi, più Novecento!&#8221;</p>
<p>Sei tu,<br class="autobr" />ultima fila, ultimo banco.<br class="autobr" />Sorrido e mi pento,<br class="autobr" />pianto ancora ginestre.</p>
<p>Io prego<br class="autobr" />avere mente ardente<br class="autobr" />bocca sanguigna<br class="autobr" />sguardo amante<br class="autobr" />una luce dentro il gelo<br class="autobr" />calda come la tua parola<br class="autobr" />al mio.</p>
<p>Perché non ci sono maestri<br class="autobr" />che i buoni padri e le madri,<br class="autobr" />come tu fosti da una sedia<br class="autobr" />di coraggio azzurro, alata fantasia.</p>
<p>E quando i ragazzi torneranno<br class="autobr" />che sia con me dirotto il canto,<br class="autobr" />che io ti ascolti ancora, Maestro,<br class="autobr" />pure dentro al pianto.<br class="autobr" /><strong><br class="autobr" />Oana Lupascu</strong><br class="autobr" />Vicino all’entrata sulla soglia<br class="autobr" />Tra ieri e oggi sentivi<br class="autobr" />Il lamento dei secondi primi <br class="autobr" />Sui cardini dei giorni <br class="autobr" />Stipati come su binari morti<br class="autobr" />Albeggiavano alcuni desideri <br class="autobr" />All’incrocio dei pensieri<br class="autobr" />E ti esercitasti a trovare<br class="autobr" />gesti nuovi<br class="autobr" />Nel voltare delle foglie <br class="autobr" />All’incontro tra i primi raggi del sole<br class="autobr" />E quelli dell’astro già morente<br class="autobr" />Fanciulla dai capelli lucenti <br class="autobr" />Ormai senza la chiave di mondi infiniti<br class="autobr" />Concepisti me e poi io partorii<br class="autobr" />Clemente implorai la grazia <br class="autobr" />Voce potente in terra e nel cielo e nel mare<br class="autobr" />Per i miei versi appena nati <br class="autobr" />Nutrice di parole nuove<br class="autobr" />Guida nei momenti di passaggio <br class="autobr" />Testimone nella discesa agli inferi e oltre<br class="autobr" />Traghettatrice di pensieri <br class="autobr" />Fanciulla madre e vecchia<br class="autobr" />Mi celai per morire per poi rinascere ancora <br class="autobr" />Guarire e ridiventare intera<br class="autobr" />Come la luna che ci guarda indifferente<br class="autobr" />Ritorna mi avevi detto e io tornai<br class="autobr" />Là non importavo a nessuno <br class="autobr" />E allora tu dicesti ancora <br class="autobr" />La terra si ricorderà di te</p>
<p><strong>Federico Preziosi</strong><br class="autobr" />Ci si rimette allora alla parola<br class="autobr" />in questo smarrimento che percuote<br class="autobr" />le nostre solitudini, e gli incontri<br class="autobr" />non fanno più ritorno per una resa,<br class="autobr" />un grave impedimento oppure un sogno,<br class="autobr" />quel tuo morire in tronco che tenevi<br class="autobr" />stretto al sonno di vita per ciascuno.<br class="autobr" />L’azzurro dello sguardo, Maestro amico,<br class="autobr" />ha i voli degli stormi che dirigono<br class="autobr" />il proprio orientamento stagionale. <br class="autobr" />Staremo in compagnia della tua assenza<br class="autobr" />perché ci è cara l’incompiuta attesa<br class="autobr" />di ritrovarci pezzo dopo pezzo <br class="autobr" />magari dentro un sogno o un al di là,<br class="autobr" />tra le righe di un libro che ha goduto<br class="autobr" />dei tuoi pensieri colti e visionari,<br class="autobr" />dove interrotto ricomincia il dire <br class="autobr" />appeso a un filo, al modo che scandisce<br class="autobr" />la dizione del cuore, e ancora ridere<br class="autobr" />del modo in cui riprendi l’argomento,<br class="autobr" />al riaffiorare lesto il tuo linguaggio<br class="autobr" />sui tanti volti affranti che in un lampo,<br class="autobr" />Armando, la tua voce troveranno.</p>
<p><strong>Elena Deserventi</strong><br class="autobr" />Qui la tua voce non tace<br class="autobr" />non si incrina inattesa<br class="autobr" />è calda di respiro vicino<br class="autobr" />risuona in parole pronte<br class="autobr" />a aprirsi nel volo consueto<br class="autobr" />Non scende il sipario<br class="autobr" />sulla scena incompiuta<br class="autobr" />Aspetto e ascolto<br class="autobr" />Ci sei come rondine al nido<br class="autobr" />come impronta nel calco<br class="autobr" />come aria che libera va<br class="autobr" />Sei presente nell’assenza dal mondo<br class="autobr" />più presente che mai nel sospiro perenne<br class="autobr" />di un universo unico.<br class="autobr" /><strong><br class="autobr" />Antonio Califano</strong><br class="autobr" />Il mare oggi ha grano basso e<br class="autobr" />braccia prolisse <br class="autobr" />ha colore delle occhiaie <br class="autobr" />In certe ore apre le pagine e le schiume <br class="autobr" />accoltellano i piedi sa poco di sorella <br class="autobr" />quando al maestro i legacci hanno arreso<br class="autobr" />le vene frontali <br class="autobr" />uno scoppio masturbato ritornata Sibilla <br class="autobr" />Cosa mi dici<br class="autobr" />Passa l’infastidito è preoccupato per la sua<br class="autobr" />notte <br class="autobr" />non può trovare giovani donne con conchiglie<br class="autobr" />attente La tempesta è onesta si ripete <br class="autobr" />per sempre con i suoi fiati <br class="autobr" />si aggiunge come calar del sole alla bocca<br class="autobr" />mentre ti guida ad esca e dispensa alla lenza<br class="autobr" />è un’ulteriore tortura<br class="autobr" />Su quale arringa di mare resiste la madre <br class="autobr" />del tuo occhio quando sai quale lingua <br class="autobr" />ti ha preparato il letto dove si è vietata l’ultima<br class="autobr" />parola</p>
<p><strong>Maria Gabriella Cianciulli</strong><br class="autobr" />Dove sono i morti ora? <br class="autobr" />Nessuno cede al vento le sue radici <br class="autobr" />e tu le avevi già nell’aria <br class="autobr" />non come chi vive di Terra e di pietra <br class="autobr" />La tua ultima burla per dire<br class="autobr" />di libertà dal tarlo<br class="autobr" />sei volato via lasciando cadere le ali<br class="autobr" />e noi qui<br class="autobr" />Noi qui<br class="autobr" />a misurarle le tue ali<br class="autobr" />La tua ultima burla spazia nell’azzurro <br class="autobr" />e di azzurro sempre colorata<br class="autobr" />ha acceso la nuvola di rosa <br class="autobr" />Noi qui<br class="autobr" />col naso all’insù <br class="autobr" />tra piume e macigni il tuo dire<br class="autobr" />ha sposato l’infinito <br class="autobr" />dopo la lunga promessa<br class="autobr" /><strong><br class="autobr" />Ketty Martino</strong><br class="autobr" />Come se il sangue che scrive in vece mia <br class="autobr" />avesse, dal cuore, aperto un nuovo varco<br class="autobr" />come se il nodo che non si scioglie<br class="autobr" />fosse un abbozzo di parole impronunciate<br class="autobr" />come se i miei versi che chiamavi “asciutti” traboccassero<br class="autobr" />ora solo di immagini barocche avvoltolate su sé stesse</p>
<p>forse perché non c’è definizione esatta a contenerti<br class="autobr" />forse perché ogni verso (tuo) che rileggo, ogni iperbolica<br class="autobr" />canzonatura gronda ardore che nemmeno il cielo<br class="autobr" />è in grado di smorzare<br class="autobr" />forse perché affrancato ora dagli affanni<br class="autobr" />puoi godere ancor di più a strizzare l’occhio, <br class="autobr" />a stigmatizzare, a distribuire il tuo sarcasmo<br class="autobr" />in attesa di chi sappia afferrarne il senso e tenerti testa<br class="autobr" />forse perché spero caparbiamente che anche lassù<br class="autobr" />la vita e la morte siano faccende serie solo nei libri<br class="autobr" />e tanto oneste da restituirti il giusto.</p>
<p><strong>Angelo Curcio</strong><br class="autobr" />M’accecava entro barbaglii di sentire denso <br class="autobr" />quel per me sconosciuto scenario di barocco <br class="autobr" />lontano dai miei passi di curiosità <br class="autobr" />marcata e poco o nulla vezzosa <br class="autobr" />anche senza orma alcuna di dio a prendere possesso <br class="autobr" />dello spiritato silenzio delle navate <br class="autobr" />lo immaginavo <br class="autobr" />di quella sfumatura di pagliuzza aurea <br class="autobr" />che anche la più indigente zolla riesce talvolta a donare <br class="autobr" />contemplarlo poi dietro tabernacoli di palpebre <br class="autobr" />indugianti nel riposo prima del sonno <br class="autobr" />il mare dirimpetto quasi una parentesi <br class="autobr" />tra abissi di liquido e di siccità <br class="autobr" />un ponte privo di punti di fuga tra i parapetti <br class="autobr" />sospeso tra calce abbagliante di lirici greci <br class="autobr" />e opere di irrigazione in un deserto <br class="autobr" />di greggi e lupinella amara</p>
<p>Quei sogni all’apparenza macilenti <br class="autobr" />ma col sanguigno ben radicato <br class="autobr" />nelle vibrazioni di costato <br class="autobr" />ipotesi future addensate a rigoglio di memoria <br class="autobr" />per gioco di lancette mi anticipavano <br class="autobr" />quella Puglia che avrei conosciuta <br class="autobr" />e amata in giorno dentro cuore di versi <br class="autobr" />nuovo fondale di stoppie <br class="autobr" />oltre la severità del Calaggio o delle fonti tutte <br class="autobr" />che certa origine hanno ma mai foce prefissata <br class="autobr" />pareva transustanziarsi in pizzica di streghe <br class="autobr" />quell’ansito di pelli della tammurriata <br class="autobr" />che arabescava nella festa popolana <br class="autobr" />del raccolto condotto ai granai <br class="autobr" />io ai margini d’ogni cosa <br class="autobr" />attendevo un tramonto qualsiasi <br class="autobr" />come aroma di vermiglio colato sopra un’inferriata <br class="autobr" />o sugli eterni gemelli di metallo che m’avrebbero accolto</p>
<p>Quanto di me si faceva parola? <br class="autobr" />Quanto di agognate alture ritrovavo in brossura <br class="autobr" />o in inzaccherato e carbonaro ciclostile?</p>
<p>Più luce mi ritrovavo a invocare <br class="autobr" />come un mantra che agogna il mandala suo <br class="autobr" />raggi come specchi dalle pagine o da quella finestra <br class="autobr" />sghemba verso il monumento mai assopito del Partenio <br class="autobr" />una fiaccola da viandanti notturni <br class="autobr" />per quei dolori dal tascapane così povero di briciole <br class="autobr" />per quegli amori imbellettati d’apparenze <br class="autobr" />rime baciate dove ogni cuore si tramutava in fiore <br class="autobr" />con la pallida luna sullo sfondo <br class="autobr" />sempre pronta a mingere <br class="autobr" />a labbra dilatate la sua buona acqua di sospiri</p>
<p>Poi una lettera<br class="autobr" />In lettera 32</p>
<p>Sa quello che vuole la voce <br class="autobr" />spodesta i santi dal calendario <br class="autobr" />e le assi dalla polvere appiccicosa dei teatri <br class="autobr" />addita i fari senza rossore di cute <br class="autobr" />Lecce fuori dalle cartoline per i sandali <br class="autobr" />dei turisti macera fondali nuovi dove il mare <br class="autobr" />quasi mai balugina e ogni antico d’arco <br class="autobr" />a tutto sesto o di scalinata degradante <br class="autobr" />dal sacro verso un borbottare cocente <br class="autobr" />di umanità ai crocicchi diventa bulino <br class="autobr" />affilato sull’unghia qualcosa che va oltre <br class="autobr" />il seminare sillabe sulla superficie candida <br class="autobr" />finisce col somigliare a ogni strada mia <br class="autobr" />di macerie rimosse con gli umori del fiume <br class="autobr" />a far cappa e humus come se quell’arabesco <br class="autobr" />di barocco avesse assunto forma antropomorfa <br class="autobr" />un demone da nascondigli d’incenso <br class="autobr" />col vello docile sotto le dita e la luce <br class="autobr" />nuovamente che si fa guida in raggio <br class="autobr" />sparge saccaridi ustionanti sui frutteti <br class="autobr" />la riconosco (oh si!) in ogni martelletto <br class="autobr" />di consonante col vigoroso stupore <br class="autobr" />di discernere anche nella vampa dell’ora <br class="autobr" />allo zenit quanto possono essere oscuri <br class="autobr" />quei poeti e l’opera loro di pittura <br class="autobr" />fusa in un solo colore&#8230;</p>
<p>&#8230;e vanno oltre alcuni</p>
<p><strong>Lucia Triolo</strong><br class="autobr" />Armando</p>
<p>spezzato il verso e la voce<br class="autobr" />con l’occhio<br class="autobr" />sottratto alla causa<br class="autobr" />del solito gioco<br class="autobr" />l’ io capovolto ansimante<br class="autobr" />come albero divelto dalle sue stagioni<br class="autobr" />volevo dirti<br class="autobr" />un grazie<br class="autobr" />che affratella molte cose</p>
<p><strong>Maria Rosaria Di Sisto</strong></p>
<p>così le stelle in delirio di sole<br class="autobr" />aprirono il firmamento <br class="autobr" />altrove versi d’antico nettare<br class="autobr" />arrendevano il tempo<br class="autobr" />al tuo improvviso istante</p>
<p>ti aspetto a una finestra sempre aperta <br class="autobr" />e un’aria nuova ti canta e ti recitano <br class="autobr" />gli uccelli in scompiglio di piume<br class="autobr" />sei danza di vita <br class="autobr" />mia voce umana nell’immenso</p>
<p>e un grido universale ti contiene <br class="autobr" />quasi per richiesta d’amore<br class="autobr" />se portandoci un po’ addosso <br class="autobr" />e un po’ nel cuore saremo uno <br class="autobr" />di piccolo o grande indefinito</p>
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		<title>Alla primavera manca</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/03/22/alla-primavera-manca/</link>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 10:35:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Dentro l’anima della poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=80066</guid>
		<description><![CDATA[<p>a cura di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p><em>Poesia scelta: <strong>Alla primavera manca</strong></em><br class="autobr" /><em>Autore: <strong>Sergio Daniele Donati</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">Manca alla primavera<br class="autobr" />il soffio di ciò che langue,<br class="autobr" />la cura per ciò che nutre,<br class="autobr" />sparendo, le nuove stagioni.<br class="autobr" />Primavera è il bello che avanza<br class="autobr" />incurante della fatica della creazione.<br class="autobr" />Per questo ogni primavera<br class="autobr" />mi porta lontano <br class="autobr" />in un rosa che non abita <br class="autobr" />la mia anima<br class="autobr" />ma che tinge i miei occhi<br class="autobr" />d’una speranza antica.<br class="autobr" />La rinascita crudele <br class="autobr" />che cancella il dolore<br class="autobr" />per il virgulto<br class="autobr" />che mai ho potuto essere<br class="autobr" />ha nome primavera<br class="autobr" />agli occhi d’un mondo<br class="autobr" />perso nel sogno.</p>
<p><strong>A cura di </strong> Emanuela Sica<br class="autobr" />Si muove nella dimensione del sognato, del desiderato, la camminata a piccoli passi del poeta che si allunga all’estremo dei sensi o forse sarebbe più giusto dire che scende nelle profondità dell’anima sino a toccare con mano “l’assenza” di qualcosa che potrebbe definire la sua esistenza e che, di riflesso, aggiunge al mondo, alle stagioni, in particolare alla primavera quella necessaria “essenza” che la nutre e che la fa essere peculiare così com’è nell’immaginario collettivo. <br class="autobr" />Si perché la “primavera” è innanzitutto “presenza” di bellezza che “passeggia” nell’universo nonostante la “fatica” della creazione. Indipendente dalle cose che accadono all’umanità la stagione del fiorire e del “germoglio che sboccia” accade a prescindere da quello che rovina, fallace, sulla terra per restare immobile, morire, estinguersi. <br class="autobr" />Si comprende quindi che l’aspirazione è alla rievocazione di quella magica e ancestrale “primavera” che indirizza lo sguardo (indagatore) del poeta non solo al passato, a quello che ha “abitato” il suo animo e ha “tinto” i suoi occhi di una “speranza antica” ma soprattutto la necessaria resa delle brutture del quotidiano alla meraviglia di una rosa che, pur non essendo parte di quel mondo anelato e ricercato, diventa simbolo di rinascita e rievocazione di una vita che potrebbe essere “vista” in un’ottica differente e, magari, più avvolgente che prende e trasforma quello che tocca ed è, pertanto, maggiormente riflessiva e autentica.<br class="autobr" />Nei versi di Donati altalena la consapevolezza che la “cura” sia “l’elemento che manca” per rendere fruibile, concreta, la percezione del bello. Percezione che, probabilmente, non ha mai davvero preso forma nel “virgulto” che si desiderava essere ma che, nell’aspirazione dell’uomo che comprende quel doloroso difetto esistenziale, si rapporta al mondo con occhi pieni di sogni, nonostante tutto. <br class="autobr" />Che è un po’ come dire… “anche se la vita è stata severa con me, non facendomi crescere così come avrei voluto, come fiore di campo o gemma di pesco, lo stesso adoro e amo quella vita che mi è stata riservata.”<br class="autobr" />È questo quello che spesso viene chiamato “rendere grazie” nonostante le mancanze severe che il destino ci ha prefigurato. La religione del “tanto ho e mi basta” si sfila delicata nella figura dell’uomo che non si preoccupa di quello che non possiede ma si accontenta di quello che ha. <br class="autobr" />Ed anche se il mondo stesso ha perso consapevolezza di quello che significhi sognare, talmente tanto è avvolto dalla cattiveria, dalla carestia dei sentimenti più edificanti, dei valori fondativi l’essere umano, del rispetto, della misericordia, della fratellanza, della socialità intesa come cardine per la costruzione di migliori prospettive di vita nel futuro prossimo, comunque non si rinnega quello che ha raccontato la vita, nel monologo con se stesso e nel dialogo con gli altri. <br class="autobr" />Si nota, nella costruzione del verso, la sintesi di mondi che sono in perenne conflitto. Di un vissuto in bilico tra il dover essere e l’essere a prescindere dall’obbligo etico di dovere. La crasi di una quotidianità che si realizza nel necessario collegamento tra ieri e domani. Nel centro dell’uomo poetico vi è la resistenza all’attualità. Si perde e si ritrova l’io senza particolari ragionamenti o filosofie ma con la prospettiva di rendere concreto il desiderio che si ha del domani. Una sorta di evasione necessaria per costruire le aspirazioni future, i nuovi fiori che potranno nascere rigogliosi nel giardino, variegato e multicolore, dell’esistenza. <br class="autobr" />Prima di questa lirica che oggi analizzo, presa dal suo blog “Le parole di Fedro”, vi è una poesia di Claude Roy: <i>&#8220;Pensée qui à peine se pense,/la neige neige sur la neige./ Entends-tu qui marchent pieds nus/ s’avancer les pas du silence&#8221;</i><br class="autobr" />Probabilmente è insita in questa piccola citazione il canovaccio da cui il poeta parte per sviluppare la sua “aria” meditativa, quella per intenderci che si infila nei polmoni e crea la condizione utile alla riflessione sul senso da dare alle cose, anche e soprattutto a quelle che mancano, che non si possiedono. <br class="autobr" />Eppure, inversamente a quanto si possa pensare, da una prima e veloce lettura, non è questo un canto soggiogato dall’arrendevolezza, dalla sofferente consapevolezza che il mutamento non sia possibile e che non si arriverà mai a possedere ciò a cui si aspira. La poetica, in questo caso, si dirige nell’opposto senso. <br class="autobr" />Si rende conto di quello che potrebbe giungere a migliorare le cose, ha piena coscienza del pezzo di puzzle che manca ma, allo stesso tempo, idealizza la scoperta di una forza che potrebbe mutare ogni cosa anche quella che consideriamo immutabile. È in questa “coscienza” che si infiamma la luce della speranza capace di ribaltare “il granito statico del presente” mettendo tutto in discussione o, addirittura, riscrivere all’ultimo secondo un finale che sembrava inderogabile, senza possibilità di eversione. <br class="autobr" />È tutto qui il “disvelare”, il riconoscere “implicitamente o esplicitamente” il miracolo della “primavera” e quindi della “rinascita” dopo un lungo letargo di ogni essere che abita la terra. <br class="autobr" />Questo perché, sin dall’antichità, si credeva che nella stagione primaverile si verificasse un equilibrio cosmico perfetto, in grado di portare energie anche perché il “risveglio” della natura con i suoi colori accesi influisce anche sulla nostra vita, rappresentando quel momento opportuno per prendere coscienza di ciò che siamo per poi ripartire con slancio. <br class="autobr" />Non è un caso se, in ogni epoca e cultura, l’inizio della primavera è stato accompagnato da rituali e celebrazioni propiziatorie, con intenti e significati di costume e religiosi diversi, ma accomunati dal medesimo desiderio di riuscire ad essere “riposizionati nel mondo”, la cosiddetta “rinascita” unita al rinnovamento, qualcosa di essenzialmente presente nell’inconscio collettivo dell’umanità. <br class="autobr" />Ed è appunto un “rituale” quello che sottende alla poesia di Donati. Quello che, per il suo creatore, si concretizza nella “rinascita crudele che cancella il dolore”. <br class="autobr" />Per questo, tra le tante celebrazioni ritualistiche che caratterizzano la primavera, mi piace evidenziare quello dei “Misteri eleusini”, nati come riti religiosi misterici celebrati in onore a Demetra, nell’antica città di Eleusi, non lontano da Atene. Persefone, rapita da Ade, tornava dalla madre Demetra proprio in primavera, rappresentando la ripresa del ciclo della natura. L’intera popolazione vi partecipava con una processione durante la quale si agitavano le palme e si accompagnava la statua di Persefone fino al Tempio, dove la giovinetta si sarebbe ricongiunta alla madre. Demetra, felice di poter riabbracciare la figlia, avrebbe nuovamente fecondato la terra e destato gli animali dal letargo del rigore invernale. Ed è proprio nei rituali liturgici cristiani che sono evidenti le tracce di questa tradizione. Pensiamo al simbolo del grano e delle spighe, adoperato durante i misteri Eleusini, in considerazione del fatto che Demetra era la divinità delle messi e nelle spighe. Il colore giallo, poi, rappresentava la rinascita, come in ambito cristiano la spiga indica Gesù, il grande mietitore delle messi e la sua Resurrezione. Alcune tracce dei rituali connessi ai Misteri eleusini possono essere individuate nei cosiddetti “Misteri” del giovedì e del venerdì santo nella zona geografica del Salento, quando uomini scalzi incappucciati detti “Pappamusci”, allestiscono le chiese con cestini di grano giallo, riccamente decorati chiamati “i piatti”, e girano di sepolcro in sepolcro come penitenti e guardiani allo stesso tempo, rappresentando, altresì, gli iniziati ai misteri della morte e della risurrezione. Tale celebrazione viene denominata “I Misteri”, compresa la processione della Via Crucis, che, a parte il significato di memoriale del processo e della morte di Cristo, potrebbe sottolineare il misterioso percorso che l’anima compie per giungere a Dio. Ma non solo questo caratterizza una evidente similitudine con la pasqua cristiana che affonda radici nella tradizione giudaica. È utile ricordare che la “Pesach”, detta anche Pasqua ebraica, dal punto di vista religioso, ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa. In questo caso le celebrazioni durano otto giorni e culminano nel “Tanakh”, la cena rituale che si celebra nella notte fra il 14 ed il 15 del mese di “Nisan”, mentre i successivi sette giorni sono chiamati “Festa dei Pani non lievitati” o “Festa dei Pani Azzimi”. L’aspetto interessante è che, a parte l’importantissimo memoriale religioso, tale ricorrenza deriva da un’antica festa per il raccolto delle prime spighe d’orzo ed il relativo utilizzo per la predisposizione delle focacce. La “Pesach”, quindi, in ambito ebraico, segna anche il principio della primavera, assumendo anche il titolo di “Chag haaviv”, ovvero “festa della primavera”. È importante ricordare che il termine ebraico “pesach” (pasà in aramaico) letteralmente significa “passare oltre”, “tralasciare” ed ecco che si collega al racconto della decima piaga d’Egitto, quando il Signore colpì solo i primogeniti maschi degli Egiziani, nonchè la liberazione dalla schiavitù e l’Esodo del popolo di Israele. Ma il termine contiene in sé il significato generico di “passaggio”, quindi può essere inteso come appunto “rinascita della natura” e transito dall’inverno alla primavera, fino a diventare, nell’accezione cristiana, passaggio dalla morte alla vita e dalle tenebre alla luce.”<br class="autobr" />Infine, secondo alchimisti e astrologi, nella stagione richiamata dalla poesia sarebbe più abbondante lo “Spirito Universale” che feconda la Madre Terra. Spirito veicolato sulla Terra da particolari agenti atmosferici come la pioggia, i raggi solari ed il vento, che in tale stagione assumono connotazioni più incisive. Questo Spirito, che in maniera translata potrebbe essere anche chiamato “Anima mundi” non è altro che l’Amore in tutte le sue accezioni. Potrebbe essere questo “il soffio di ciò che langue” inserito nel secondo verso dal poeta? La risposta è soggettiva sicuramente ma mi piacere credere che sia proprio quello che “manca” stavolta alla primavera del nostro presente… tallonata com’è dalla guerra e dalla devastazione dell’egoismo di un uomo “solo”.</p>
<p><strong>Sergio Daniele Donati</strong> è avvocato e vive a Milano. Allievo di Haim Baharier. Studioso e insegnante di meditazione ebraica ed estremo orientale. Insegna cultura ebraica e meditazione in associazioni e scuole di formazione. Autore tra l’altro de &#8220;Il canto della Moabita&#8221; presso Ensemble Editore e de &#8220;E mi coprii i volti al soffio del Silenzio&#8221; Mimesis Ed. Cura il suo interessante e proficui blog: Le parole di Fedro.</p>
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