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	<title>Lettere &#8211; ITV Online &#8211; Irpinia TV Avellino</title>
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	<description>Notizie, approfondimenti e TV on demand</description>
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		<title>Le Verità dei Ragazzi</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/01/31/le-verita-dei-ragazzi/</link>
		<pubDate>Mon, 31 Jan 2022 09:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Clara Spadea]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Clara Spadea</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Franco Genzale) &#8211; Nove giorni fa abbiamo dato notizia della scomparsa del Dottor Pierluigi Cillo, medico chirurgo ortopedico di grande spessore professionale ed umano e &#8220;fondatore&#8221; della Ortopedia alla Clinica Malzoni. </em><br class="autobr" /><em>Nel corso della celebrazione del &#8220;settimo&#8221;, Alessandro Verona, 12 anni, uno dei nipoti del Dottor Cillo, ha voluto dedicare all’amato Nonno un ricordo molto toccante che per la sua genuinità potrebbe più generalmente interpretare il sentimento di tutti i &#8220;bravi&#8221; nipoti del mondo nei confronti di tutti i nonni &#8220;buoni&#8221; del mondo. </em><br class="autobr" /><em>Clara Spadea si è ispirata alle parole di Alessandro per offrirci un’analisi introspettiva decisamente originale e profonda delle &#8220;verità dei ragazzi&#8221;. </em><br class="autobr" /><em>Vi propongo la lettura del suo commento e, a seguire, il testo integrale della lettera di Alessandro a Nonno Pierluigi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="comunicato">
<p><strong>&#8211; di Clara Spadea &#8211;</strong></p>
<p>Quanti volti incrociamo durante la nostra esistenza?<br class="autobr" />In quante vite ci imbattiamo negli anni? Con alcune ci sfioriamo, con altre le nostre si intersecano, tante restano a noi sconosciute.<br class="autobr" />Ma quanto riusciamo davvero a capire e conoscere di questa folla di volti con cui in un modo o in un altro entriamo in contatto?<br class="autobr" />Io credo molto poco, perché nonostante la frequenza con cui magari dibattiamo con alcuni di essi, siamo a volte portati a giudicarli solo in base al ruolo sociale che rivestono o comunque soffermandoci su poche inutili apparenze che con la nostra presuntuosa sicurezza riteniamo possano darci la visione totale di una persona. <br class="autobr" />Sono invece convinta che se davvero si vuole capire l’essenza di un individuo, le risposte andrebbero cercate, quando possibile, nelle parole dei ragazzi: gli unici veri custodi delle verità per via della loro innocenza, della loro spontaneità, per l’assenza in essi di sovrastrutture, di pregiudizi, di muri, capaci come sono, come forse mai più, di esprimere ciò che recepiscono da chiunque in modo diretto, semplice, persino crudele a volte, ma sicuramente in maniera rispondente alla verità.<br class="autobr" />Così, ad esempio, pur avendo già una mia idea sulla professionalità e la rettitudine di una persona scomparsa purtroppo di recente, e mi riferisco in particolare al dottore Pierluigi Cillo, noto ortopedico di Avellino che ha dato lustro alla nostra città, in occasione della celebrazione del settimo dalla sua scomparsa sono stata profondamente colpita dalle parole pronunciate sull’altare da un nipote di giovanissima età del dottore. <br class="autobr" />Poche righe, ma essenziali. <br class="autobr" />Nessuna parola roboante, nessuna retorica, nessun aggettivo ricercato o pomposo.<br class="autobr" />Semplicemente la descrizione delle piccole azioni quotidiane compiute con questo nonno che, toltosi il camice, nel dare alla sua famiglia e ai suoi piccoli uomini in erba il suo tempo e il suo amore, senza rendersene conto trasmetteva loro il coraggio, l’armonia, la serenità, la forza di crescere e di andare avanti. <br class="autobr" />Un uomo che, nonostante il suo ruolo sociale, non si è fatto prendere da facili distrazioni, ma che piuttosto passava il tempo libero a piantare semi nel suo nucleo familiare. <br class="autobr" />E la semina ha dato buoni frutti se, tra l’altro, un ragazzino di così tenera età ha saputo esprimere a parole sue meglio di qualsiasi adulto le qualità umane del nonno, quelle che contano al di sopra di tutto.<br class="autobr" />Un uomo che, è evidente, ha lasciato eredità fondamentali e rare a tutta la famiglia.<br class="autobr" />Ce lo dice questo ragazzo che ha già in sé tutti i valori più importanti della vita e che, è sicuro, sa che “il nonno gli sarà sempre vicino nei momenti difficili”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Ciao Nonno</strong></p>
<p><i>Ti vorrei dire tante cose, ti vorrei parlare in persona, ti vorrei vedere. Anche se non ti posso vedere, so che mi puoi sentire. So che se ti chiedo aiuto tu mi aiuterai, so che se ti chiedo fortuna tu me la darai, so che se avrò momenti bui ci sarai tu ad accendere la luce. E anche se non possiamo più cucinare la pizza insieme per tutta la famiglia so che ogni volta che la cucinerò tu sarai là affianco a me a dirmi cosa fare, e a darmi dritte. So anche che ogni volta che starò con i cani, mi ricorderò che mi hai insegnato a non aver paura. Mi ricorderò sempre che l’impegno viene sempre ripagato, questo me lo hai insegnato tu. Sono sicuro che ogni volta che mi dispero perché non ci sei più, mi ricorderai che tu sei sempre la vicino a me. E che ci sei più di prima. Ogni volta che penso alla clinica, e a tutto il bene che hai fatto sorrido. E mi ricordo di essere fortunato ad aver avuto un nonno come te. Avrai sempre un posto speciale nel mio cuore.</i></p>
<p><i> </i><i>Ti voglio bene<br />
<strong>Alessandro Verona</strong> </i></p>
</div>
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		<title>LETTERA ALLA SERENITÀ</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/12/17/lettera-alla-serenita/</link>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 09:48:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=74983</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Emanuela Sica</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Lo sai, oggi ho deciso di scriverti, di ragionare un po’ con te anche se, mi rendo conto, discutere con una trasparenza sembra uno sforzo folle, per molti versi addirittura “utopico”. Eppure la mia testardaggine mi impone uno slancio, un tentativo, una prova… cosicché, domani, non possa avere nessun rimpianto. Mi è stato detto che il presupposto al fallimento è esplicitare la resa prima di combattere, è dire: “Tanto non ne vale la pena”. Lì si innesta la delusione, poi la disfatta, ancora prima che compaia la parola fine tale da rendere impossibile quello che, magari, sarebbe stato possibile se solo ci fossimo impegnati quel tanto, quel quid in più. Allora eccomi qua a mettere su carta questi pensieri, in fila indiana, immaginandoti con una forma e una consistenza quasi familiare, amicale, protesa all’ascolto. Mancano pochi giorni a Natale e, nell’aria gelida, la solitudine scalcia come un cavallo imbizzarrito; la pandemia si affaccia paurosamente, e di nuovo, sulle nostre vite (per colpa di chi lo sappiamo ma non serve evidenziarlo, non muterebbe le cose); la crisi economica ha reso il mondo arido di sentimenti e non potrebbe essere altrimenti visto che, come avrebbe saggiamente chiosato mia nonna Carmela, “Lu saziu nun cred’a lu diunu” [il sazio (che ha la pancia piena) non potrà mai immedesimarsi in quello che sta morendo di fame]; le case crollano a “tombare” intere famiglie, non per il ribollire della terra ma per incoscienza dell’essere umano che non effettua i controlli, le manutenzioni del caso (la tragedia del Ponte Morandi non ci ha insegnato nulla); le donne vengono, ancora, offese, stuprate, uccise dalla mattanza virale della violenza che muta esattamente come avviene al Covid-19. L’ultima e più aggressiva variante assale anche i figli, i genitori delle donne. Dal femminicidio si è passati allo “sterminio di interi nuclei familiari” e potrei continuare facendo un lungo elenco di “disastri antichi e moderni” ma ti risparmio l’orrore, lo sconforto. Questo calice doloroso mettiamolo, solo per un attimo, da parte.</p>
<p>Allora mi dirai cosa ti scrivo a fare? Lo faccio perché tu hai la “capacità” di modificare questa situazione. No, non mi dire: “Non dipende da me”. Certe prese di posizione non le accetto. Se, da un lato è vero che buona parte della “soluzione” è collegata, inscindibilmente, “anche” alle nostre azioni, dall’altro lato sono sicura che se arrivassi tu a sostenerci avremmo maggiori possibilità di raggiungere “l’obiettivo unico e finale”. L’aspirazione che segretamente vive nel cuore di molti ma che molti non sanno cosa sia. Ne ignorano addirittura l’esistenza. Lo so che non sei Dio e che il tuo intervento è poca cosa rispetto alla potenza di una divinità, di qualunque divinità si tratti, per chi crede ovviamente. Non pensare che io dica questo senza cognizione di causa, in passato ho provato, sulla mia pelle, cosa riesci a fare quando improvvisamente compari sulla scena.</p>
<p>Lo sai, noi esseri umani siamo delle intelligenze strane. Aspiriamo, spesso, a cose di cui non abbiamo veramente bisogno. Un esempio? La felicità. Forse non tutti si rendono conto di quanto questa sia un bene “marcescibile”, non a lunga conservazione, con una data di scadenza (mai uguale ma presente per tutti) e che va maneggiato con cura, tenuto in un posto al riparo da sguardi o occhi indiscreti perché chi la vede (nell’altro) e, per questo inizia a desiderarla, pur inconsciamente o inconsapevolmente, finisce per esorcizzarla, per farla fuggire da quel luogo, da quella vita. Qualcuno diceva che “la felicità è una verità che ti inganna, perché tu ti vuoi fare ingannare. Tu vuoi credere che essa sia o possa essere eterna, mentre essa è altro.” Non posso che essere d’accordo. Chi ha provato il suo assenzio, il raggiro che ne deriva dal “possederla” (per un veloce giro di lancette) lo sa. Chi ha assaporato il suo nettare euforizzante, e allo stesso tempo anestetizzante, comprende quanto sia povera di generosità, quanto sia antagonista al tempo, alla durevolezza. La sua genesi è per natura evanescente, il tempo di pensarla, gustarla ed è già altrove. Così, quando se ne va, permane il ricordo “doloroso” della sua assenza. Anche per i pochi eletti che sembrano (solo all’apparenza) essere felici è un tesoro che si prosciuga, fasullo. E, se è vero che la “riccanza” dilata la felicità nei tempi, nei modi d’azione, statene certi che, anche in quei portafogli, non durerà per sempre.</p>
<p>Invece tu sei “una rocca che non viene attaccata perché il nemico non la vede” ed è proprio questa tua “trasparenza” l’essenza della tua esistenza, della tua sopravvivenza. Allora, visto che sei nell’aria, nel cielo, nell’acqua, nella terra, nei frutti, negli sguardi innocenti dei bambini, vieni un attimo a bussare alla nostra porta. Saremo accoglienti, ti faremo entrare, ti lasceremo il posto a tavola, ti offriremo del buon vino, una pietanza che ti piace, ti daremo modo di scaldarti perché stare in tua compagnia ci renderà questa vita più docile, renderà più lievi gli affanni, meno pesanti gli inganni, meno dolorosi i danni.</p>
<p>Un centesimo appena<br class="autobr" />di gioia<br class="autobr" />colata dai tuoi occhi<br class="autobr" />riempie vuoti di memoria<br class="autobr" />arresa alla dimenticanza<br class="autobr" />soffia in gola libertà negate<br class="autobr" />stira contratture muscolari<br class="autobr" />recide rami secchi<br class="autobr" />seppellisce paure nei rovi<br class="autobr" />riespande l’anima<br class="autobr" />nei reticoli del sangue.<br class="autobr" />Di nuovo galoppa il puledro<br class="autobr" />nella distesa di neve<br class="autobr" />come se gli zoccoli sfiorassero<br class="autobr" />margherite in primavera.<br class="autobr" />Che tu possa tornare <br class="autobr" />e restarci vicina<br class="autobr" />delicata come un soffione<br class="autobr" />serenità<br class="autobr" />noi siamo qua.</p>
</div>
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		<title>ADELINA</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/11/19/adelina/</link>
		<pubDate>Fri, 19 Nov 2021 09:49:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=73434</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p><img class=" wp-image-73435 alignleft" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/11/arton5344-cc0d8.jpg" alt="" width="359" height="244" />Ingoio un ultimo sorso di quest’aria fresca, stasera. Indosso gli abiti stretti della memoria, per un attimo corro indietro nel tempo e mi fermo a giocare con una farfalla nel prato, caldo e affollato di profumi inebrianti, di quelle “misere” estati bambine. C’è una piccola ape che mi ronza intorno senza farmi paura. Gli insetti sono innocui, se non li maltratti o li scacci con violenza se ne stanno buoni, senza fare nulla di male. Tutto il contrario degli esseri “chiamiamoli umani”, loro mi hanno estirpata da quel prato, rapita, con la violenza che appartiene solo a loro. Ero poco meno che un’adolescente e, una volta scaricata in Italia, mi hanno buttata sulla strada, avrei dovuto prostituirmi. Per qualche tempo il sesso a pagamento è stato il mio pane quotidiano, insieme al companatico di percosse, stupri, violenze. Poi ho deciso di scardinare le catene, di denunciare i miei aguzzini, da lì non si è aperta la porta per la redenzione ma l’antro per discendere, dritta, all’inferno. Pur facendo arrestare quaranta persone dalla mafia Albanese, ho iniziato a subire un altro tipo di violenza.</p>
<p>Non sto parlando di schiaffi ma di qualcosa che non vibra nelle mani o nei pugni, né crea lividi visibili ad occhio nudo. Se mi stringo nelle spalle, se con le mani mi abbraccio come se avessi freddo, sento ancora quel dolore <i>“trasparente”</i> sulla pelle, quell’indifferenza che pesa come un macigno soffocante anche se è, praticamente, senza un reale peso specifico. Eppure si fa fatica a tenerla soprattutto quando si ha l’animo così fragile. Mi sento come un palloncino in un recinto pieno di ricci, potrei scoppiare da un momento all’altro, al minimo movimento. In realtà sono già scoppiata, il punto di rottura è passato inosservato, era minimo, piccolissimo, quasi un frammento di polvere, che non avrebbero potuto accorgersene neanche volendo. Sono implosa come una stella… sapete cosa vuol dire? L’evoluzione di alcune stelle è caratterizzata da implosioni. Quando una stella esaurisce una parte del combustibile nucleare, produce meno energia e non riesce più a equilibrare la sua stessa forza gravitazionale. La superficie della stella allora collassa verso il centro, provocando un aumento di densità e una diminuzione delle dimensioni della stella. Ed io sono collassata su me stessa a causa di quella “<i>brusca forza</i>” che molti chiamano cancro e che ha compresso la mia massa al centro. Eppure quando una stella “<i>terrena</i>” implode, crea un vuoto nella vita di alcune persone, mentre passa praticamente sottotraccia nell’esistenza di chi è stato il responsabile, di chi ne ha causato la comparsa. Quella maledetta “<i>forza cancrenosa</i>” si è sviluppata dopo anni di sofferenze, soprusi, paure, aspettative senza risposta e mi ha costretta a fare i conti con la severità dei miei giudizi, contro questa corte che mi parla nella mente e che mi ha già dichiarata colpevole di “<i>inesistenza</i>”. Desiderare qualcosa e non riuscire ad afferrarla è una maledizione, ancora peggio quando un burocrate timbra sulla tua faccia la dicitura “<i>rigetto</i>” che vuol dire, praticamente che, per loro, io non esisto. Esistevo solo quando avevano bisogno dei miei segreti, compiuta l’opera di polizia o pulizia, le mie richieste sono diventate insonore, insapore, incolore, il nulla.</p>
<p>Eccomi, “<i>malata e dimenticata tra le pieghe della burocrazia</i>” vittima di quella che io chiamo “<i>violenza di Stato</i>”. All’ultimo rinnovo del permesso di soggiorno mi hanno tolto lo status di apolide e riconosciuto solo la cittadinanza albanese: uno schiaffo in pieno volto per chi, come me, ha il terrore di tornare nel paese che mi ha “<i>distrutta</i>”. Senza la cittadinanza italiana, inoltre, non posso fare richiesta per la 104, ero totalmente invalida, né per un alloggio dignitoso, una casa popolare o altri aiuti. E le sento, tutte, quelle voci, tante, acute, cattive, anche adesso, abbarbicata su questo muretto, sul ponte che mi porterà a volare sul mondo, a cadere nel vuoto, a scendere nelle profondità dei lamenti più atroci di mia madre, nelle incomprensibili litanie incredibili di mio padre. Neanche darmi fuoco è servito per riscaldare i cuori di ghiaccio di quella gente. Ora che il vento non riesce più a trattenermi, riesco a comprendere l’incomprensibile, a ragionare sull’inutilità di aver abbandonato me stessa in balia di quella forza, ragiono sul non-senso di questo “<i>salto</i>” senza avere la possibilità di fare un passo indietro, spostare le lacette a mezzo secondo prima di quell’ultimo sorso d’aria. E non c’è niente che fermi questa voglia di scavarmi la fossa. Mi lancio… e così sia.<br class="autobr" /><strong><br class="autobr" />[In memoria di Adelina Sejdini suicida per non aver avuto cittadinanza]</strong></p>
</div>
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		<title>&#8220;Siamo tutte donne afgane&#8221;</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/08/16/siamo-tutte-donne-afgane/</link>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2021 16:20:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1536" height="1024" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia.jpg 1536w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia-300x200.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia-768x512.jpg 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></div>
<p>&#8211; Presidente della Repubblica &#8211;                                                                                                                                              &#8211; Presidente del Consiglio &#8211; Presidenti di Camera dei Deputati &#8211; Presidente del Senato della Repubblica – &#8211; Deputati e Senatori della Repubblica &#8211; Con questa lettera, Signor Presidente della Repubblica, mi rivolgo innanzitutto a Lei, consapevole del Suo grande e rinomato prestigio di statista democratico ed internazionale. Ritengo [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1536" height="1024" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia.jpg 1536w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia-300x200.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia-768x512.jpg 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/08/127936-afghanistan-i-talebani-entrano-a-kabul-avanzano-da-ogni-lato-1536x1024-Copia-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></div><p><strong><em>&#8211; Presidente della Repubblica &#8211;                                                                                                                                           </em></strong></p>
<p><strong><em>  &#8211; Presidente del Consiglio &#8211; Presidenti di Camera dei Deputati &#8211; Presidente del Senato della Repubblica – </em></strong></p>
<p><strong><em>&#8211; Deputati e Senatori della Repubblica &#8211;</em></strong></p>
<p>Con questa lettera, Signor Presidente della Repubblica, mi rivolgo innanzitutto a Lei, consapevole del Suo grande e rinomato prestigio di statista democratico ed internazionale. Ritengo che la Sua autorevolezza sia in grado &#8211; unitamente a una incisiva e forte azione del Presidente del Consiglio e del Governo &#8211;  di operare efficacemente perché l’Unione Europea, in forma forte ed unitaria, a mezzo della sua Presidente, intervenga sul nuovo Governo dell’Afghanistan e, per quanto possibile, impedisca che la maggioranza della popolazione di quella martoriata nazione, ovvero le donne di tutte le età, siano ridotte in uno stato di schiavitù e di totale privazione dei più elementari diritti umani. A nessuno sfugge che le donne dell’Afghanistan, e in particolare quelle di Kabul, con l&#8217;ingresso e la presa di potere dei Talebani, abbiano perduto le ultime speranze di essere donne libere. Sono loro le vittime sacrificali più evidenti di questa atroce violazione delle libertà fondamentali e dei diritti umani, passata inosservata per una responsabilità, severa, di tutto il mondo occidentale che se ne è, semplicemente, lavato le mani e ha abbandonato l&#8217;intera popolazione al proprio (infausto) destino.</p>
<p>I talebani, con la costituzione dell’Emirato Islamico, hanno in cantiere di annientare le energie delle donne, la loro voglia di studiare, di lavorare, di pensare, d’intraprendere, di scrivere, d’insegnare. Quel mondo ritorna, incredibilmente, dopo essere stato illuso, verso il buio. Da Kabul arrivano immagini di vernice bianca usata per coprire volti femminili scoperti, o pubblicità di parrucchieri e di centri estetici. Tutto questo è il preludio al ritorno del più pesante burka, della ghettizzazione, oltre all&#8217;ingresso di nuove violenze e umiliazioni senza più limiti e spettatori. Nelle città conquistate scuole e università sono state già chiuse alle donne, molte sono state rimosse dai loro luoghi di lavoro. Inoltre, sui canali social che sostengono il nuovo autoproclamato Emirato islamico dell’Afghanistan, gli Stati Uniti vengono accusati di aver diffuso costumi sessuali “depravati” come l’omosessualità. Ma questo è solo l’inizio.</p>
<p>Accadrà che nostre “sorelle”, vittime fino a ieri della guerra, ora saranno vittime della pace; accadrà che saranno fustigate o addirittura uccise per la recrudescenza di un vecchio &#8220;crimine”: ossia aver lasciato scoperto il proprio viso. Oggi le donne non possono più esercitare una professione come quella del giornalista, non posso scrivere sotto il loro vero nome o dire da dove vengono o dove si trovano. Intere vite sono state cancellate in pochissimi giorni. Le donne non sono più al sicuro, i talebani, stando alle testimonianze, stanno costringendo le famiglie a consegnare le loro figlie ai soldati; viene imposto di non uscire più di casa senza un accompagnatore di sesso maschile, di scegliere i propri vestiti. Inoltre, in diverse città, miliziani talebani rapiscono tutte le persone di sesso femminile tra i 12 e i 45 anni, con l’intenzione di renderle schiave sessuali per il gruppo armato. Anche gli account social vengono man mano oscurati.</p>
<p>Nonostante i leader talebani abbiano più volte dichiarato che le donne avrebbero continuato ad avere pari diritti secondo la legge islamica, compresa la capacità di lavorare e di essere istruite, le testimonianze che arrivano dimostrano che sta accadendo l’esatto opposto.</p>
<p>Sono convinta, assolutamente certa, di poter dire che noi ITALIANE oggi SIAMO TUTTE DONNE AFGANE e che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana e il Parlamento della Repubblica, nei suoi dure rami, farà sentire prestissimo, in modo forte ed inequivocabile, la sua voce a favore di una causa libertà, dignità e rispetto del valore della persona umana, quale quella delle donne Afgane. A tal fine mi permetto, rispettosamente, di sollecitare, convinta che ciò accadrà, un’iniziativa immediata dei Presidenti del Senato e della Camera perché, nel giro di pochi giorni, il Parlamento Italiano possa esprimersi su questa drammatica e bruciante questione, in senso univoco e netto.</p>
<p>Per quel che mi riguarda, con le mie limitate possibilità ed energie, metterò in campo tutte le energie per non far cadere l’oblio su questo nuovo olocausto femminile.</p>
<p>Distinti e cordiali saluti                                                                                    <strong>Emanuela Sica</strong></p>
<p><em>Avvocato Cassazionista – Scrittrice – Giornalista Pubblicista</em></p>
<p>Guardia Lombardi 16.08.2021</p>
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		<title>A Sant’Anna il Demonio brindò (di nuovo) con i nazi-fascisti</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/08/13/a-santanna-il-demonio-brindo-di-nuovo-con-i-nazi-fascisti/</link>
		<pubDate>Thu, 12 Aug 2021 22:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

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<p>di Emanuela Sica</p>
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<p>Il 12 Agosto del 1944 tre compagnie della 16à SS-Panzergrenadier-Division &#8220;Reichsführer-SS&#8221;, comandata dal Gruppenführer Max Simon con l’ausilio di alcuni collaborazionisti fascisti italiani della RSI, circondarono l’abitato di Sant’Anna (una frazione di Stazzema) mentre un quarto, più a valle, sopra il paese di Valdicastello, chiudeva ogni possibile via di fuga. Nonostante Sant’Anna fosse stata dichiarata zona bianca dai tedeschi, in grado cioè di accogliere popolazione civile sfollata, in poco più di tre ore furono massacrate 560 persone, tra cui 130 bambini. Non si trattò di rappresaglia in risposta a una determinata azione del nemico, ma &#8211; come accertò la magistratura &#8211; di un atto terroristico premeditato, organizzato, programmato sotto ogni aspetto e minimo dettaglio al fine di distruggere il paese, sterminare la popolazione e rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona. Nei borghi della Vaccareccia, delle Case, del Moco, del Pero, di Coletti, si uccisero i nonni, le madri, i pardi, i figli, i nipoti. Si uccisero i paesani, gli sfollati, i tanti saliti, lassù, in cerca di un rifugio e dalla guerra. Uccisero Maria Franca Gamba ed anche Anna, l’ultima nata del paese di appena 20 giorni; ucciso Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto; uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia nazista che stava per trovarlo, dietro la porta della Chiesa; uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente; uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. Alcuni bambini, presi come sacchi di farina, vennero lanciati in aria per farne bersaglio con le pallottole oppure infilzati con le baionette. Uccisero tutti, senza alcuna pietà, uccisero gli indifesi, senza responsabilità, senza colpe e poi attecchirono il fuoco, a distruggere i corpi, le case, stalle, gli animali, le masserie. <i>“A Sant’Anna quel giorno gli “uomini” uccisero l’umanità intera.”</i></p>
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		<title>“Una lettera dalla sofferenza a San Giuseppe Moscati”</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/07/16/una-lettera-dalla-sofferenza-a-san-giuseppe-moscati/</link>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2021 07:58:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="320" height="335" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/07/arton5018-f10cc.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/07/arton5018-f10cc.jpg 320w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/07/arton5018-f10cc-287x300.jpg 287w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></div>
<p>di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="320" height="335" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/07/arton5018-f10cc.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/07/arton5018-f10cc.jpg 320w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/07/arton5018-f10cc-287x300.jpg 287w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></div><div class="coll-umanita">
<p>Bisogna esserci in questo letto, avvolti e stravolti dal contatto con lenzuola infeltrite, coperte sempre più corte e indifferenza che sa di pulito. Bisogna esserci per poggiare la testa, pesante gabbia di pensieri inquieti, su cuscini sempre più scomodi e sottili. Bisogna esserci per sentire la pelle tirare, le braccia agonizzare perché bucate, senza sosta, da aghi avidi di sangue, dove le vene, sconvolte e inondate dalle flebo, non hanno alcuna tregua… se non quella naturale della rottura. Bisogna esserci in questo mondo disinfettato e asettico, dove l’odore di malattia e sofferenza depone l’anima in preghiera perenne anche colui che non crede in niente. Mondo che sembra sincronicamente perfetto, quasi automatico. La pillola all’ora giusta, l’infermiera che controlla la flebo, le donne delle pulizie, la colazione, il pranzo e la cena, i dottori che fanno il giro dei letti. Momenti, gesti, azioni, routine. Tempo che passa laconico, ogni giorno che sembra uguale a ieri con una sola eccezione: lo scambio dei letti. Pazienti dimessi e pazienti che entrano. Chi si riveste e torna a casa, chi non può farlo perché destinato a scendere nel silenzio della camera mortuaria. Chi passa in quelle stanze, da visitatore, non sa cosa vuol dire essere completamente nudo. L’essere umano non ha più un privato da contenere negli argini del fisico, è spogliato dal pudore, indifeso, una roccaforte con le entrate aperte alla folla. Scoperto alle palpazioni e alle indagini dell’uomo, delle macchine.</p>
<p>Anche il corpo non è più mio ma in balia degli eventi, sottomesso a gesti meccanici, robotici, in quest’azienda ospedaliera dove il nome ha spersonalizzato il concetto, paradossalmente romantico, della casa del sollievo, dell’accoglienza dei malati, del dolore che viene curato non solo con le medicine. L’etimologia sovvertita e con essa la gestione “amministrativa” del paziente che diventa un numero di protocollo, una cartella clinica traboccante di dati, quasi sempre intellegibili ai più. Ho sentito qualcuno che diceva: “la medicina non è una filosofia, non è fatta per i deboli di cuore, ma è una scienza che si fonda su strumenti, macchine” … e quando una macchina referta un responso di terrore da quello puoi essere completamente risucchiato. Sento pronunciare parole di nera ingiustizia a quell’anima che soffre nel letto accanto al mio. Riconosco la voce ed il ruolo da Primario. Incatenata dalla paura sprofondo nel letto, la prossima sono io. Aspetto di sentire ma&#8230; resto sospesa, in attesa di una diagnosi. Quello che più umilia il malato è rimanere nudo e indifeso davanti al mondo. Chi ha firmato una cambiale in bianco, alla Banca della vita, non saprà quando e come sarà messa all’incasso, eppure vuole essere sostenuto prima col cuore, poi con la scienza. Vorrei fissare la parete che tanti occhi hanno fissato, nel reparto dove la gioia ha poco o mai avuto ingresso, ma le mie pupille sono disconnesse, senza più collegamenti col cervello. Chi è malato è sottomesso al destino ed anche alla fortuna di scovare, tra tanto agonismo clinico, un uomo, un dottore che si svesta di quel camice e lo accarezzi. Alla dolcezza di una parola di conforto equivale una defibrillazione emotiva.</p>
<p>Non so bene come terminare questa lettera, scritta con l’inchiostro indelebile della sofferenza. Non ho macchiato fogli, non ho comprato la busta, non ho il francobollo, non avrò chi me la potrà imbucare ma, se ora provo a chiudere questo contatto col dolore, a viaggiare nel tempo e nello spazio, riesco a guardarti, con quello sguardo che avevo un tempo. E, improvvisamente, sei qui, davanti al mio letto. Posso sentire, chiara, cristallina, energizzante, la potenza delle tue parole che rompono questo silenzio che mi sovrasta e devasta. Parole che non sono echi d’aria, enunciazione sciatta dei principi di una professione, ma rappresentano… ancora oggi, l’impalcatura del tuo essere stato prima uomo e poi medico:<i> <strong> “Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un’anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l’ardore dell’amore, la carità. Il medico si trova in una posizione di privilegio, perché si trova tanto spesso a cospetto di anime che, malgrado i loro passati errori, stanno per capitolare. Beato quel medico che sa comprendere il mistero di questi cuori e infiammarli di nuovo.”</strong> </i> Poi l’immagine di San Giuseppe Moscati si dilegua, ogni cosa intorno a me riprende la forma che aveva, ossia nessuna. Il colore resta attualizzato al nero. Qualcuno bussa alla porta, una voce, un medico nuovo… si presenta prendendomi la mano, ne carezza il dorso, poi mi dice: “Mi chiamo S. dimmi come posso aiutarti…”. Ora lo so, mi hai ascoltata. Tu sei ancora qui, accanto a lui… e vicino a me.</p>
</div>
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		<title>Lettera immaginaria ad Alfredino</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/06/25/lettera-immaginaria-ad-alfredino/</link>
		<pubDate>Fri, 25 Jun 2021 08:19:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="320" height="268" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/06/arton4955-d722e.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/06/arton4955-d722e.jpg 320w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/06/arton4955-d722e-300x251.jpg 300w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></div>
<p>di Emanuela Sica</p>
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<p>Quante volte sei venuto, e ancora vieni, a bussare al portone delle mie notti inquiete? Pochi colpi al sonno agitato e ti infili, veloce, tra le pieghe delle ciglia. <i>“Vieni con me” </i> mi dici e, come un mago, inizi a modificare la scenografia agonizzante di quella notte, lunga sessanta ore. L’asfissia e la foschia, di quella coperta di pece e rabbia, si dipana e allora riesco a vederti, finalmente, risalire veloce, quasi poggiassi i piedi su una scala mobile. Le mani protese a stringermi in un abbraccio. Il volto sereno, pulito. La maglietta ancora profumata di ammorbidente. I capelli arruffati e rilucenti. Con un guizzo di voce cristallina mi dici: <i>“Ho fame…”</i>, quasi canzonandomi per la mia apprensione, decisamente stupito per il mio sguardo colato di lacrime. Infine spalanchi il tuo simpatico sorriso, per cambiare quel finale che non ho mai accettato. Così, quando si chiude il giorno, insieme a un’altra pesante pagina del presente, si apre un’altra vita nel limbo di quello che poteva accadere e non è accaduto. La tavoletta che non si incastra, perché <strong>nessuno</strong> la butta giù. La trivella che non si rompe a contatto con la roccia perché <strong>nessuno</strong> la fa arrivare; <strong>nessuno</strong> degli speleologi o dei volontari a imbracarsi per tentare di calarsi nel pozzo e salvarti. E lì, nel cerchio del dramma, proprio al centro del nostro infausto vissuto, <strong>nessuno </strong> intorno: niente occhi, niente foto, niente riprese, niente domande. Ci siamo solo noi ad attendere il tuo ritorno, non dal nero delle profondità ma dal chiaroscuro dei sogni perché tu, in quella parallela esistenza, che sa di frescura e sensazioni asciutte, prive di dolore, non sei nel pozzo ma dormi nel tuo lettino, come avresti dovuto fare quella tragica sera.</p>
<p>Allora il buio si fa alba. Il sole non muore più. Il fratellino ritorna a giocare con te. Io mi ripettino i capelli, cambio il vestito del lutto. Tuo padre si fa la barba. Nella bocca puoi sentire il gusto del latte caldo con i biscotti della nonna, appena sfornati. Le lancette si muovono soltanto nel giorno senza mai giungere all’ora della tua scomparsa. Fanno appena il giro e tornano indietro come balzi nel tempo, si fermano un instante prima dell’affondo del destino. Lottano senza dargliela vinta. Poi, insieme, saliamo su quel volo per raggiungere l’America… alla ricerca di quel dottore che doveva “sistemarti” il cuore. Ma il tuo cuore smise di lottare dopo aver resistito come un leone, pur battendo nel corpo di un uccellino. Di chi è stata la colpa se non sei risalito da quel fondale di terra scivolosa, da quel cumulo di responsabilità senza principio, senza fine e senza una protezione? Oramai a chi importa? Non fa più notizia. Dal pozzo al tubo catodico la discesa è stata la stessa eppure, una volta spenta la tv, il dramma resta, come un morso di ferro che strappa la carne nel corpo disilluso e nell’anima affranta di chi ti ha perduto.</p>
<p>Eppure sono certa che, per ogni bambino che cade, che si perde, che scompare (chissà dove e chissà perché) … tu arrivi, come un angelo, a prenderlo per mano e lo incoraggi, magari cantandogli una filastrocca, a non aver paura. Così avrai fatto per il piccolo Nicola, disperso nel bosco. Gli avrai detto di non piangere, che lo avrebbero ritrovato, salvato velocemente. E stavolta non sarebbe stata una bugia come quelle che noi, invece, dovevamo dirti con quel maledetto megafono che ampliava le corde, acute, della nostra voce e ci rendeva incapaci di rasserenarti, mentre avevi bisogno soltanto di carezze ovattate e silenzio. Ma tu lo sapevi, l’avevi capito, che da quel cono non saresti più uscito a respirare l’aria agrodolce della tua infanzia, per questo dicevi “Basta…”. E quando, quel maledetto 13 giugno, dopo che ti chiamai invano, legando le urla al tuo nome nell’eco del nulla, calarono nel pozzo lo stetoscopio, capii che avevi deciso di scivolare ancora più giù, verso un mondo capovolto in cui potevi riposarti, adagiandoti sul prato sempre verde della serenità, dove c’era la luce che ti mancava e di cui avevi bisogno. La telecamera della Rai, calata a circa 55 metri di profondità, individuò la tua sagoma immobile: dormivi ma senza respirare. E così, per conservare il tuo esile corpicino venne colato dell’azoto liquido a -30 °C. Lo sai, sento ancora il freddo che, dalla schiena, mi invade l’anima. Non ho potuto scaldarti, amore mio. Tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, ben 28 giorni dopo, ti avrebbero riportato, assente, tra le mie braccia e io ti avrei cullato… ma inutilmente. L’unica cosa che, lievemente, mi consola è che quel dolore, quelle lacrime scese copiose dai tuoi occhi e cadute, a cascata, negli occhi di tanta gente (che neppure sapeva chi fossi) hanno dato nutrimento ad un minuscolo seme di speranza da cui è germogliata, poi, la Protezione Civile. Ma ancora tanto c’è da fare… perché tragedie come la tua non accadano più. Perché si prevenga per vincere piuttosto che intervenire dopo, quando si è già sconfitti, dalla disperazione.</p>
</div>
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		<title>Saman e le altre&#8230;</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/06/11/saman-e-le-altre/</link>
		<pubDate>Fri, 11 Jun 2021 07:23:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=63585</guid>
		<description><![CDATA[<p>Di Emanuela Sica</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="distico">
<p><em>Una lettera “immaginaria” di Emanuela Sica che di fatto è un commento, opportunamente impietoso, sul “Machismo” e che prende spunto dalla tragica vicenda di Saman. </em><br class="autobr" /><em>Il “pezzo” di Emanuela integra e completa, da una angolazione più squisitamente storico-giuridica, l’eccellente riflessione di Clara Spadea che abbiamo pubblicato ieri sotto il titolo “La risposta, per Saman, soffia nel vento&#8230;”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div class="comunicato">
<p><strong>&#8211; di Emanuela Sica &#8211; </strong></p>
<p>Sono nata nel lontano 1925, ho quasi 96 anni, non ho più nessuno dei miei cari a farmi compagnia. Vivo in questa casa di riposo sperando, prima o poi, di raggiungere Anna nel “paese” in cui si trova adesso (il “destino” le ha fatto intraprendere un “viaggio obbligato”). Tuttavia ho ancora la mia mente, le mie idee, quella che sono stata: un avvocato che ha esercitato la professione nei tempi in cui le donne potevano entrare a far parte dei pubblici uffici ma non della magistratura, della politica, dei settori militari. Ma veniamo al punto, al perché sento il bisogno di scrivere questa lettera. Esondanti fiumi d’inchiostro (parole, considerazioni, analisi, puntuali riflessioni ma anche eccezionali stupidaggini, usate a scopo spudoratamente propagandistico) sono stati riversati sulla storia di Saman, un dramma che non è fratello soltanto della vittima ma è figlio di una società intera che vede (ciecamente) nell’espressione di una libertà soggettiva un atto di aggressione ai propri “diritti”. Saman è stata uccisa dai suoi familiari, in maniera del tutto premeditata, volontaria, fredda, perché aveva rifiutato di sposare l’uomo che avevano scelto per lei (non uso la parola “madre” e “padre” perché specificano un rapporto di “affetto” e di “filia” che, in quel caso, non esisteva neppure allo stato larvale). Saman oramai è sotto terra, non sanno ancora dove, e non può essere più salvata. Per questo ogni ulteriore considerazione non riuscirà nel miracolo impossibile di riportarla in vita perché delle “persone” &#8211; o forse dovrei dire “bestie” &#8211; hanno deciso quale vita doveva vivere e soprattutto come morire. Certo è che i colpevoli andrebbero puniti severamente, in maniera esemplare, così come dovranno esserlo tutti coloro che mettono fine a una vita umana però, vi prego, non vi azzardate a fare paragoni con la nostra “cultura” senza sapere come vivevano, fino a pochi anni fa, le donne qui in Italia, negli anni in cui era pienamente vigente il <strong>Codice Rocco</strong>che metteva la donna su un piano di netta inferiorità rispetto all’uomo, non offrendole alcuna tutela. Qui non si parla di una <strong>FATWA</strong> (un semplice <strong>“parere religioso” </strong>che trova le sue fondamenta nei testi sacri del Corano e nella tradizione profetica dell’Islam) ma di leggi e norme che ancora oggi, nonostante siano state abrogate, sono il terreno fertile per la morale sessista prevalente. Un famoso criminologo inglese sosteneva che <i><strong>“la legislazione di una generazione può divenire la morale della generazione successiva”.</strong> </i>Allora non è una novità se, considerate le leggi penali “sessiste” del nostro recente passato, la morale di oggi sia ancora infestata da ampie sacche di pregiudizio e prevaricazione maschilista nelle quali aumenta esponenzialmente la cultura della violenza dell’uomo sulla donna. Pensate che nel richiamato Codice i <strong>delitti di adulterio</strong> (ex art. 559 c.p.) e quelli di <strong>concubinato</strong> (ex art.560 c.p.) permettevano allo Stato di arrogarsi il diritto di intervenire con l’arma della pena per regolare le faccende di alcova e lo esercitava in forme ampiamente discriminatorie. La moglie fedifraga era punita anche solo per un singolo episodio di adulterio; il marito, invece, poteva tranquillamente “cornificare” (mi si passi il termine) la moglie purché avesse l’accortezza &#8211; ex art. 560 c.p. &#8211; “di non tenere la sua concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove”. Un altro ambito in cui la legge penale aggravava, anziché alleviarla, la situazione di vulnerabilità della vittima – <strong>DONNA</strong>, ovviamente – era quello disciplinato dalle norme sulla violenza allora detta carnale (artt. 519 ss. c.p.). Pensate che fino al 1996 lo stupro era ufficialmente considerato un delitto contro la morale pubblica e il buon costume e non contro la libertà personale e l’autodeterminazione sessuale della donna. Tra queste norme, una di esse suonava addirittura come una crudele beffa imposta alla donna violentata, come sperimentò la siciliana Franca Viola, che disse “NO” a quella doppia violenza stavolta perpetrata dallo Stato. Di che sto parlando? Dell’art. <strong>544 c.p. che prevedeva il c.d. matrimonio riparatore</strong> grazie al quale, se il violentatore sposava la sua vittima, il reato veniva cancellato. Le norme sulla violenza carnale conoscevano poi, da parte della nostra giurisprudenza, un’applicazione – o meglio una disapplicazione – particolarmente sconcertante proprio in ambito familiare: se la moglie subiva violenza sessuale da parte del marito, questi – almeno fino al 1976 – veniva condannato solo per delitti minori (percosse, lesioni, o minacce) ma non per stupro (purché si fosse contenuto a compiere atti sessuali secundum naturam). Che dire, poi, dei tanti fatti di ingiuria, percosse e lesioni personali commessi nelle relazioni intra coniugali, ma a lungo coperti dall’ombrello protettivo di uno ius corrigendi riconosciuto, quale causa di giustificazione ex art. 51 c.p., in termini assai generosi dalla nostra giurisprudenza a favore dei mariti nei confronti delle mogli (oltre che a favore dei genitori nei confronti dei figli), fino alle soglie della riforma del diritto di famiglia del 1975. Infine esisteva un istituto giuridico il quale consentiva che le donne venissero <strong>ammazzate impunemente</strong> per causa d’onore: <strong>art. 587<i>“Omicidio e lesione personale a causa d’onore”</i></strong> Chiunque cagiona la morte del <strong>coniuge,</strong> della <strong>figlia </strong><strong>o della sorella,</strong> nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alle stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella (mentre l’omicidio di un<strong>UOMO</strong>, si badi bene, era punito ex art. 575 con la reclusione non inferiore ad anni ventuno). Nella società Italiana una donna uccisa valeva al massimo 7 anni di carcere, un uomo 21. Mi scuserete, forse mi sono dilungata troppo ma, come donna e come professionista, sono stata testimone, non solo di una tragedia personale (di cui vi dirò più avanti) ma anche dell’evoluzione della legislazione: da quella sul divieto di licenziamento delle donne per matrimonio (del 1963) a quella per l’accesso a una carriera in Magistratura, al corpo di Polizia del 1981 e alle forze armate del 1999; da quella sul divorzio del 1970, alla riforma del diritto di famiglia del 1975; dalla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (1978) e così via fino all’abolizione del delitto d’onore, del matrimonio riparatore (1981), della legge sulla violenza sessuale (1996)…e potrei proseguire fino ai nostri giorni.</p>
<p>Ora prendo un attimo di fiato, stringo i ricordi nel petto, chiedo agli occhi di farmi scrivere, senza dare modo alle lacrime di impedirmi di elaborare, ancora una volta, il buco che ho nel cuore. Mia figlia ha ricevuto dal marito un biglietto di sola andata per un viaggio ultraterreno. Il suo biglietto è stato obliterato con trenta coltellate. Prima di lei ha ucciso mia nipote, ossia la figlia e poi si è suicidato. L’assassino era un professionista rispettato da tutti, era anche un “italiano doc” come amava etichettarsi. Ebbene, tante altre donne, come mia figlia vengono uccise dai mariti, compagni, fidanzati, amanti, dai padri, dagli zii (come Saman) e per questi esiste una carta di identità c.d. nazionale bensì quella del <strong>MACHISMO </strong>che non ha bandiere ed è duro a morire. Ma cos’è davvero il machismo? Chi lo sa? Basta fare un esempio e per questo mi rivolgo agli uomini e chiedo:<i> “Da bambini, cadendo dalla bici, vi è mai capitato di piangere e di sentirvi dire “non fare la femminuccia”</i>? Sicuramente sì. Per questo rientrano nel machismo tutti quei comportamenti <i>“esageratamente e stupidamente virili” </i>che considerano la donna inferiore (fisicamente e/o psicologicamente) all’uomo. Se poi, per un attimo, pensiamo alle vecchie favole dove la principessa (impaurita) viene salvata dal cavaliere (senza paura) immediatamente nasce l’equazione automatica donna = debole, uomo = forte, con l’incapacità della prima di salvarsi da sola. Capiamo quindi che è proprio la mentalità machista, assorbita e interiorizzata dal soggetto che la mette in pratica, che lo porta a credere veramente nella sua presunta superiorità, a imporla alla donna in ogni modo possibile&#8230; il più delle volte uccidendola. Anna (come Saman) è morta perché voleva essere libera. Voleva separarsi e vivere (finalmente) una vita slegata dalla tossicità di un uomo che, col tempo, aveva iniziato a limitare, sistematicamente, ogni sua mossa, anche un semplice appuntamento dalla parrucchiera diventava una questione di Stato. Un uomo che, inizialmente, la faceva sentire unica, amata e al centro delle attenzioni. Attenzioni diventate poi morbose, ossessive, cicatriziali come le cicatrici che si portava nell’anima. Sembra strano dirlo ma non l’aveva picchiata. Eppure gli schiaffi e le sberle erano parole, omissioni, intenzioni, minacce ma niente di materiale insomma. Era quel tipo di violenza che io chiamo “trasparente”. E allora Saman, come tutte le altre donne uccise, sono il simbolo delle<strong> NUOVE PARTIGIANE… ingiustamente trucidate solo perché volevano LIBERARSI dalle catene dell’oppressore machista.</strong></p>
</div>
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		<title>Caro Eitan&#8230;</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/05/28/caro-eitan/</link>
		<pubDate>Fri, 28 May 2021 07:54:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

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<p>Di Emanuela Sica</p>
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		<title>Denise</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/05/14/denise/</link>
		<pubDate>Fri, 14 May 2021 07:42:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Sica]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="320" height="234" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/05/arton4847-1e94b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/05/arton4847-1e94b.jpg 320w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/05/arton4847-1e94b-300x219.jpg 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/05/arton4847-1e94b-86x64.jpg 86w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></div>
<p>Di Emanuela Sica</p>
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