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	<title>Paese mio &#8211; ITV Online &#8211; Irpinia TV Avellino</title>
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	<description>Notizie, approfondimenti e TV on demand</description>
	<lastBuildDate>Thu, 14 May 2026 19:13:50 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Fascino d’autunno</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/10/07/fascino-dautunno-2/</link>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2023 08:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p class="contsiringa">Ripensando ad Atripalda, mi pare a volte di risentire quel suo clima umido e nebbioso, immancabile all’arrivo dell’autunno. Avvertivamo puntualmente, per le strade del Paese, quel diffuso odore del vino in fermentazione che rallegra l’animo.</p>
<div class="coll-umanita">
<p>E c’era anche la bellezza di quelle rossastre nubi vespertine.</p>
<p>Il quadro incantato della stagione di San Martino si poteva godere anche ad Atripalda e faceva accrescere il nostro amore per il Paese.</p>
<p>Col suo autunno, la natura ci regalava, meravigliosamente, la delicata attesa di un inverno che si avvicinava anche col suo odor di neve.</p>
<p>Ma intanto una strana “mestizia” ci visitava il cuore, specialmente per il passare dei giorni.</p>
<p>Era ciò che avremmo desiderato si ripetesse per sempre, poiché da quell’emozione ricevevamo un inconsueto, inspiegabile benessere immateriale.</p>
<p>Infatti l’autunno riproponeva a noi studenti, con la riapertura della Scuola, l’incontro di compagni ed anche di nuovi docenti, con un’inspiegabile ma piacevole ansietà per il nuovo anno scolastico che si annunciava; e con i nuovi libri di testo su cui studiare, portati stretti dal noto elastico.</p>
<p>La memoria, ora, ti ripresenta, come in un remoto film, i momenti migliori di quell’inizio; te li fa rivedere; e ciò, anche se non sempre, ti fa bene.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Atripalda &#8211; Campanilismo</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/09/23/atripalda-campanilismo/</link>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2023 08:29:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=103867</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli </p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>“Campanilismo” non è soltanto un vanto, spesso immotivato, del proprio Paese, con rivalità verso l’altrui, ma è anche affetto e considerazione per il Paese stesso, per le sue qualità, pregi, caratteristiche.</p>
<p>Non a torto, tutto ciò è spesso rappresentato proprio dai suoi campanili, che fanno da emblema, custodia e segno di riconoscimento del luogo, per chi, guardandolo da lontano, se ne avvicini anche soltanto con il pensiero.</p>
<p>E così ci appare innanzitutto l’altra torre campanaria che, vista da piazza Di Donato, ancor oggi si eleva, dalle croci poste presso il lato posteriore della Chiesa Madre di Atripalda, sino ad una sopravvenuta sopraelevazione munita di orologi esposti “ai quattro venti”. Ed è proprio a riguardo di quest’ultima che mi rimane il lontanissimo ricordo di un nostro conosciuto concittadino, benemerito anche per le sue filantropiche iniziative, che riferiva ai miei familiari, nell’immediato dopoguerra dei terribili anni quaranta, di essersi interessato per procurare i quattro quadranti in marmo occorrenti per quell’orologio.</p>
<p>E riteneva quasi miracolosa l’occasione positiva, trovata presso un’azienda marmifera, benché semidistrutta da recente bombardamento; il cui titolare, infatti, gli disse che, tra tutti i suoi manufatti ormai danneggiati dalle bombe, erano però rimasti salvi e, quindi, vendibili, soltanto quei quattro quadranti adatti al costruendo orologio, tuttora posseduto dal nostro Paese sul suo principale campanile.</p>
<p>Sembra, poi, fargli eco, il non lontano campanile della Chiesa di Santa Maria, antico, austero, immutato nel tempo.</p>
<p>In questa Chiesa, un nostro compaesano, ormai molto tempo addietro, iniziò ad allestire, ogni anno, un suo presepe, in virtù di un voto da lui formulato per essersi miracolosamente salvato da un grave incidente.</p>
<p>Da giovanissimo, infatti, nel confezionare i “botti” di Natale, benché investito in pieno viso dalle polveri di sparo che avevano preso fuoco, ne era rimasto illeso, avendo invocato Gesù bambino.</p>
<p>Da allora, organizzò anche una processione nel giorno dell’Epifania; e mantenne tale tradizione per oltre cinquanta anni.</p>
<p>Nella stessa Chiesa si celebravano, nel periodo natalizio, Messe sin quasi all’alba, accompagnate da prediche e dal benefico suono degli zampognari (quelli che, “venuti dai monti oscuri, senza dir niente, svegliavano nei loro tuguri la buona povera gente”).</p>
<p>Il popolo le chiamava, senza alcuna cattiveria, le “messe dei fidanzati”, poiché in quei tempi, essendo difficile incontrarsi, essi sfruttavano questa occasione per almeno vedersi.</p>
<p>La celebrazione, nella vigilia di Natale, aveva seguito anche nella vicina “salita del Palazzo” e per le vie adiacenti.</p>
<p>Quei campanili, taciturni testimoni delle nostre usanze di Fede, ne custodivano il ricordo e sembravano quasi raccontarlo, parlando tra loro.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>San Sabino</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/09/16/san-sabino/</link>
		<pubDate>Sat, 16 Sep 2023 08:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=103737</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli </p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Per noi Atripaldesi San Sabino è dire molte cose.</p>
<p>Infatti è la ricorrenza del nostro Santo Patrono, la processione, la devozione in Chiesa, la santa Manna, gli altri riti religiosi, la festa nel Paese, le luminarie, le bancarelle, le giostre e le altre attrazioni pubbliche, i fuochi pirotecnici, le caratteristiche accensioni dei falò, la banda musicale, i concerti e gli spettacoli in piazza con cantanti e complessi e (perché no?) qualche buon pranzo festivo; e la durata di tutto per più di un giorno, in Settembre, ed, in ridotta misura, anche in Febbraio.</p>
<p>Questo tripudio di colori e di suoni, con molte persone appositamente “rientrate” per la sola festività, ti ritorna in mente, ti accompagna e ti fa godere nel ricordare momenti lieti e di spensieratezza, che vorresti si ripetessero senza mai perdersi.</p>
<p>E così poter rivedere quel Santo dall’argentea statua in processione, che visita le strade, o, magari, l’esposizione di dolciumi in vendita (le grandi “stecche” bianche di torrone e le “corone” di nocciole infilate in un sottile spago, le cosiddette “ ‘ndrite”) o qualche falò, intorno al quale un’anziana compaesana soleva cantare o accennare addirittura qualche passo di danza, come per compiere un rito.</p>
<p>Si possono rivivere fatti e immagini, che si affollano nella mente, in maniera inevitabile e ci parlano anche di San Sabino, del quale non è certo se fosse nato a Roma o nel Lazio od anche ad Abellinum (area molto più ampia delle attuali Atripalda ed Avellino); ma sappiamo che fu Vescovo e visse, nel sesto secolo d.C., sulla riva destra del fiume Sabato, vicino al cimitero dei martiri cristiani Ippolisto e gli altri, dove, pare, sia deceduto.</p>
<p>Una costante tradizione ne ha collocato la “casa” ad Atripalda, proprio a Capo La Torre, intorno allo “Specus Martirum”, considerandolo una delle figure più importanti della Chiesa irpina e del Mezzogiorno.</p>
<p>E v’è, infatti, (o vi era) quartiere medievale per eccellenza, una piazzetta detta “di San Sabino”, costituita da una piccola area, innanzi ad una casa diruta che la tradizione indicava abitata dal Santo.</p>
<p>Proprio all’ingresso di Capo La Torre e vicinissimo al tempio Maggiore del Paese, nella via Sant’Ippolisto, posso vantare di essere nato e vissuto per tutta la mia più giovanile età. Narra Leonida Sansone (in “Le radici di Avellino, ovvero cenni storici su Atripalda”, ed. Agar, Napoli 1971) che, “accanto ai sacri resti del corpo di S. Ippolisto martire, Atripalda venera, accomunati nello stesso sacrario, quelli che sono ritenuti gli avanzi mortali di San Sabino patrono, di cui si celebra la festa due volte l’anno” e che….”San Sabino morì nel 566 d.C., durante il regno di Agilulfo ed Adoloaldo, e la sua tomba sorse sicuramente fra il 591 ed il 626, cioè nel corso della febbrile attività a favore della Chiesa, da parte di Teodolinda, sposa di Agilulfo.</p>
<p>Costei, che aveva fatto del Cristianesimo la sua ragione di vita, spese tutta la sua esistenza e l’autorità stessa di regina, a promuovere la divulgazione della fede di Cristo fra i suoi rozzi e primitivi sudditi, fino a convertire suo marito e tutta la corte.</p>
<p>Fu inoltre una devotissima cultrice delle sacre reliquie dei martiri e per essi fece innalzare molti templi, tra i quali quello di San Sabino in Atripalda, nell’area del Mausoleo di S. Ippolisto”… e che “inoltre, San Sabino non fu Vescovo di Avellino, ma di Canosa e non era nato in Atripalda o in Avellino, ma semplicemente a Roma, nell’anno 470” ed ancora che…..” fin da bambino si fece notare per la sua attrazione verso le questioni morali e divine. Fu, infatti, un bambino precoce che prodigiosamente si sentì vocato verso la teologia e l’ascetica, per cui dedicò il suo tempo alla frequenza degli oratori e delle Chiese della città eterna, ove spesso, novello Gesù, amava trattenersi a conversare con i sacerdoti ed i dottori della Chiesa “ e……”si legò di amicizia, derivante dalla comune missione, con S. Benedetto, che da Montecassino, dopo aver abbattuto l’idolo del falso Dio Apollo, illuminò, con la sua nuova fede cristiana, tutta la valle sottostante, fino a Napoli” …ed ancora…”Resasi intanto vacante, nel 514, la sede pastorale di Canosa, nelle Puglie, il santo Pontefice destinò a quell’importantissimo Vescovado l’Apostolo San Sabino, che vi si dedicò con l’impegno e la modestia in lui innati……</p>
<p>Narra ancora Leonida Sansone (op. cit.) che in questo periodo la Chiesa di Roma era impegnata in molteplici fronti e dové attuare un’accorta politica nei confronti di Teodorico, che non era certo ben disposto, come era stata Teodolinda, verso la Chiesa cattolica.</p>
<p>E Sabino, nell’assolvere la funzione connessa alla delicata missione di pastore di anime, si servì della sua dote particolare di umiltà, comportandosi sempre come l’umile servo di tutti i suoi fedeli e perciò fu servo prima che ministro. Tenne per quattordici anni, dal 514 al 528, il vescovado di Canosa, allorché, sotto il Pontificato di Felice IV, fu accusato di pratiche magiche e di stregoneria.</p>
<p>Per questo fu chiamato a Roma, a conclusione di un’inchiesta promossa dalla burocrazia Vaticana. E Sabino, obbedendo alla chiamata del Papa, miracolosamente, in un solo giorno, fece a piedi il suo viaggio da Canosa a Roma, per presentarsi al cospetto del Papa Felice IV.</p>
<p>Aggiunge altresì Leonida Sansone che questo particolare portentoso (nessun comune mortale avrebbe potuto impiegare meno di dieci giorni per coprire, a piedi, la distanza di oltre cinquecento chilometri da Canosa a Roma) maggiormente insospettì il sommo Pontefice, di tal che Sabino fu rinchiuso in una cella; nella quale rimase in meditazione e preghiera e che ad un tratto si inondò di luce, insieme ad altri accadimenti celestiali, fenomeno di cui il Pontefice fu subito informato.</p>
<p>Egli, allora, recatosi di persona a verificare il prodigio, ne rimase ammirato, ma anche umiliato; sì che, nel riconoscere la santità del Vescovo di Canosa, si gettò ai suoi piedi per chiedere perdono per aver creduto a menzogne accuse di interessati impostori.</p>
<p>Intanto Sabino, dichiarato innocente, rientrò nella sua Chiesa di Canosa e durante il viaggio volle recarsi sul Montecassino, ove fu ospitato dal suo amico San Benedetto; con lui parlò dell’imminente venuta in Italia di Totila e delle temute conseguenze disastrose delle invasioni barbariche.</p>
<p>Proseguendo il viaggio, San Sabino fece tappa a Capua, presso l’amico San Germano che reggeva quella Badia ed, infine, raggiunse la sua diocesi, ove nel 530 ospitò San Placido, altro suo amico e compaesano, diretto a Messina quale inviato papale per andare a fondarvi il Monastero di San Giovanni.</p>
<p>Successivamente, il Papa convocò il primo Concilio di Costantinopoli, inviandovi, quale delegato vaticano, il degno Vescovo di Canosa, San Sabino, di cui erano note le doti di zelo ed impegno per la Chiesa.</p>
<p>Sulla via del ritorno a Roma, verso la fine del 536, San Sabino si fermò ancora a Montecassino, ospite di San Benedetto, il quale ebbe a predirgli che Totila avrebbe sicuramente risparmiato dalla distruzione la città di Roma. Ed infatti lo stesso Totila, giunto in Puglia, nel 543, venuto a conoscenza della fama di santità di San Sabino, volle visitarlo in incognito e trattenersi a cena con lui, in veste di straniero in cerca di ospitalità.</p>
<p>Purtroppo il Santo Vescovo, a causa della tarda età, era rimasto ormai cieco; ma, pur non conoscendo il nome del suo occasionale commensale, allorché questi gli porse il bicchiere per farlo bere, il Santo, nel prendere fra le mani quella tazza, esclamò : “Vivat rex ista manus”, meravigliando lo stesso Totila per le virtù diviniche da lui dimostrate.</p>
<p>Nella tarda vecchiaia, San Sabino era coadiuvato dall’arcidiacono Vindemio, del quale sventò il tentativo di volerlo avvelenare per potergli succedere nella cattedra diocesana.</p>
<p>Essendo, intanto, morti i suoi amici San Benedetto su Montecassino e San Germano a Capua, e, sentendo avvicinarsi a sua volta, la fine della sua vita terrena, San Sabino volle rendere omaggio ai loro sepolcri e, pertanto, si recò prima a Montecassino e poi a Capua; e, lungo il ritorno verso le Puglie, si fermò a rendere omaggio al Sepolcro dei Santi Martiri di Atripalda, sostando in preghiera “ante specum martirum”.</p>
<p>Quivi la morte lo colse, assorto in meditazione, all’età di 90 anni, dopo 52 anni di missione; e colà il suo levita Romolo ed i nobili cittadini di Atripalda gli diedero onorata sepoltura accomunando i suoi resti mortali a quelli di S. Ippolisto e degli altri martiri cristiani nel modesto sepolcro scavato dai fedeli all’atto della sua morte, nel 566.</p>
<p>Quel sepolcro, per volere della regina Teodolinda, rimase poi quale monumento di fede fino al 1588, allorché, in data 1° maggio, avvenne la traslazione dei corpi ed il restauro della Chiesa.</p>
<p>Nel sacro avello, il corpo del Santo fu rinvenuto intatto ed immerso in limpidissima acqua, alcune gocce della quale, applicate ad uno storpio del piede destro, valsero a farlo subito, miracolosamente guarire.</p>
<p>Nel 1790, si rinnovò il miracolo del 1588: le ossa del Santo apparvero, ancora una volta, roride di un liquido cristallino che dal popolo fi chiamato “Manna”.</p>
<p>Osserva, anche, Leonida Sansone (op. cit. risalente, come detto, al 1971) che sono più di quattordici secoli che gli Atripaldesi godono della protezione di San Sabino, sempre prodigo di benefici, come si dimostra dai tanti miracoli da Lui fatti, con le numerose guarigioni di infermi di ogni genere, ma ancor più con la protezione degli effetti distruttivi dei terremoti, da cui Atripalda non fu mai toccata e gli Atripaldesi sempre tenuti indenni.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Accadde in settembre</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/09/14/accadde-in-settembre/</link>
		<pubDate>Thu, 14 Sep 2023 08:58:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=103687</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="comunicato">
<p><strong>&#8211; di Gabriele Meoli &#8211;</strong></p>
<p>Tanta è la vicinanza, non solo topografica, tra Atripalda ed Avellino, ed unica la comunanza di vita, da potersi senza errore comprendere entrambi nell’espressione “Paese mio!”, che ben si addice ai loro momenti sia tristi che felici. Ed è per questo che ben si può dire che, se Avellino piange, Atripalda non ride!</p>
<p>Gli avvenimenti si inseguono implacabili, conservati dalla memoria, che spesso te li ripresenta, perché tu possa riviverli senza dimenticare.</p>
<p>L’amico Andrea Massaro, del quale mai avremmo purtroppo immaginato di dover ora piangere la recente scomparsa, appassionato storico di vita avellinese, alla pagina del suo Almanacco della città, intitolata “14 settembre 1943”, racconta che in quella data, giorno di mercato, alle ore 10,55, uno stormo di 36 bombardieri quadrimotori lasciarono cadere su Avellino tonnellate di bombe, che, falliti gli obiettivi, colpirono i posti più affollati della città, seminando morte e distruzione immane.</p>
<p>Questa accorata rievocazione del bravissimo Andrea Massaro ha avuto in me un giovanissimo (all’epoca) e quasi inconsapevole testimone, che, tra gli eventi più grandi di noi, ha vissuto anche quello del 14 settembre 1943, allorché, dall’alto di una collina dei dintorni, sulla quale ero rifugiato, vidi &#8211; e mi è rimasta in memoria &#8211; la scena come da film del bombardamento operato dal “fuoco amico”, che, per stanare gli avversari ed accelerarne la fuga, scendeva in ripetute “picchiate”, sulla sottostante città di Avellino.</p>
<p>Vidi, e ricordo tuttora con orrore, quelle “fortezze volanti”, dispensiere di morte, lasciar cadere dalla fusoliera numerosi corpi neri che, poco dopo, giunti al suolo, esplodevano con grandi boati, mentre un enorme polverone si sollevava dalle macerie della Città.</p>
<p>Atti ufficiali parlano d tremila vittime e di un patrimonio, pubblico e privato, distrutto, di una città allo sbando, quale tragico tributo pagato dal capoluogo irpino a quei fatti bellici.</p>
<p>La presenza delle forze tedesche sul nostro territorio indusse gli alleati in conflitto, prima di entrare in città, a liberarla con pesanti e ripetuti bombardamenti a tappeto, specialmente per la distruzione di obiettivi strategici.</p>
<p>&#8230;&#8230;..<br class="autobr" />E questa la proposta di Ciro Alvino</p>
<p>UN MUSEO DELLA MEMORIA PER RICORDARE LE VITTIME DEL 14 SETTEMBRE 2023</p>
<p>di Ciro Alvino</p>
<p>Sono trascorsi poco meno di 30.000 giorni dall’eccidio di oltre tremila avellinesi, vittime sacrificali del Generale Dwight Eisenhower che chiese, ed ottenne, dal Presidente degli Stati Uniti d’America, di bombardare i ponti sui fiumi della città di Avellino allo scopo di tagliare i rifornimenti alle truppe tedesche in forza ad Ospedaletto d’Alpinolo.</p>
<p>Avellinesi che non immaginavano nemmeno che sarebbero divenuti un bersaglio di bombe da parte degli americani, per ben due volte buttati a mare dai tedeschi, e che, pur di poter sbarcare a Salerno e raggiungere Napoli attraverso l’Irpinia, la presero di mira con stormi di bombardieri che distrussero luoghi centralissimi come Piazza del Popolo, Piazza Libertà, la fiorente Atripalda ed altri Paesi limitrofi.</p>
<p>Di conseguenza Avellino fu catapultata nelle prime pagine della cronaca per il sacrificio umano.</p>
<p>Tuttavia, a distanza di 80 anni, la città non ha ancora un Museo della Memoria che consenta di far rivivere il passato per stimolare i giovani a non dimenticare, a studiare e comprendere l’accaduto e trarne degli insegnamenti per scrivere un futuro all’insegna del decoro, dell’intelligenza, della saggezza, e onorare chi sacrificò la vita in nome di un ideale di libertà, in un mondo, troppo spesso, avvilito e calpestato.</p>
<p>Avevo auspicato la creazione di questo Museo già all’atto della pubblicazione del romanzo “La Gelsa!”</p>
<p>Romanzo volto a far conoscere la seconda galleria ferroviaria della linea Avellino-Rocchetta Sant’Antonio che accolse nei giorni dei bombardamenti centinaia di persone in preda a una motivata paura e a evidenziare il nobile riscatto di spiriti limpidi e generosi.</p>
<p>Il ricordo va alle Figlie della Carità, che mostrarono, in uno scenario di suprema sofferenza, incomparabili doti di abnegazione e di altruismo; al monsignor Guido Luigi Bentivoglio, al preside dell’Istituto Agrario, ai Padri Domenicani, ai Padri Benedettini del Santuario di Montevergine, ai Frati Cappuccini, al dottor Domenico Laudicina di Trapani, che salvò tante vite umane assumendosi l’impegno e l’onere di dirigere l’ospedale Civile perché il primario si era dato vigliaccamente alla macchia nella campagna di Picarelli; a don Luigi Baratta che in quei giorni infelici sfidò i soldati tedeschi, armato del solo crocifisso, per portare il sostegno della religione cristiana agli agonizzanti e ai feriti, ed a Sabino De Pascale, medaglia d’oro al valore civile, per il coraggio e l’indefessa abnegazione dimostrati quel fatidico martedì 14 settembre 1943, quando, con raro senso civico, rimase nel suo negozio per soccorrere i concittadini elargendo generi e conforti di prima necessità.</p>
</div>
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]]></content:encoded>
			</item>
		<item>
		<title>La Dogana di Atripalda</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/07/22/la-dogana-di-atripalda/</link>
		<pubDate>Sat, 22 Jul 2023 07:57:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/2023/07/22/i-mulini-di-atripalda-copy/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<div class="coll-umanita">
<p>Per chi, come me, è nato ed ha trascorso la propria giovinezza in Atripalda, sulla riva destra del fiume Sabato, nel centro storico del Paese, la denominazione di “Dogana” era collegata a quell’area principalmente contenuta tra le attuali Via Rapolla e piazza Garibaldi e da noi chiamata, in dialetto, “sott’a rovana”.</p>
<p>A conferma del ricordo, Maria Grazia Cataldi riferisce (in “La Dogana di Atripalda”, Beni Ambientali, pgg. 31 e seguenti) che l’antica Dogana era costituita da alcuni porticati coperti, di proprietà del feudatario, che sorgevano al centro dell’abitato, sulla via centrale del borgo antico, alla confluenza delle strade principali di transito; e che lo “jus dohanae” consisteva nell’esazione, a beneficio del feudatario, dei granelli di grano che cadevano a terra intanto che la si ripesava (cosiddetta scopatura), ma poi si cominciò ad esigere anche quanto poteva contenere il concavo di due mani unite (cosiddetta giummella) ed, infine, a pretendere, nonostante proteste, una misura e mezza (cosiddetta scumarella).</p>
<p>Atripalda ha sempre avuto (forse per vocazione) una particolare importanza come centro commerciale, tanto da entrare in competizione col vicino traffico di Avellino, rivalità conclusasi soltanto dal 1740 con la vittoria del principe di Avellino.</p>
<p>Da allora, infatti, la dogana atripaldese di cereali fu limitata al solo giovedì settimanale, onde favorire l’affluenza alla concorrente dogana di Avellino.</p>
<p>Ma l’attività molitoria delle rive del Sabato-Salzola risultò ridotta anche dalla deviazione dei traffici commerciali lungo la strada delle Puglie, conseguita alla istituzione della linea ferroviaria Napoli-Benevento-Foggia, nonché alla crisi del settore siderurgico e di altre attività economiche da sempre in difficoltà.</p>
<p>Sopravvisse, però, l’attività legata all’edilizia, anche agevolata, almeno inizialmente, dall’utilizzabilità delle cave di argilla, possedute da Atripalda per la fabbricazione di mattoni che potenziò il fenomeno di nuove costruzioni anche pubbliche.</p>
<p>Narra, a tal riguardo, ancora la Cataldi (opera citata pag. 33) che “nel quadro di questo fervore edilizio si inserisce la costruzione della Dogana Nuova, simbolo di quell’attività precipua della cittadina, cioè il commercio, che in ogni epoca le aveva permesso di distinguersi nettamente su tutte le altre della provincia.</p>
<p>Nell’ambito, infatti, del progetto di ristrutturazione del Largo Mercato, voluto nel 1882 dall’Amministrazione capeggiata dal Sindaco Nicola Cennamo ed affidato all’Ing. Carmine Biancardi, si pensò di edificarvi anche un nuovo palazzo della Dogana, che potesse egregiamente sostituire la vecchia, ormai decentrata rispetto al nuovo cuore della città e già da tempo non più in grado di assolvere alla sua funzione”.</p>
<p>Seguirono, nel tempo, dal 1883, varie deliberazioni dell’Autorità comunale, relative al progettato edificio doganale, sino alla seduta consiliare del 9/4/1884, nella quale si deliberò sull’acquisto ed impianto dell’orologio pubblico nel fabbricato della nuova dogana municipale; la cui costruzione doveva, comunque, esser terminata in data 8 dicembre 1886.</p>
<p>Successivamente, il 23 marzo 1887, la Giunta comunale compilò il regolamento, con relativa tariffa per detta Dogana destinato al mercato dei cereali e legumi. Finalmente l’edificio fu inaugurato, com’è nel verbale della seduta del 20 aprile 1887, nel quale fu prevista “l’apertura del novello mercato di cereali e la demolizione della vecchia Dogana per la formazione di una novella piazza” ( la futura Piazza Umberto I, gioiello del Paese, anche dopo essere stata “amputata” dell’adiacente largo tigli da costruzione che ha per sempre oscurato la suggestiva visione della sovrastante altura di San Pasquale.</p>
<p>Seguirono, nel tempo, determinazioni di manutenzioni e di interventi straordinari in favore della nuova Dogana, per l’insufficienza della sua grossa orditura in legno, da consolidare mediante la costruzione di un castelletto centrale.</p>
<p>E venne, altresì, assicurata la stabilità delle strutture portanti e del manto di copertura in lamiere di zinco, che, oltre a numerose parti forate da agenti atmosferici, presentava sconnessioni aggravate dalle forti raffiche di vento, che asportò numerose lamiere e danneggiò la copertura di piombo dei displuvi.</p>
<p>L’incessante cura della Pubblica Amministrazione per la Dogana si estese anche a lavori di collegamento dei due corpi del fabbricato della stessa Dogana adibiti a Succursale della Scuola Media Statale n. 3, nonché alla manutenzione del suo orologio, per ovviare al suo stato di deterioramento, ed alla miglior copertura dell’immobile e sistemazione della sua facciata laterale.</p>
<p>In epoca più recente, essa, quando ormai non era più usata come Dogana, ha pure ospitato, nella sua capace costruzione, una Scuola, un cinema e persino un deposito di autobus.</p>
<p>Questi e migliori altri dettagli ha esposto Maria Grazia Cataldi, che così ha poi concluso (opera citata pag. 38) : “Ora, la Dogana, fortunatamente scampata, sia pure parzialmente, al sisma del novembre 1980, a poco meno di un secolo della sua progettazione e realizzazione, attende la conclusione, in un modo o in un altro, della sua purtroppo tormentata esistenza: la rovina e l’abbandono oppure una utilizzazione, che possa riscattare, in certo qual modo, il significato, che essa ha avuto, di simbolo, oggi come ieri, rispetto alla più peculiare attività della cittadina di Atripalda”.</p>
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		<title>I mulini di Atripalda</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/07/08/i-mulini-di-atripalda/</link>
		<pubDate>Sat, 08 Jul 2023 08:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=101708</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Due corsi d’acqua hanno da sempre lambito l’antico borgo di Atripalda : il fiume Sabato ed il Salzola, che da Salza e Sorbo scorre fino ad Atripalda, dove si immette nel Sabato. Mediante dighe (cosiddetti camassi) e canalizzazioni, essi hanno consentito il fiorire di varie attività industriali sulle loro rive, oltre alla possibilità di irrigazione dei territori a scopo agricolo.</p>
<p>Particolare importanza, sin dal 13° secolo, ebbe la sfarinatura dei grani mediante l’attività molitoria ed il conseguente commercio dei relativi prodotti di pasta alimentare, destinati anche ad altre città.</p>
<p>Sorsero, così, i mulini, azionati dalla forza motrice dello scorrere dell’acqua che sospingeva pale rotanti.</p>
<p>Una prima notizia (secondo Lucio Fiore, “I Mulini di Atripalda”, pgg. 59 e seguenti) risalirebbe al 1174, allorché il signore di Atripalda Guglielmo Capece donò alla badia di Cava la Chiesa di Santa Maria dei Morti, dove era stato seppellito il padre Tristano e la madre, nonché il diritto di riscuotere le decime degli introiti del mulino dell’Arco; il cui possesso, alcuni anni dopo, fu rivendicato da Giacomo Capece, nipote di Tristano, di tal che l’abate dové rinunciare ad una parte del mulino stesso.</p>
<p>Narra altresì Lucio Fiore (opera citata) di altro mulino, sempre in Atripalda, ceduto per metà, nel 1304, dal monastero che lo possedeva al vicino castello, in località Sulfale, mentre l’altra metà era già posseduta dal Monastero di Cava; e che, nel 1344, la regina Giovanna autorizzò il notaio avellinese Berteraino a sfarinare grano nei mulini di sua pertinenza ed a farlo trasportare alla reggia di Napoli per il consumo di quella Corte.</p>
<p>Il Berteraino si servì ampliamente dei mulini di Atripalda, così come se ne giovarono anche le comunità religiose della Campania.</p>
<p>Apprendiamo inoltre che, nel 1674, in Atripalda-Pianodardine, sul fiume Sabato, furono costruiti tre mulini, forse appartenuti ai Caracciolo e dati in fitto a tal Antonio de Mercurio per 450 ducati annui.</p>
<p>Altri tre mulini, sempre sul Sabato e sul Salzola, sorsero successivamente, con l’obbligo per i mugnai di provvedere anche alla pulizia del fiume ed a mantenere in efficienza le dighe ed i canali di carico e scarico delle acque, ciascuno per la propria competenza.</p>
<p>All’inizio del 1800, si contavano in Atripalda, addirittura una decina di mulini in attività.</p>
<p>Le acque fluviali erano considerate di pubblica utilità, mentre quelle che fluivano nei canali potevano essere cedute per irrigazione mediante compensi, a valle del loro utilizzo per il funzionamento dei mulini.</p>
<p>Pone in rilievo Lucio Fiore (opera citata) che la mancanza all’epoca di un ceto medio capace di dar vita ad una classe imprenditoriale, fece sì che la quasi totalità dei mulini fosse nelle mani di feudatari e di istituzioni ecclesiastiche, con conseguente aumento monopolistico sui prodotti da sfarinare e liti e proteste tra la popolazione ed i proprietari dei mulini.</p>
<p>Per ovviare a questo inconveniente, il Comune di Atripalda deliberò la costruzione, a spese pubbliche, di appositi mulini, onde frenare l’incontrollato aumento del dazio sul macinato, praticato dagli affittuari dei mulini di Atripalda.</p>
<p>Ma poi sopravvenne il colpo inferto all’industria molitoria dalla mancanza di commesse da parte dello Stato e della maggiore concorrenza dei prodotti delle più moderne fabbriche del Nord, dovuta ad una politica liberistica intervenuta dopo l’Unità d’Italia.</p>
<p>Contribuì anche la costruzione dell’acquedotto di Napoli, che, prelevando notevoli contingenti dalle sorgenti del serinese, fece sì che la portata d’acqua del Sabato non fosse più bastevole per alimentare le varie industrie lungo il suo corso, provocandone la chiusura.</p>
<p>Tuttavia, ricorda sempre Lucio Fiore, fino alla metà del ventesimo secolo funzionavano ancora quattro mulini ad acqua: uno di proprietà Capaldo, uno dei Piccolo, altro di Preziosi verso Serino e quello di Della Sala verso Pianodardine.</p>
<p>Questi ed altri insediamenti molitori hanno a lungo alimentato l’economia fiorita specialmente sulle rive del Sabato e del Salzola, dando vita e ricchezza alla popolazione di Atripalda come un dono da parte di questi due fiumi, quasi a somiglianza dell’Egitto che fu definito un dono del Nilo.</p>
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		<title>Atripalda &#8211; Nientemeno, i filobus</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/06/24/atripalda-nientemeno-i-filobus/</link>
		<pubDate>Sat, 24 Jun 2023 10:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=101089</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Già tempo addietro scrivemmo “una botta di coraggioso progresso, dovuta alla lungimiranza di taluno, venne tempestivamente a gratificarci, intorno alla stessa (ormai remota) epoca, con la comparsa di bianchi filobus cittadini, per collegarci ad Avellino e Mercogliano. Essi suscitarono l’orgoglioso entusiasmo dell’intero Paese per quella modernità, che per fortuna vive tuttora, pur passando però inosservata, ora, siccome divenuta un ordinario servizio pubblico di trasporto”.</p>
<p>Effettivamente ci apparve (o fu) una bella conquista, anche per la novità di vedere istallata quella rete elettrica lungo tutta l’area del percorso, sotto la quale transitavano con continuità vari filobus; il cui colore bianco-latte davvero ci piaceva ammirare.</p>
<p>Ma soprattutto ci entusiasmava la silenziosità quasi assoluta del loro procedere; che, scevro dal ben noto rumore dei normali motori, ci appariva quasi avvenisse per virtù di magia.</p>
<p>L’interno di quelle vetture era, poi, arredato in angoli di novità che ci sembravano addirittura eccezionali, come pure ci appariva tale il funzionamento delle porte se-moventi di salita o discesa, che parimenti avveniva quasi senza rumore.</p>
<p>Erano, in verità, poche e modeste cose nuove, ma che specialmente noi studenti apprezzavamo anche con meraviglia.</p>
<p>È proprio vero che, in certi tempi, ci bastava ben poco per provare entusiasmo.</p>
<p>E così ho anche già scritto che queste novità dei filobus “fu molto di più per noi, che, ancora ben lontani dal disporre di autovetture personali per recarci a scuola, affidammo ogni giorno a quei silenziosi veicoli le trepidazioni naturali di un’età ancora troppo verde”.</p>
<p>Probabilmente la nostra giovinezza aveva occhi non soltanto per vedere m</p>
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		<title>Cose di Atripalda</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/06/03/cose-di-atripalda/</link>
		<pubDate>Sat, 03 Jun 2023 09:56:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=100108</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli </p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Anche i lontani “anni quaranta” accoglievano la Piazza Umberto I di Atripalda, con taluni “angoli” sbiaditi nella memoria, ma tuttavia capaci di rimanere ancora presenti, e come se tanto tempo non fosse già passato.</p>
<p>Alcuni di questi “luoghi”, pur se in parte mutati, sopravvivono miracolosamente ancor oggi; ma altri sono scomparsi, cancellati dagli inevitabili interventi innovativi che la piazza ha subito, forse per il progresso o solo per modifiche e miglioramenti.</p>
<p>Ricordo, ai limiti di quel piazzale, un “palo illuminante”, tutto verniciato in argento, con tre bracci ricamati e curvilinei, che alle estremità reggevano altrettante lampade contenute in globi, contornato alla base da due giri di scalini in pietra.</p>
<p>In verità, non lo abbiamo mai visto acceso, ma tuttavia la sua sagoma piaceva a noi Atripaldesi ed era sufficiente per farcene compiacere.</p>
<p>Lo avevamo anche adibito a punti d’arrivo delle nostre ripetute passeggiate sulla piazza. Ma oggi non l’abbiamo più.</p>
<p>Ricordo anche, nell’opposto versante, quelle due vasche semicircolari, spesso colme d’acqua, accostate al largo dei tigli esistenti all’epoca e ubicate ai due lati della piccola e caratteristica ”casa del Dazio”.</p>
<p>Ma anche queste cose sono state poi travolte dal divenire della realtà.</p>
<p>Resiste, invece, per fortuna del Paese, il suo monumento ai Caduti, troneggiante da sempre nell’area centrale della stessa Piazza, ammirazione e vanto di noi tutti.</p>
<p>Sulla sommità, un Fante, con un braccio teso, impugna un’arma, intrepidamente, e con l’altro sorregge, generosamente, un milite semicoperto da un vessillo.</p>
<p>È sempre stato, per noi, emblema di eroismo, coraggio, gloria; con erette, ai lati, due solenni statue di metallo bronzeo ed impressa sul fronte una scritta: “Altissimo premio: La Patria benedicente. Primi nell’esaltazione. Generosi nell’offerta. I fratelli d’oltre oceano. 1915-1918”; commovente attestazione di amore e di solidarietà.</p>
<p>E, nel giardinetto circostante, i resti di oggetti di guerra (contenitori vuoti di esplodenti e persino una vecchia mitragliatrice, posizionata sul fronte), nonché una lampada votiva posta ad accrescere la solennità del complesso celebrativo, piante ornamentali agli angoli; il tutto circondato da una recinzione metallica.</p>
<p>Sullo sfondo, in alto, era visibile l’immagine (indimenticabile) dell’austero Convento-Chiesa di San Pasquale, che vegliava sulla nostra piazza.</p>
<p>Soltanto qualche vecchia e rara cartolina conserva inalterata l’intera visione dei luoghi con le sue cose, divenute sacre; ma essa è, in buona parte, mutata nell’attualità, non certo con l’entusiasmo di noi vecchi (e sempre meno numerosi) compaesani superstiti, irriducibili depositari del bel ricordo.</p>
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		<item>
		<title>Atripalda &#8211; Canzoni di guerra</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/04/29/atripalda-canzoni-di-guerra/</link>
		<pubDate>Sat, 29 Apr 2023 07:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.itvonline.news/?p=98337</guid>
		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Nei lontani anni del secondo conflitto mondiale, ad Atripalda, pur non trovandoci in prima linea, avvertivamo le tragiche conseguenze di quel mondo in fiamme, che si manifestavano in tutti gli aspetti della vita di allora.</p>
<p>Ne risentiva anche il bene collettivo dell’informazione, già di per sé scarsa a causa della “povertà”, degli strumenti disponibili a dare notizie, ma ancor più per l’”inquinamento” continuo dell’informazione stessa ad opera dell’inevitabile propaganda politica di regime, che si riversava soprattutto sulla conoscenza del vero andamento bellico.</p>
<p>In sostanza, nel Paese, noi poco sapevamo della autentica realtà dei fatti che accadevano, pure esaltati, a volte, da inni di guerra.</p>
<p>Li apprendevamo poco e male; e neppure meglio per effetto delle strane trasmissioni radio clandestine, che intenzionalmente presentavano agli ascoltatori in toni differenti gli stessi eventi, pur sempre gravi, del momento. Credere o non credere ai fatti per come da opposte fonti raccontati, era questo il dilemma che affliggeva anche il nostro povero Paese; nel quale vivevamo noi atripaldesi, ingenui e di buona fede.</p>
<p>Ci illudevano, tuttavia, le ripetute canzoni della guerra, che esaltavano eroismi e coraggio od anche coniugavano, al modo infinito o al tempo futuro, il seducente verbo “vincere”.</p>
<p>Ricordo, da troppo giovane, i commenti e le considerazioni delle nuove leve, anch’esse fatte di giovani, che esternavano ai più anziani il loro diverso modo d vedere la realtà; le loro parole mi apparivano di conforto, perché davano sicurezza ed anche coraggio.</p>
<p>Andavamo tutti alla ricerca di verità, animati da inconfessata speranza in qualcosa che neppure sapevamo definire con esattezza.</p>
<p>I genitori si confidavano con altri genitori, più per ottenere solidarietà in un così difficile momento di paure per una guerra che ancora non aveva il suo epilogo, ma che, tuttavia, già molto chiaramente annunciava.</p>
<p>Invero gli eventi erano molto più grandi delle dimensioni di quel nostro Paese; che, in fondo, era tutti noi e tale è rimasto anche ora, in tempi totalmente cambiati, salvi dagli spettri di quel passato.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Atripalda &#8211; Il pane con la &#8220;tessera&#8221;</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2023/04/15/atripalda-il-pane-con-la-tessera/</link>
		<pubDate>Sat, 15 Apr 2023 08:37:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Meoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Paese mio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Gabriele Meoli</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="coll-umanita">
<p>Del pane si è sempre detto ”profumo della mensa”; lo si è elevato a simbolo di giusta rivendicazione contenuta nel binomio “pane e lavoro”; e lo si è esaltato, quale premio della fatica umana, affermando “guadagnarsi il pane”.</p>
<p>Una focaccia molto simile a quella di grano, nell’antico diritto romano, veniva spartita tra i nubendi per celebrare solennemente le loro nozze (“confarreatio”).</p>
<p>Persino la carità, chiesta o elargita, ha sempre avuto come simbolico oggetto “un tozzo di pane”.</p>
<p>Ma non avevamo sperimentato, prima dell’ultima guerra mondiale, anche la triste novità del cosiddetto “pane con la tessera”, vigente, ovviamente, anche ad Atripalda.</p>
<p>Non era un fatto simbolico, bensì reale e consisteva, come molti sanno, nel razionamento (fortunatamente durato poco) anche del pane, oltre ad altri generi alimentari di prima necessità.</p>
<p>Tale misura fu resa necessaria dalle ristrettezze estreme del momento ed attuata attraverso la disponibilità di apposita tessera annonaria.</p>
<p>Munita di tagliandini quadrati, con la cui utilizzazione si poteva acquistare solo una limitata quantità del cibo occorrente.</p>
<p>Ricordo lo sforzo ed il sacrificio delle mamme, prese nel dilemma di non far mancare almeno l’essenziale ai componenti della loro famiglia e la “pochezza” dei viveri disponibili in base a quella preziosa tessera.</p>
<p>Soltanto il nume tutelare della mamma di famiglia poteva riuscire, con evidente miracolo domestico esclusivamente a lei possibile, a render sufficiente, in tavola, il desinare per tutti noi.</p>
<p>Erano indubbiamente tempi molto bui, dei quali si sperava ardentemente la fine; ma che, intanto, inducevano al sacrificio nel nostro Paese, sopportato con amore e disciplina degli abitanti; che tuttavia pensavano sempre nell’arrivo di tempi più felici, o, meglio, meno tristi.</p>
<p>Per intanto un “bollino” era simbolo necessario anche per l’ottenimento di un pezzo di pane.</p>
<p>E si doveva sopravvivere con quel poco, assicurato dal razionamento, stranamente diventato in Paese, un fatto che ci eravamo quasi abituati a considerare normale ed accettabile, nonostante la sua oggettiva straordinarietà, a fronte del sopravvenuto ricco benessere della nostra vita attuale.</p>
<p>Ci sono momenti, nell’esistenza di una popolazione, nei quali sembra che essa scandisca il suo tempo con un cuore che batte a fatica, ma che tuttavia non voglia fermarsi per un desiderio di sopravvivenza destinata a vincere la sua lotta contro le avversità delle vicende umane.</p>
</div>
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