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	<title>Tracce &#8211; ITV Online &#8211; Irpinia TV Avellino</title>
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	<description>Notizie, approfondimenti e TV on demand</description>
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		<title>Come fiocchi di neve</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2022/01/19/come-fiocchi-di-neve/</link>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 09:26:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Mirella Napodano</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È un’assoluta evidenza scientifica affermare che – da che mondo è mondo – non sono mai caduti sulla terra due fiocchi di neve della stessa forma. Altrettanto può dirsi senza tema di smentite circa l’assoluta unicità (e quindi diversità) di ogni essere umano. Neppure i gemelli omozigoti risultano perfettamente uguali, malgrado si siano sviluppati – come da definizione &#8211; da uno stesso zigote e quindi appaiano portatori di un identico patrimonio genetico. Anche per loro, come per gli altri uomini, saranno gli avvenimenti personali – la biografia esistenziale – ad incaricarsi di renderli irriducibilmente diversi. L’unicità di ciascun uomo, intesa come assoluta soggettività, è dalla più remota antichità uno dei pilastri del pensiero ebraico, come si evince da questa inequivocabile glossa di Martin Buber:</p>
<p><i>Si comprende allora come ogni uomo che nasce rappresenti qualcosa di nuovo che non è mai esistito prima, qualcosa di unico e originale. Ognuno in Israele ha l’obbligo di riconoscere e considerare che egli è unico al mondo nel suo genere e che al mondo non è mai esistito nessun uomo identico a lui; se infatti fosse già esistito al mondo un uomo identico a lui, egli non avrebbe avuto motivo di venire al mondo. Ogni singolo uomo è una creatura nuova ed è chiamato nel mondo a sviluppare e dar corpo a questa particolarità. Il primo compito in assoluto di ogni uomo è quello di riuscire a realizzare queste sue possibilità uniche e irripetibili e non quello di ripetere ciò che un altro – fosse anche il più grande di tutti – ha già realizzato. Questa idea è stata espressa da rabbi Sussja che, poco prima della sua morte, disse: “Nel mondo futuro non mi si chiederà: Perché non sei stato Mosè?” Mi si chiederà invece: “Perché non sei stato Sussja</i>?”. L’imperativo categorico di ogni uomo è quindi quello di rivelarsi il più possibile al mondo per quello che è, con le proprie caratteristiche identitarie, attraverso un processo (niente affatto scontato) di introspezione, auto-riconoscimento ed epifania dell’Io realizzato per tutto l’arco della vita.</p>
<p>I testi chassidici esprimono questa stessa idea formulandola con una metafora estremamente originale: ogni uomo è una lettera o parte di una lettera. Il libro, nella sua totalità, è scritto solo nel momento in cui è completo di tutte le sue lettere. Perciò, ogni uomo ha l’obbligo di scrivere la sua lettera, di <i>scriversi</i> &#8211; ossia di crearsi &#8211; offrendo alla comunità il proprio significato, semplicemente perché nessun altro può farlo al suo posto. A ben guardare, in questa teoria semplice ma niente affatto ingenua, si ravvisa una formulazione dell’Etica, della Politica e del rapporto con l’alterità che consente di poter ancora parlare di solidarietà e giustizia per il bene dell’umanità. In tal modo, una proposta culturale antica si rivela attualissima ponendosi come cifra della conoscenza e della reciprocità; fondandosi sulla saggezza del dubbio, grazie alla quale ogni uomo si inventa e si trasforma interiormente man mano che ricerca nuovi significati e originali risposte ai suoi interrogativi, nel confronto e nel dialogo con gli altri. Si genera così una lettura aperta che esplora tutte le possibilità interpretative in un gioco di decostruzione e ricostruzione del senso, per cui sarà utile citare ancora una volta un impareggiabile aforisma chassidico: <i>Un giudizio è una risposta orfana della domanda</i>.</p>
<p>Certamente, una delle condizioni per dar vita ad un dialogo autentico e non autoreferenziale sta nel riconoscersi tutti in qualche modo carenti, limitati: non semplicemente in senso fisico o morale, e neppure nel senso ovvio dell’umana fallibilità, ma come presa d’atto della reale condizione esistenziale degli uomini, che ne costituisce un’implicita ricchezza, determinandone la caratteristica di ‘esseri che desiderano’. Desiderio e comunicazione da questo punto di vista si apparentano, derivando entrambi dalla parzialità. Se la nostra condizione fondamentale è il desiderio, non si tratta però del desiderio sovversivo di rovesciare lo stato delle cose e nemmeno di un progetto di appropriazione di tutto – questo andrebbe nella direzione della volontà di potenza, aborrita dalla filosofia ebraica – ma di un desiderio che si coniuga nel senso dell’amore. Qui si teorizza la positività della carenza: esser deboli, imperfetti, non potenti; riconoscersi come esiliati, viandanti, errare nel doppio senso dell’andare per il mondo e di sbagliare. Quello che spesso è visto come un tratto negativo, un limite dell’umanità, viene pensato in tale ottica come potenziale positivo, non solo e non tanto perché sarebbe l’anticipazione o la precondizione di una futura redenzione messianica, ma semplicemente nel senso di una valorizzazione attuale della condizione umana disarmata e delle sue potenzialità di apertura.</p>
<p>Ed è proprio qui che si trova il fondamento etico della democrazia, in quanto la comune condizione di fragilità si traduce in desiderio di confronto, dialogo, cooperazione emotivo-cognitiva, bisogno di riconoscimento e di relazione.</p>
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		<title>SEI TU L&#8217;AMORE CHE CERCHI</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/12/15/sei-tu-lamore-che-cerchi/</link>
		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 09:56:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Mirella Napodano</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando Generoso Benigni mi ha chiesto di recensire il libro di Giusy Pagliuca, la prima cosa che mi ha colpito è stato il titolo, perché accenna ad una ricerca in cui siamo tutti impegnati fin dalla nascita. Certo, ognuno la compie a modo suo, forte della propria unicità, dote individuale unica e irripetibile della cui essenza l’autrice dimostra in più parti del testo di avere piena consapevolezza. Al titolo, già così impegnativo, io mi sono permessa di aggiungere per conto mio in una nuvoletta il pronome ‘tu’ per esplicitare meglio il percorso identitario che vi è sotteso. Dunque, nella frase SEI TU L’AMORE CHE CERCHI, il pronome che ho aggiunto a mio stretto uso personale mi coglie come un benefico pugno in pieno stomaco per ricordarmi di tutte quelle volte in cui la mia ricerca dell’amore &#8211; e non solo sentimentale &#8211; ha preso una direzione sbagliata causandomi notevoli perdite di tempo e tardivi, inutili rimpianti. Infatti l’amore che cercavo era dentro di me e risultava inafferrabile perché pensavo fosse altrove. E se voglio ricordarlo non è per masochismo, ma per ripassare la lezione e non ricadere sempre negli stessi errori, pur sapendo che sono state proprio certe iniziali fallacie identitarie, insieme agli inevitabili colpi del destino, a rendermi la persona che oggi sono. Certo, ho dovuto imparare a mie spese che non avrei mai trovato quello che cercavo finché non sarei riuscita ad amare me stessa, che è poi l’invito esplicito che Giusy ci fa in questo libro e di cui le sono particolarmente grata. Spesso, nel rincorrere il prossimo per amarlo possiamo incappare nell’errore di dimenticare la seconda parte del divino comandamento, che ci impone contemporaneamente di amarlo <i>come noi stessi</i>. E mai regola imposta dall’alto fu &#8211; per quanto mi riguarda &#8211; più salutare.</p>
<p>E l’invito pressante che Giusy ci rivolge in quest’opera, che è quasi un manuale del potere trasformativo, è quello di amarci attraverso la bellezza che cura; si direbbe un’estetica della <i>cura sui</i>, un invito ad apprezzare il viaggio delle nostre emozioni. E’ un percorso che da alcuni anni stiamo cercando di realizzare in AMICA SOFIA inaugurando una filosofia delle emozioni, che entra a buon diritto nelle nostre pratiche dialogiche per vivificarle dall’interno, con l’auspicio di rafforzare il potere personale dei dialoganti. Scoprire che quello che andiamo cercando tutt’intorno per essere felici in realtà è dentro di noi ci aiuta ad affrontare la sfida dell’incertezza, in cui oggi più che mai siamo immersi e ci sprona a dialogare con l’ignoto, quasi inverando l’affermazione di Nietzsche secondo cui <i>il futuro influenza il presente quanto il passato</i>. E’ ancora un invito ad abbandonare le proprie certezze portandosi addosso le inevitabili paure, un po’ come capitò ad Abramo quando a settantacinque anni udì una voce dall’alto che gli imponeva di lasciare la sua patria, la casa di suo padre per andare nel paese che Dio gli avrebbe indicato. Infatti, la vera bussola delle nostre peregrinazioni è nel paradosso del cuore. Per una donna dei nostri tempi, il migliore invito da ricevere è quello di viaggiare verso sé stessa fino a congiungere il suo genio creativo con lo scopo della vita.</p>
<p>Il libro di Giusy si giova di una scrittura fortemente emozionale, scandita di immagini vivide, a tratti addirittura tenere e carezzevoli, quasi premurose delle fatiche del lettore, che viene invitato ad essere disponibile a debuttare ogni giorno nella gestione consapevole dei pensieri e delle emozioni, che sono i veri ‘decisori’ della sua vita. E qui echeggia l’augurio rivolto da Pasolini a Tonino e Graziella nel film-documentario <i>Comizi d’amore</i>: “Al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore.” Quale miglior augurio potrebbe darsi ad una coppia se non questo amarsi con piena consapevolezza! La felicità infatti non va definita, ma vissuta.</p>
<p>E poi ci sono i bagni nel grano, l’orto di nonna Maria, lo stupore della natura in cui tutto è connesso, mentre sperimenti forse per la prima volta il tuo dasein, quell’esserci che ti implora di difendere per sempre la tua irriducibile e talvolta disperante unicità. Non c’è traccia in questo libro della fatica del comunicare l’incomunicabile, che forse si dà per scontata, lasciandola nel limbo dell’implicito o risolvendola nella meravigliosa scoperta di possedere già quello che si sta cercando. Il tema filosofico della ricerca dell’amore connesso all’identità trova nel biblico <i>Cantico dei Cantici</i> (3,1-4) la sua più alta espressione poetica:</p>
<p><i>Così dice la sposa: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia&#8230; Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città: &#8211; Avete visto l’amore dell’anima mia? – Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amore dell’anima mia</i>.</p>
<p>La donna, la sposa, diventa mendicante d’amore: cerca l’amore dell’anima, quello che non delude e finalmente capisce che lo può trovare solo dentro di sé. L’amore dell’anima è sempre dentro di te. Gli amori della vita scappano via, cambiano, tradiscono e si perdono. L’amore dell’anima non ti lascia mai: scoprilo e rispondi con lo stesso amore per non perderlo più.</p>
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		<title>SOLITUDINE: CONDANNA O CONQUISTA?</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/12/01/solitudine-condanna-o-conquista-2/</link>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 10:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Mirella Napodano</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Poco per volta comincio a vedere chiaro sul più universale difetto della nostra formazione: nessuno impara, nessuno prova, nessuno insegna a sopportare la solitudine</i>. Quanta pertinenza con l’attuale momento storico è rintracciabile in questa esigenza di educazione sentimentale dei ragazzi, così nitidamente espressa da Nietzsche nel testo <i>Per l’educazione</i>! L’urgenza di un’alfabetizzazione emozionale aleggia spesso nelle aule delle nostre scuole; ci sono momenti in cui si ha persino l’impressione di riuscire ad affermarla, a farne scoprire l’esigenza a studenti distratti e professori perennemente impegolati nello svolgimento dei loro programmi. Allora sorgono domande a risposta multipla – nei laboratori di Filosofia dialogica – intorno ai propri e altrui sentimenti; gli interrogativi affiorano a raffica sulle labbra degli studenti, in certe mattine di grazia pedagogica in cui sembra che l’incartapecorito diaframma dell’incomunicabilità fra giovani ed adulti sia destinato ad essere definitivamente infranto. Poi, impercettibilmente, come lanterne cinesi dal cuore infuocato, le buone intenzioni sembrano volar via dalle finestre aperte per il ricambio d’aria nell’aula mentre tu senti che così svaniscono anche i tuoi maldestri e forse pretenziosi (benché volenterosi) tentativi di addestrare i ragazzi ad amarsi e ad amare. La campanella scandisce il cambio d’ora come un’inesorabile cesura tra la riflessione filosofica sulle emozioni e l’allegro, apparentemente ignaro e scanzonato vociare dei ragazzi nei corridoi.</p>
<p>È forse anche per le vistose carenze formative indicate da Nietzsche che la solitudine da pandemia ha colto tutti di sorpresa e ancora adesso morde atrocemente con quella sua prepotente esigenza di distanziamento, imponendoci limiti sociali di ogni sorta. Gli studiosi parlano del recente diffondersi della sindrome di Hikikomori, caratterizzata da ritiro sociale, desiderio di stare in disparte e volontaria reclusione, che avrebbe ormai colpito nel mondo occidentale molti giovani, specie adolescenti, inducendoli ad isolarsi nella loro cameretta virtuale esposta alla rosa dei venti <i>social</i>. Inutile dire che la sindrome è spesso associata a disturbi dell’alimentazione e aumento di peso, che complicano ulteriormente la situazione. Diversa è la percezione della solitudine negli anziani, caratterizzata da angoscia da abbandono e incombente paura della morte. In uno spazio ancor più distante si colloca poi la solitudine degli amori non ricambiati o finiti, che da Saffo in poi hanno amareggiato la vita di miliardi di persone.</p>
<p>Recenti studi sull’impatto della pandemia sulla qualità attuale della vita rilevano che la sensazione oggi più diffusa nella popolazione delle nazioni occidentali è un’inspiegabile assenza di benessere, definita <i>languishing</i>. Più che una forma di vera e propria depressione, gli studiosi accostano questo stato d’animo ad un <i>mood</i>, un persistente umore negativo che svuota e spegne la spinta vitale. La causa di questo sentire così diffuso sembra essere riconducibile all’assenza di gioia ‘sufficiente’ percepita giornalmente dalle persone. Da queste ricerche emerge evidentemente l’esigenza di interrogarsi sul tema della gioia, su come viene percepita soggettivamente, sulle sue manifestazioni, ma soprattutto si tratta di capire perché continua ad accrescersi questo senso di languore, come se la gioia non bastasse mai. Insomma, dobbiamo capire come riabilitarci alla gioia nei gesti della vita ordinaria, nelle attività lavorative, nel tempo libero, realizzando possibilmente un’ordinaria e stabile serenità nelle relazioni, comprese quelle intergenerazionali.</p>
<p>Se queste sono le considerazioni relative alle varie negatività imputabili alla situazione pandemica, non possiamo neppure negare che nel periodo più buio del <i>lockdown </i> molti di noi – me compresa – hanno scoperto che essere soli può offrire insperate possibilità di introspezione, insieme a prolungate opportunità di concentrazione, fino a consentirci di scrivere libri e canzoni sugli argomenti che più ci stavano a cuore ma che non riuscivamo mai a portare alla luce in tempi di pseudo-normalità, nel turbine degli impegni quotidiani. In molte persone è nata proprio così, dal carico emotivo di un imprevisto vissuto di solitudine, una felice vena narrativa mai prima sperimentata, che prosegue ancora oggi come una dolce abitudine orientata all’autorivelazione, come un fiore che nasce dall’<i>humus</i> di una rinnovata consapevolezza di sé. Quasi un’<i>epifania </i> dell’Io (l’espressione è di Hannah Arendt) che finalmente si rivela dopo il dolore e il nascondimento: la voglia di parlare, incontrarsi, abbracciarsi si è trasformata in un venirsi incontro sui sentieri dell’accoglienza per comunicarsi certe emozionanti acquisizioni realizzate in lunghe ore di solitudine, tra lo schermo del PC e una tisana al tiglio. Così la solitudine, questa <i>finita infinità</i> di domande introspettive, questo paradosso di amore-odio per sé stessi, si dischiude come la luce insperata di uno sguardo innamorato, presago di una sconfinata dolcezza.</p>
<p>Sì, perché la solitudine – quando non rappresenta una condanna ma una conquista – è <i>una signora che a volte impara e a volte insegna</i>, paga di un’altalenante reciprocità di scambi vicendevoli tra mente e cuore, tra orgoglio e pregiudizio, tra visioni e passioni. Insomma, quando si evita ad ogni costo l’angustia di trovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare le vertigini della solitudine, quel sublime stato in cui è dato di raccogliere le proprie idee: meditare, riflettere, creare e – in ultima analisi – dare senso e sostanza alla comunicazione. Per contro, se si vive la solitudine come isolamento, si sperimenta l’assenza di significato: quell’insignificanza che può identificarsi con il nichilismo, col negare che esista una verità e, soprattutto, una verità che passi attraverso le ferite. È così che si insinua il pericolo maggiore: la perdita del gusto di vivere, di meravigliarsi, di immaginare nuovi orizzonti esistenziali al nostro <i>esserci</i> qui ed ora. E così si finisce col mettere la propria esistenza su di un piano inclinato, perché senza speranza è logicamente impossibile trovare l’insperato!</p>
<p>Nel lontano 1976 Giorgio Gaber pubblicava l’album <i>Libertà obbligatoria</i>, in cui c’era una traccia dedicata alla solitudine. Nel testo è dato cogliere alcune perle di ironica saggezza, con cui il cantautore esprime con felice sintesi l’estremo paradosso relazionale: <i>La solitudine non è mica una follia. È indispensabile per star bene in compagnia… I soli sono individui strani, con il gusto di sentirsi fuori dagli schemi. Non si sa bene cosa sono, forse ribelli, forse disertori. Nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri. Son così bravi a crearsi intorno un’aria di mistero, sono gli Humphrey Bogart dell’amore, son gli ambulanti, son gli dei del caso. I soli sono gli eroi del nuovo mondo coraggioso, con quell’aria un po’ da saggi e un po’ da adolescenti. A volte pieni di energia, a volte tristi, fragili e depressi. I soli hanno l’orgoglio di bastare a sé stessi. Ai soli non si addice il quieto vivere sereno. Qualche volta è una scelta, qualche volta un po’ meno. La solitudine non è malinconia. Un uomo solo è sempre in buona compagnia.</i></p>
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		<title>WORLD PHILOSOPHY DAY 2021</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/11/10/world-philosophy-day-2021/</link>
		<pubDate>Wed, 10 Nov 2021 07:59:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1153" height="637" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png 1153w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-300x166.png 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-768x424.png 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-1024x566.png 1024w" sizes="(max-width: 1153px) 100vw, 1153px" /></div>
<p>di Mirella Napodano</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1153" height="637" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png 1153w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-300x166.png 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-768x424.png 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-1024x566.png 1024w" sizes="(max-width: 1153px) 100vw, 1153px" /></div><p>In occasione della giornata internazionale della Filosofia, che si festeggia il 18 novembre, voglio ricordare che il nostro è un ‘tempo di privazione’, come affermava Heidegger, in cui si è assistito al crollo dei grandi sistemi filosofici, alla caduta delle visioni del mondo, al rifiuto dei saperi universali e della stessa ragione che di quelli era strumento, ma nello stesso tempo hanno fatto irruzione nel panorama culturale nuovi saperi, non necessariamente né strettamente scolastici.</p>
<p>Tra filosofi e scuola è sempre esistito un rapporto catulliano di amore/odio. Ogni filosofo che si rispetti al giorno d’oggi prenderebbe le distanze e non ammetterebbe facilmente di essere catalogato come appartenente ad una determinata ‘scuola’, se non in un senso molto lato. Una posizione predeterminata gli starebbe stretta, scomoda, fino ad essere percepita addirittura come simbolicamente ‘avvelenata e contaminata’, in riferimento al racconto della tunica di Nesso che provocò addirittura la morte di Ercole. Ben diverso appare l’atteggiamento dei filosofi dell’antichità verso la scuola di Atene, almeno a giudicare dalla descrizione artistica che ne fa Raffaello Sanzio nel suo celeberrimo dipinto, in cui al tema della ricerca razionale si unisce la rappresentazione delle sette arti liberali, in un’atmosfera di idilliaca bellezza. In ogni caso, non c’è alcun dubbio che la filosofia, almeno quella occidentale, sia nata alla scuola dell’<i>agorà </i>ateniese (una scuola senza pareti, ma non senza maestri!) e che la sua nascita sia contemporanea a quella della democrazia. Ed è altrettanto certo che praticare la filosofia attraverso un perenne interrogarsi sulle domande radicali dell’esistenza abbia molto a che fare con quella formazione che oggi si definisce in tedesco come <i>bildung</i>, cioè alla strutturazione del Sé in un orizzonte di senso e all’incremento di una relazionalità partecipata e dialogante con l’alterità.</p>
<p>La nostra visione della filosofia è incarnata nella vita reale, con i suoi paradossi, le sue sorprese, le sue provocazioni. Per questo non possiamo fare a meno di delineare una <i>paideia</i> coerente con gli assunti valoriali di riferimento. Sbaglia chi sottovaluta il ruolo della Pedagogia nella storia del pensiero, quasi a svilirla ad un ruolo ancillare rispetto alla Filosofia. Ricordiamo la lezione di Platone: Filosofia, Pedagogia, Etica e Politica sono inseparabili nella formazione dell’uomo e del cittadino. Le loro reciproche implicazioni costituiscono l’impalcatura di quel pensiero critico e complesso che dispensava a piene mani Bruno Schettini, indimenticabile maestro e ispiratore dei primi passi della nostra Associazione AMICA SOFIA.</p>
<p>È questo il percorso che ancora oggi auspichiamo tramite la presenza a scuola dei filosofi, come guide e facilitatori dell’esperienza dialogica <i>peer to peer </i>e tra le diverse età e generazioni. Il nostro auspicio è che ogni classe o gruppo in cui si realizzano pratiche di filosofia dialogica possa costituirsi, col progredire dell’approccio cooperativo, in comunità di ricerca <i>Community of inquiry</i>. Per accertare che questo importante processo di apprendimento reciproco stia volgendo a buon fine, esiste un preciso criterio di valutazione da parte del docente (ma anche un principio di carattere introspettivo di autovalutazione fruibile dai singoli alunni); è il criterio che tecnicamente si definisce attraverso la percezione dell’interlocutore come revisore competente dei nostri processi mentali. Insomma, ritenere che ogni interlocutore appartenente alla <i>community</i> (sia esso un compagno o un docente) diventi una persona in grado di intervenire nei nostri ragionamenti fino al punto da suggerirci altre soluzioni, altre prospettive, senza per questo sentirci sminuiti nell’autostima è il segnale dell’instaurarsi di un’interdipendenza positiva tra i dialoganti. Ovviamente, lo stato d’animo appena indicato deve essere scambievole e reciproco, svolto in una totale simmetria di confronti verbali, cognitivi ed affettivi.</p>
<p>Dovremmo allora auspicare il verificarsi di un’invasione di filosofi nelle nostre scuole? No di certo, ma una rivoluzione culturale e professionale sì; un vero e proprio cambiamento epocale in grado di mettere al centro della formazione degli studenti la riflessione sulle tematiche filosofiche più attuali e di provocare un’autentica ‘conversione alla filosofia’ nei docenti delle scuole di ogni ordine e grado, circostanza che potrebbe rendere anche l’attività collegiale più proficua e meno ritualistica di quanto normalmente accade. Mi rendo perfettamente conto, a motivo della mia lunga esperienza di docente e dirigente scolastica, delle grandi difficoltà di quello che vado predicando, ma credo sia coerente con la vocazione di ricercatore (peraltro sancita fin dal 1974 nei Decreti Delegati) che ogni docente dovrebbe avvertire, a prescindere dal grado di scuola in cui opera e dalla disciplina di cui è specialista. Peraltro, ogni ricercatore è filosofo per definizione, perché indaga sui principi e sulle conseguenze di una variegata realtà fenomenica. Il sogno utopico che dovremmo vagheggiare è quello di una collegialità che, dal Consiglio di classe al Collegio dei Docenti, assuma procedure di filosofia dialogica per affrontare le numerose problematiche epistemologiche, socio-psico-pedagogiche ed organizzative oggi emergenti in un’istituzione complessa qual è quella scolastica. Si tratterebbe di una svolta epocale che nelle istituzioni formative potrebbe dare risultati migliori di qualsiasi riforma imposta inevitabilmente dall’alto.</p>
<p>Giova forse ribadire ancora una volta che il concetto di filosofia cui facciamo riferimento è quello di una pratica riflessiva svolta a trecentosessanta gradi, pienamente consapevole dell’epistemologia disciplinare ma rivolta alla realtà esistenziale, civica ed esperienziale degli studenti per rispondere a quello che è ormai universalmente riconosciuto – anche se ben lontano dall’essere attuato – come il loro diritto alla filosofia, da realizzarsi segnatamente nelle scuole e nei diversi indirizzi di studio, per tutta la durata del ciclo di formazione. Una filosofia non certo ancorata ad una pedissequa scansione storica dei contenuti, ma aperta alle emozioni, ai bisogni vitali, alle esperienze che quotidianamente gli studenti compiono nel loro percorso di vita e di formazione. Se perdura tuttora ufficialmente l’impostazione storicistica delle programmazioni scolastiche liceali, non per questo dobbiamo cadere nel tranello di identificare la filosofia con la sua storia e farne solo un percorso soltanto teorico, per quanto interessante sul piano culturale.</p>
<p>Prendere le distanze da uno studio stereotipato e convenzionale della filosofia è la strada maestra per pensare ed attuare una filosofia che si distacchi definitivamente da una scuola routinaria, una filosofia ‘in uscita’ (per abusare di un’espressione di Papa Francesco), rivolta a tutti, senza prerequisiti di esperienza o erudizione, pronta a recepire i contributi e le istanze di ciascuno. Solo così inviteremo i nostri pensieri a non lasciarsi confinare e andremo alla ricerca di nuovi paradigmi di conoscenza e creatività. La pratica filosofica assumerà così il ruolo di strumento per approfondire tra l’altro il pensiero narrativo/autobiografico e lo spirito critico degli alunni, anche attraverso lo svolgimento di compiti di realtà per implementare e identificare le varie competenze filosofiche: argomentare, interpretare, identificare presupposti, mettere in discussione, problematizzare, concettualizzare.</p>
<p>Un’ultima osservazione, sulle categorie di distanza e presenza riferite alla figura dei filosofi: si può essere presenti anche quando si è fisicamente distanti, se si è lasciata una traccia duratura nelle menti degli studenti e degli interlocutori in generale. In caso contrario, si sarà sempre e ineluttabilmente distanti, anche quietamente seduti dietro una cattedra.</p>
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		<title>VISIONE E DIALOGO NELLA DIVINA COMMEDIA – L’ALTERITÀ COME INSIPIENZA?</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/10/28/visione-e-dialogo-nella-divina-commedia-lalterita-come-insipienza/</link>
		<pubDate>Thu, 28 Oct 2021 06:59:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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<p>di Mirella Napodano</p>
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<p>Ma chi è l’insipiente per l’uomo medievale? Nel Salmo XIII, attribuito al re Davide, è possibile reperirne la definizione più categorica: Dixit insipiens in corde suo: «Non est Deus». Cieco nella sua intelligenza, con la quale nega Dio, per l’uomo medievale costui pecca anche nella volontà, ove tutte le affezioni, tutte le inclinazioni sono corrotte e nelle opere, che rivelano l’omissione assoluta di ogni bene. Naturalmente qui il biblico insipiens sta per non credente, ai tempi di Dante più disinvoltamente tradotto come ‘stolto’. Perciò il viaggio nell’al di là narrato dal Poeta è per due terzi un dialogo con i non credenti, o non abbastanza credenti da meritare a suo giudizio di essere ammessi alla beatitudine celeste.</p>
<p>Nella Commedia, attraverso i dialoghi che immagina di intrattenere con chi è diverso da lui sul piano delle convinzioni e delle scelte morali, cioè con chi rappresenta l’alterità culturale rispetto al mondo cattolico medievale di cui è partecipe e mirabile interprete, Dante esprime l’esigenza di un confronto costruttivo con chi non crede o professa un’altra fede e la ricerca di un ‘terreno’ comune su cui trovare le condizioni per stabilire un incontro. Ciò è riscontrabile anche quando tali dialoghi non hanno un esplicito contenuto culturale e assumono una funzione prevalentemente narrativa o descrittiva di una condizione, di uno stato d’animo o di una preoccupazione, soprattutto nei casi in cui il confronto avviene con anime che si sono macchiate di colpe particolarmente gravi, inquadrate come tali in quello che va riconosciuto come un progetto profetico ed escatologico, oltre che poetico e politico.</p>
<p>E tuttavia, attraverso l’accostamento di tali dialoghi e la loro integrazione con altre opere dantesche della maturità dal contenuto più esplicitamente filosofico, si ha l’impressione che essi comunque costituiscano dei ‘rimandi’ utili a fare emergere e a focalizzare l’esigenza dell’autore della Commedia di intrattenere un proficuo confronto culturale con chi è partecipe di una mentalità anche radicalmente diversa. In questo senso l’atteggiamento del Poeta riecheggia le tendenze teologico-razionali attraverso cui nel Medioevo si costruisce un pensiero squisitamente filosofico: il paradigma dialogico che, fondato sulla dialettica, conduce alla quaestio scolastica, caratteristica dell’alta cultura dell’età di Dante, tanto che il suo più insigne rappresentante, Anselmo d’Aosta, è collocato tra gli esponenti del cristianesimo filosofico, cioè tra gli ‘spiriti sapienti’ che dimorano nel IV cielo del Paradiso.</p>
<p>L’esperienza delle quaestiones era in uso nella Scolastica per la durata di intere giornate, in cui gli studenti ponevano a docenti come Anselmo d’Aosta o Tommaso d’Aquino domande radicali sulla dottrina delle sacre Scritture, discutendone con loro accanitamente. Tale pratica sta ad indicare fino a che punto l’atto investigativo, il domandare filosoficamente rilevante, fosse in auge nel Medioevo molto più di quello che oggi possiamo immaginare. Il concetto, se non le modalità, era già quello della comunità di ricerca (community of inquiry) che attualmente adottiamo nei nostri laboratori di filosofia dialogica, sulla scorta di autori come Dewey e Lipman, ma che già don Lorenzo Milani aveva intuito e praticato con successo nei primi anni ’60 del secolo scorso nella Scuola di Barbiana.</p>
<p>Ma, tornando alla Divina Commedia, i dialoghi delle anime con Dante e tra loro sono talmente frequenti (per non dire preponderanti nell’economia dell’opera) che se non se ne fosse approfondita la causa, l’intero racconto del viaggio oltremondano avrebbe rischiato di perdere credibilità.</p>
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		<title>NASCERE E RINASCERE DA UN VOLO</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/09/22/nascere-e-rinascere-da-un-volo/</link>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2021 07:06:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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<p>di Mirella Napodano</p>
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<p>Già, la leggerezza. E perché no? Trovarsi a sorvolare case, strade, alberi, paesaggi terrestri e marini dall’alto di un piccolo drone abitato dalla nostra fantasia che si sporge a guardare in giù: curiosa, instancabile, attenta, partecipe di quella preziosa porzione di universo di cui si riesce a scorgere l’orizzonte sempre più ampio. Non è certo la stessa cosa di volare su un aereo, da cui vedi al massimo <i>il mondo da un oblò </i>e inevitabilmente <i>ti annoi un po’</i>. Invece dal drone vedresti le cose a volo d’uccello, mentre l’aria ti accarezzerebbe il viso con la sua freschezza limpida e avvolgente. Oggi le tecnologie digitali offrono anche questa esperienza, insieme alla possibilità di compiere un viaggio a ritroso nel tempo, come è capitato a me giorni fa visitando il MIA, <i>Museo Immersivo Archeologico</i> di Avella.</p>
<p>Ho scoperto così che la recente inaugurazione del MIA costituisce un evento di portata storico-culturale nazionale, nell’ambito del piano di valorizzazione territoriale denominato Sistema Irpinia, sviluppato da Almaviva, società italiana leader nell’innovazione digitale. L’evento è stato candidato lo scorso 26 maggio come buona prassi amministrativa al premio “EPSA – <i>European Public Sector Awards</i> 2021” e al premio “P.A. Sostenibile e resiliente 2021”. Obiettivo della piattaforma Sistema Irpinia, nata su scala provinciale ma replicabile su base regionale e nazionale in quanto unica nel suo genere, è quello di rafforzare l’identità socio-economica, storico-artistica e patrimoniale dei territori avellinesi. E solo il Cielo sa quanto sarebbe necessario ed urgente realizzare questa finalità per incrementare il senso di appartenenza identitaria, oggi così carente specie nella popolazione giovanile, che tende sempre più a lasciare le nostre contrade per motivi di studio o di lavoro. Infatti l’infrastruttura digitale interattiva è in grado di promuovere il territorio attraverso la messa a sistema di tutti i centodiciotto comuni della Provincia, distribuiti su vari distretti abilitati ad interagire con la domanda turistica grazie ad altrettanti <i>Infopoint</i>. Una volta a regime, la piattaforma sarà arricchita anche da una struttura redazionale per diventare quanto più possibile sensibile alle esigenze turistico-culturali dei visitatori.</p>
<p>Le nove sale del museo si snodano lungo un percorso che culmina nella sala <i>educationa</i>l, in grado di offrire coinvolgenti esperienze di immersione nella storia che vanno dall’età del rame e del bronzo (2000 a.C.) alla colonizzazione greca, fino all’età romana e all’epoca moderna, passando attraverso il Medioevo. Postazioni educational dedicate al pubblico non vedente e ipovedente completano l’esperienza. Confesso che mi ha molto emozionato percorrere questo itinerario multimediale caratterizzato da proiezioni, suggestioni grafiche, quadri parlanti e postazioni di realtà virtuale per raccontare la storia della città famosa per la <i>nux avellana</i>, che le dà il nome insieme al capoluogo irpino. Vien da pensare che la tecnologia digitale non solo supporti in qualche modo lo studio della storia, ma ne sia al tempo stesso fattore di valorizzazione, in quanto mette in connessione simultanea fatti e personaggi analizzati da più angolazioni e differenti punti di vista. Si direbbe quasi un approccio multidisciplinare &#8211; come multidimensionale sono il metodo e il messaggio adottati &#8211; in quanto consente di mettere in relazione diverse discipline di studio come archeologia, geostoria, arte e antropologia culturale. Si tratta in una parola di tecniche immersive, coniugate con un’approfondita conoscenza degli aspetti antropologici del territorio, che offrono al pubblico la possibilità di immedesimarsi con i protagonisti degli eventi di epoche lontane, tematizzate con cura meticolosa nelle singole sale del museo. Un’immedesimazione che è anche un volo, una momentanea trasposizione al di là della realtà quotidiana, un viaggio nel tempo che dà la vertigine di un’altra dimensione che si sovrappone e di colpo si sostituisce all’<i>hic et nunc </i>di una giornata dedicata al turismo culturale.</p>
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		<title>LA QUINTESSENZA MUSICALE</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/09/08/la-quintessenza-musicale/</link>
		<pubDate>Wed, 08 Sep 2021 07:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1153" height="637" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png 1153w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-300x166.png 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-768x424.png 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-1024x566.png 1024w" sizes="(max-width: 1153px) 100vw, 1153px" /></div>
<p>di Mirella Napodano</p>
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<p>Ma torniamo al musicista siciliano – improvvisatosi filosofo – Francesco Buzzurro, già chitarrista <i>one man band</i> dotato di una funambolica abilità, che oggi lo fa spaziare con sfrontatezza mozartiana dal classico al rock, dalla musica brasiliana al jazz in una <i>fusion music</i> che gli consente di ostentare e celebrare mirabilmente le sue origini isolane. Una condizione culturale che in lui produce un certo isolamento nella connotazione di consapevolezza e concentrazione identitaria, ma che da sempre nella storia ha esposto gli ‘isolani’ della Trinacria agli influssi culturali ed artistici più disparati ed intriganti. E la Sicilia è notoriamente un coacervo di culture rielaborate e metabolizzate, sedimentate nel tempo in un precipitato di influssi disparati e talvolta dissonanti, che tuttavia un fortissimo genius loci ha saputo mirabilmente rielaborare con modalità precipue ed originali.</p>
<p>Ma, tornando al nostro Buzzurro, notiamo per prima cosa che è nato anche lui ad Agrigento, l’<i>Akragas</i> di Empedocle, e la circostanza non sembra certo da sottovalutare. Del resto, lui stesso ammette di aver frequentato il pensiero filosofico che nell’antichità aveva reso illustre il suo concittadino e di apprezzarne lo sforzo speculativo connesso al tentativo di rintracciare nell’esperienza quotidiana le ragioni ultime dell’esistenza umana, animale e vegetale, in una parola: cosmica. Personalmente (ma sono evidentemente di parte) trovo affascinante che un artista del calibro di Francesco Buzzurro faccia oggetto di domande radicali la sua produzione poetico-musicale, giungendo al punto da porsi il problema di giustificare razionalmente – alla luce delle odierne conoscenze – le circostanziate argomentazioni di un pensatore che lo ha preceduto millenni fa nell’abitare la stessa città. Affascinato dall’idea della continua aggregazione/disgregazione dei quattro elementi individuati da Empedocle per la composizione dell’universo, Buzzurro si è scontrato col problema aristotelico della <i>quintessenza </i>e con un colpo di genio artistico lo ha identificato non più in un metaforico etere, ma nella musica, di cui dice candidamente che è un elemento sempre presente intorno a noi: nell’aria, nelle cose, nel movimento degli esseri viventi, nel costante flusso e riflusso del mare che fa da confine alla sua isola e che sente risuonare nel battito stesso del suo cuore.</p>
<p>La musica! E chi potrebbe farne a meno? Non certo Buzzurro e i suoi numerosi fan, che nel periodo più sconsolato dell’isolamento sociale imposto dalla pandemia (si parla della primavera 2020 e dei famigerati mesi immediatamente successivi) seguivano i concerti del geniale interprete siciliano direttamente sul suo sito, decretandogli entusiastici consensi. Come non citare, fra i tanti brani eseguiti, la meravigliosa trascrizione per chitarra della Rapsodia in blue di George Gershwin (<a class="spip_url spip_out auto" href="https://www.francescobuzzurro.it/musica" target="_blank" rel="external nofollow noopener">https://www.francescobuzzurro.it/musica</a>).Il Maestro Buzzurro, che Ennio Morricone non ha esitato a definire il più grande chitarrista contemporaneo, ci regala ancora una perla di musica filosofica: il suo recente <i>Fuego – il quinto elemento, brano acustico di sonorità virtuosistiche e raffinati cromatismi, che egli stesso recensisce così: Ho suddiviso i brani in quattro cicli, elaborando tre momenti per ciascun elemento e – quasi del tutto spontaneamente – in ciascuno dei cicli o quasi c’è un brano che rappresenta la forza dirompente e devastante di ogni elemento, un altro che racconta uno stato di quiete riflessiva e talora malinconica, e infine ancora un altro che si manifesta dinamicamente in movimento come una sorta di imprevedibile divenire. Questo disco allora, nato nel profondo del mio cuore, vuol essere non solo la traduzione in emozioni musicali delle impressioni derivanti dalla mia osservazione del mondo e da una personale e accurata auto-introspezione, ma vuol essere anche un invito a guardarci intorno con attenzione ritrovando, laddove mancante, una profonda intesa con la natura, godendone appieno le infinite meraviglie e apprezzando tutto quello che benignamente ci regala come una Grande Madre, ancora prima di aprire gli occhi al suo sorriso.</i></p>
<p>E ancora: <i>Ho sempre divorato musica di ogni genere ed evidentemente è avvenuta dentro di me una precisa sedimentazione, meglio ancora una stratificazione di elementi musicali che inconsciamente ho rimescolato creando lo stile originale che mi contraddistingue. Non mi piacciono le etichette, tipo ‘jazzista’ o ‘musicista classico’ o altre ancora che tentano in qualche modo di trovare la giusta gabbietta entro la quale inserirmi perché non mi sento niente di tutto questo. Amo la musica a trecentosessanta gradi e nei miei concerti live ci trovi veramente di tutto, persino una rock suite con brani degli AC/DC o dei Queen o di Clapton. Mi piace molto di più la parola crossover oppure la definizione di un critico che una volta scrisse «È il Tommy Emmanuel italiano…» In realtà sono solo Francesco Buzzurro. (intervista di Carlo de Nonno del 22 dicembre 2014).</i></p>
<p>Non è raro il caso che l’accentuata sensibilità musicale di un filosofo ne renda più fine e perspicace la ricerca. Penso a Nietzsche, il cui pensiero ne è un chiaro esempio. Ma l’idea della quintessenza musicale di Buzzurro mi fa pensare a qualcosa che assomiglia ad uno slancio metafisico che diventa quasi esigenza salvifica di fronte allo ‘sconforto dell’esserci’ che nasce nelle situazioni-limite. È una tematica che nel secolo scorso ha fortemente appassionato la corrente esistenzialista e che in Karl Jaspers diventa possibilità di un nuovo Umanesimo, quando afferma: ‘L’uomo è più di quanto può conoscere sé stesso’. Insomma, la quintessenza musicale di Buzzurro mi ricorda molto da vicino la metafisica jaspersiana con il suo <i>Circonfondente: l’Essere che avvolge e che circonda</i> il cosmo e la vita umana. Che è poi una visione cosmica dell’Infinito.</p>
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		<title>CREATURE VARIOPINTE &#8211; PER UN ETHOS DELL’ASCOLTO E DELLA RECIPROCITÀ</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/08/25/creature-variopinte-per-un-ethos-dellascolto-e-della-reciprocita/</link>
		<pubDate>Wed, 25 Aug 2021 07:28:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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<p>di Mirella Napodano</p>
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<p>Nel loro radicale interrogarsi, i filosofi sono tutti contemporanei, di una contemporaneità che non nega il tempo ma lo pluralizza. Similmente, i bambini possiedono la freschezza del domandare originario, radicale, <i>culture free</i>. Essi sono capaci di pensare ciò che è possibile ed anche impossibile, aderendo con assoluta spontaneità ad una ricerca aperta, che persegue problemi più che riposte definitive. Questo non significa che i contenuti di un curricolo di filosofia dialogica siano indifferenti; anzi, l’attenzione al processo non comporta la neutralità dei contenuti, che vanno selezionati con il criterio della rilevanza filosofica e dell’aderenza al mondo emotivo-cognitivo dei giovani destinatari.</p>
<p>L’approccio odierno alla riflessione filosofica va riscoprendo le istanze originarie del dialogo ateniese – pratico, paritario, pubblico, democratico – troppo a lungo tralasciate nella scuola italiana a favore di un percorso storicistico, retaggio dell’idealismo gentiliano che ispirò nel lontano 1923 la Riforma dell’istruzione superiore. Per contro, la visione tematica e problematica che si va sempre più affermando in Europa conduce a porre l’enfasi sulla filosofia come collante transdisciplinare e modalità personale di pensiero strategicamente pervasivo, fruibile in tutti gli ambiti del sapere. In questo senso, il filosofare diviene ‘generativo’, perché in grado di produrre ulteriore pensiero, presentandosi come una meta-riflessione che rende ogni disciplina funzionale alle sue potenzialità.</p>
<p>Nel metodo laboratoriale di filosofia dialogica ’Creature variopinte©’ che ho ideato nel 2004 (e brevettato nel 2016 presso il Ministero dello Sviluppo economico) la riflessione filosofica affronta tre ambiti di ricerca: l’emozione della meraviglia come sorgente di conoscenza; l’esperienza del rapporto dialettico identità/alterità e la promozione dell’amicizia. Questo triplice approccio riguarda i molteplici rapporti e soluzioni che l’uomo costruisce nel tentativo di dare significato alla propria quotidianità, con particolare riguardo alle esperienze di felicità, successo, fiducia, amicizia, amore, ma anche alla solitudine e all’infelicità, dove il senso spesso si nasconde o appare infranto, o quanto meno discontinuo. L’apertura all’alterità prodotta dal dialogo e mediata dall’empatia va intesa come una dimensione costitutiva del processo di crescita (in tedesco <i>Bildung</i>) della persona, che – al di fuori della reciprocità del rapporto intersoggettivo – non potrebbe neppure costituirsi come tale.</p>
<p>In questa ottica, il dialogo filosofico con i bambini si traduce nell’<i>imprevisto </i>e nell’<i>inatteso</i>, derivanti dall’incontro e dall’ascolto dell’altro, sempre portatore di novità. Allora si verifica lo straordinario passaggio o, meglio, l’inattesa traduzione dalla parola dell’Io in quella dell’altro: la stessa eppure diversa, in un’interdipendenza che invera entrambe. Si tratta di un’esperienza immediatamente veicolata dai testi narrativi, ed in particolare dal mito greco, dal <i>midrash</i>ebraico e dalla fiaba di magia, la cui lettura cooperativa immette i giovanissimi lettori in universi di senso che richiedono la loro partecipazione come protagonisti ed interpreti, facendoli rivivere e recitare sceneggiature scritte in epoche lontanissime, sedimentate nella secolare saggezza dei popoli.</p>
<p>I bambini hanno delle certezze pratiche, immediate, aderenti alla loro esperienza, ma sono anche capaci di comprendere con incredibile leggerezza le realtà intangibili senza dimostrare disagio né sconcerto. Fare filosofia con i bambini implica perciò la necessità di porre l’enfasi sul pensiero concreto e contestualizzato, evitando di incappare nelle derive avulse (ed incomprensibili per l’età) di premature teorizzazioni e costruzioni astratte. In tal modo, le acquisizioni concettuali e le abilità strategiche utilizzate diventano altrettanti strumenti per costruire una personale visione della vita, che presto si traduce nel riconoscere, progettare e potenziare tempestivamente aspirazioni e inclinazioni identitarie. Ed inoltre il pensiero infantile, notoriamente capace di appropriarsi della profondità del messaggio filosofico, è lì a testimoniare che ogni tipo di apprendimento può essere ancorato solo alla nascita dello stupore, alla freschezza germinale di uno sguardo che interroga con aspettative radicali.</p>
<p>Il curricolo <i>Creature variopinte</i>(l’espressione è mutuata dalla <i>Repubblica</i> di Platone) è destinato agli alunni delle scuole di ogni ordine e grado, ma si presta anche all’uso tra persone adulte, ad esempio nei <i>Café Philo</i>. Esso è caratterizzato dalla promozione di un pensiero complesso, multi-logico e multi-prospettico, proponendo la riflessione filosofica, oltre che su percorsi di logica, anche e soprattutto su temi teoretici ed etici, estetici, ermeneutici. L’utilizzo di brani della produzione letteraria di ambito italiano ed europeo per provocare la discussione è dettato dall’intento di stimolare il pensiero narrativo, la riflessione metacognitiva, l’esperienza biografica e autobiografica. Il dialogo non è influenzato da piani di discussione prestabiliti né da una maieutica pilotata, piuttosto si ispira al <i>midrash </i>ebraico, per i caratteri di libertà, democrazia e simmetrica parità tra i dialoganti.</p>
<p>È interessante sottolineare che il percorso di filosofia dialogica <i>Creature variopinte</i> è stato sperimentato con successo ad Avellino nel biennio 2001-2003 presso la Scuola primaria paritaria <i>S. Chiara d’Assisi</i> e validato nei risultati dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Salerno prima di essere pubblicato e diffuso in Italia col testo <i>Creature variopinte – Itinerari metacognitivi per una didattica del pensiero complesso nella scuola elementare</i> (Anicia, Roma, 2004). Di questo testo esiste sul web anche una versione digitale tradotta in inglese da Maria Elena Napodano col titolo <i>Gaily-coloured creatures</i>. Una successiva edizione del testo – interamente riveduta ed arricchita – è stata pubblicata nel 2016 a Bologna (ed. Diogene Multimedia) col titolo <i>Un mondo di creature variopinte</i>.</p>
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		<title>INQUIETUDINE</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/08/18/inquietudine/</link>
		<pubDate>Wed, 18 Aug 2021 06:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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<p>di Mirella Napodano</p>
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<p>C’è un treno che da Itaca <br class="autobr" />mi riporta a te.<br class="autobr" />Nel vagone affollato<br class="autobr" />le voci degli altri passeggeri<br class="autobr" />mi giungono come un trambusto indistinto <br class="autobr" />che non intendo decifrare<br class="autobr" />e dal quale cerco invano di isolarmi<br class="autobr" />per sfuggire alla nausea.</p>
<p>Mi succede spesso di piangere un poco <br class="autobr" />lungo il viaggio, nascondendo la malinconia<br class="autobr" />dentro un’anonima giacca di jeans.<br class="autobr" />Dal vetro opaco del finestrino<br class="autobr" />le colline i prati le case gli alberi<br class="autobr" />– ostili, estranei –<br class="autobr" />sfrecciano senza lasciare traccia nel mio sguardo, <br class="autobr" />senza darmi conforto<br class="autobr" />indifferenti ed immobili come sono<br class="autobr" />a crogiolarsi sotto la carezza del sole.</p>
<p>Io invece mi sento spostata,<br class="autobr" />alla perenne, affannosa ricerca<br class="autobr" />dei brandelli perduti della mia anima<br class="autobr" />che giacciono sparsi alla rinfusa<br class="autobr" />lungo le rive del fiume che amo,<br class="autobr" />impigliati nel canneto e sotto i sassi,<br class="autobr" />inzuppati di acqua stagnante e di fango…</p>
<p>Ma ecco ad un tratto, nel sole abbagliante <br class="autobr" />due cipressi, come neri gabbiani di terra,<br class="autobr" />fermi sul colle a far da guardia alla pieve.<br class="autobr" />Qui ti ritrovo all’improvviso <br class="autobr" />e qui ti amo.<br class="autobr" />Amo la tua attesa paziente<br class="autobr" />– questo sguardo tenero e premuroso –<br class="autobr" />e il calore della tua mano<br class="autobr" />in cui finalmente posso riposare.</p>
<p>Accanto a te, ad occhi chiusi,<br class="autobr" />una musica dolcissima mi culla<br class="autobr" />e le tue mani tra i miei capelli<br class="autobr" />mi persuadono a poco a poco<br class="autobr" />che è ancora bello vivere,<br class="autobr" />almeno fino a quando continuerò<br class="autobr" />a vedere il tuo sorriso<br class="autobr" />nel grigio cortile di una stazione<br class="autobr" />dove, come per incanto,<br class="autobr" />fiorirà sempre una rosa per me.</p>
</div>
<div class="socialart clearfix"></div>
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		<title>ISTANTANEE DI UN QUARTIERE: LE MAESTRE DEL BORRO</title>
		<link>https://www.itvonline.news/2021/08/04/istantanee-di-un-quartiere-le-maestre-del-borro/</link>
		<pubDate>Wed, 04 Aug 2021 07:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirella Napodano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tracce]]></category>

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		<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1153" height="637" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png 1153w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-300x166.png 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-768x424.png 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-1024x566.png 1024w" sizes="(max-width: 1153px) 100vw, 1153px" /></div>
<p>di Mirella Napodano</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1153" height="637" src="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" srcset="https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano.png 1153w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-300x166.png 300w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-768x424.png 768w, https://www.itvonline.news/wp-content/uploads/2021/03/mirella-napodano-1024x566.png 1024w" sizes="(max-width: 1153px) 100vw, 1153px" /></div><p>Tempo fa mi è capitato di leggere un testo agile e immediato, quasi un reportage, sulle periferie urbane di Montevideo tra le quali il Barrio Borro – quartiere di povertà estrema situato a nord della città &#8211; è segnalato negli itinerari turistici come zona da evitare, perché molti dei suoi abitanti (circa 26 mila persone) vivono di espedienti ai margini della legalità. Nel libro vengono descritte le condizioni di vita all’interno di istituzioni pubbliche irregolari e cronicamente inadempienti, cui si cerca di sopperire con l’aiuto di alcune organizzazioni non governative, tra cui <i>Nueva Vida</i>, oggi gestita dal Movimento dei Focolari, che nel 1992 si sostituì all’operato della fondatrice suor Eva Aguilar chiamata ad altro incarico. Dopo alcuni anni di attività svolte dalle maestre volontarie con bambini e ragazzi, i responsabili di <i>Nueva Vida</i> si sono resi conto della necessità di lavorare anche con le loro madri. È appena il caso di precisare che la famiglia tipica del Barrio Borro è costituita da una giovane madre con 4-5 bambini (il padre è assente nell’80% dei casi) e che è solo la donna ad avere la responsabilità della cura dei figli e del sostegno della famiglia. La dilagante precarietà economica e la fragilità familiare producono tuttora evidenti effetti negativi sullo sviluppo fisico e mentale dei ragazzi, inevitabilmente compromessi da una grave esclusione sociale.</p>
<p>La prima riflessione &#8211; quasi una folgorazione &#8211; che mi è venuta in mente nel leggere è stata pensare alle periferie del mondo nella prospettiva suggerita da Papa Francesco. Mi sono chiesta: &#8220;Ma in realtà che cosa sono davvero le periferie? E il centro dov’è, chi lo decide?&#8221; Mi si risponderà semplicisticamente che lo decidono la storia e la geopolitica di quei luoghi. Ma io non ci sto, non è giusto! Mi viene in mente Giordano Bruno. Sì, proprio lui, il filosofo di Nola condannato al rogo per eresia, che fu il primo a sostenere che l’universo è illimitato, infinito e come tale senza dimensioni. Riflettiamo per un attimo sulla definizione classica che tutti conosciamo del concetto di infinito nella geometria euclidea: l’infinito, per definizione privo di dimensioni, è al di là delle categorie spaziali, strettamente collegate a quelle temporali fino ad essere definite come l’entità omogenea dello spaziotempo nella teoria della relatività <i>ristretta.</i> E quindi, in uno spazio senza dimensioni non c’è centro che tenga come non sono rintracciabili eventuali periferie: le posizioni di centro e periferia sono relative come le dimensioni di lunghezza, larghezza e profondità che dipendono dalla collocazione del punto di vista dell’osservatore. E così il microcosmo del Barrio Borro &#8211; per la fisica &#8211; cessa di essere definito un posto fuori mano, raggiunto sportivamente dagli autori del libro (una coppia di ricercatori che hanno deciso di passare le loro ferie nell’inverno australe) per configurarsi paritariamente alla stessa stregua degli innumerevoli luoghi dove si svolge la vita dell’uomo sul pianeta Terra.</p>
<p>Il Barrio Borro è certamente una metafora delle condizioni di vita degli ultimi, di quelli che Papa Francesco con il suo linguaggio diretto e senza sconti chiama gli ’scarti’ dell’umanità. E non importa se hanno pochi anni mentre si aggirano seminudi sporchi e denutriti per le <i>ruas. </i>Al resto del mondo interessa poco e niente del loro potenziale educativo che va sprecato giorno per giorno, né del destino dei padri che non si ricordano della qualità di vita dei figli che crescono per strada. Al resto del mondo in questo momento importa di poter andare in vacanza, possibilmente senza <i>Green pass</i>perché la libertà è sacrosanta, in barba alle statistiche dei morti di CoViD non vaccinati e delle terapie intensive che si stanno di nuovo intasando in tutto il pianeta. O meglio, in quella parte di esso che può contare sulla sussistenza di adeguate strutture ospedaliere, perché per il resto della popolazione mondiale non si conosce neppure il numero dei contagiati. Ed ecco che il CoViD 19 continua tenacemente ad incalzare l’umanità in un apocalittico <i>redde rationem</i>, facendo emergere le infinite contraddizioni sociali, i pregiudizi, la mala fede in cui si celano le mani adunche degli insaziabili interessi della malapolitica operanti nell’attuale società. E tutto questo mentre la pandemia flirta con la crisi climatica, aggravandone i danni materiali e morali in maniera ormai irreversibile.</p>
<p>Viene da chiedersi (ed è la stessa domanda che da sempre si pongono le maestre del Borro) quale cittadinanza sia mai ipotizzabile oggi per questa infanzia negata. Agli occhi di questi bambini è precluso per sempre l’orizzonte più vasto della conoscenza che spazia nei luoghi del sapere, ai quali non hanno diritto di accesso. Non ci è dato conoscere quali siano i loro pensieri né se abbiano mai formulato delle ipotesi in cuor loro circa le cause di un’esistenza così grama, come pure non sappiamo in quale modo si proiettano nell’incerto futuro dei loro ’Sé possibili’. Si chiederanno anche loro che cosa fare da grandi? Forse no, perché grandi già lo sono, nello stupore dei loro sguardi fissi sulla violenza che li circonda e da cui devono imparare a difendersi a tutti i costi. Sono grandi nella dignità con cui ogni giorno combattono la loro lotta per la sopravvivenza in una comunità totalmente priva di regole morali.</p>
<p>Il paragrafo n.22 dell’Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco è intitolato con sottile, dolente ironia: Diritti umani non sufficientemente universali. Proviamo a dare una sbirciatina: <i>Osservando con attenzione le nostre società contemporanee, si riscontrano numerose contraddizioni che inducono a chiederci se davvero l’uguale dignità degli esseri umani, solennemente proclamata settant’anni orsono, sia riconosciuta, rispettata, protetta e promossa in ogni circostanza. Persistono oggi nel mondo numerose forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare, a scartare e perfino a uccidere l’uomo… È un fatto che doppiamente povere sono le donne, che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti.</i></p>
<p>C’è da chiedersi in particolare se esistono contraddizioni più stridenti di questa, tipica dell’epoca contemporanea: da una parte del mondo ricercare con cura, fino a giungere a scoprire attraverso le neuroscienze le leggi dello sviluppo mentale e sforzarsi di farle rispettare nelle istituzioni formative; dall’altra parte consentire la distruzione delle potenzialità educative di milioni di altri esseri umani nati senza loro colpa in quelli che eufemisticamente ora preferiamo definire ‘paesi a basso reddito’.</p>
<p>Che altro resta da fare agli educatori, in una società autolesionistica che si ostina a rifiutare il diritto al successo formativo alla maggior parte dei cittadini, privandosi dell’apporto delle loro intelligenze e delle loro volontà? La risposta è ancora una volta ulteriore, perché si colloca ’oltre’ le contraddizioni e lo sconforto del pessimismo della ragione per volgersi all’ottimismo della volontà, dando luogo all’utopia dell’impegno quotidiano svolto pervicacemente dai volontari dell’Obra Nueva Vida, e da tante altre persone di buona volontà, nello spazio e nel tempo che sono loro propri, fin dove può protendersi una mano che cura, uno sguardo che incoraggia, una voce disposta a dialogare.</p>
<p>Qualcuno forse dirà che si sente l’eco della Teologia della Liberazione. Che sia la volta buona?</p>
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