ATRIPALDA – ANTICHI MESTIERI

Un semplice carrettino, tirato a volte da un paziente asino ma molto più di frequente dallo stesso proprietario, girava per le vie del Paese. Il suo passaggio era previsto ed atteso specialmente dalle casalinghe mamme di famiglia, caramente dedite alle esigenze domestiche.

Un richiamo vocale (“ ‘o piattaro ”) pubblicitario del “carrettiere” le allertava, facendole uscire in istrada, molto interessate all’emporio da lui portato nel suo negozio e laboratorio ambulante. Lui, infatti, definibile in lingua italiana anche “cenciaiuolo”, era ben noto a quelle massaie con l’appellativo, appunto, di “piattaro”.

Ma quale mai era il suo mestiere?

In verità la sua attività “imprenditoriale” era di contenuto vario, poiché sul suo carrettino egli portava e offriva in vendita, a bassissimo prezzo od anche in permuta, utili oggetti di uso domestico di vario genere (quali posate, bicchieri, vassoi, pentole e tante altre simili cose); che stimolavano l’interesse delle mamme di famiglia e che il venditore cedeva ad esse spesso accettandosi in corrispettivo soltanto vecchi oggetti (e persino stracci), che poi utilizzava e per proprio conto “riciclava”, chi sa come, dopo averli “restaurati” con abilità.

Ed infatti le sue personali capacità di artigiano gli consentivano di svolgere, durante i suoi giri, anche il singolare “mestiere” di riparatore non solo di ombrelli ma anche di piati e “spasette” di ceramica; la cui accidentale rottura aveva dianzi fatto disperare le mamme, quale evento considerato, per la stentata economia domestica di allora, oltremodo dannoso. Ma, per fortuna, quell’uomo “della Provvidenza” passava giusto in tempo per rimettere fortemente insieme quei “preziosi cocci”, pur in mancanza di un moderno collante, mediante la loro “cucitura” con filo di ferro inserito in fori marginali da lui stesso praticati con un suo rudimentale trapano manuale. Ne conseguiva, così, un quasi magico “rattoppo”, destinato a resistere nel tempo, che consentiva di “salvare” un piatto infranto e farlo sopravvivere a lungo pur con una vistosa “cicatrice”, grazie all’abilità di quel riparatore ambulante, forse anche per questo insignito del “titolo” di “piattaro”, che faceva il suo geniale lavoro davvero per un modestissimo compenso ed evitava, al contempo, alle mamme il rammarico dell’accaduto.

Quasi un gemello del “mago” anzidetto poteva poi considerarsi il ben noto “arrotino”, che pure passava periodicamente per le strade del Paese, richiamando le massaie medesime col suo strillo pubblicitario che le faceva accorrere in tempo per farsi affilare (o, in gergo, “ammolare”) forbici e coltelli da cucina da questo bravo artigiano, anche lui rigorosamente ambulante.

Figura affine all’arrotino, e come lui menzionato anche in favole della infanzia ed un dolci canzoni, era poi lo “spazzacamino”, che compariva soltanto all’avvicinarsi delle fredde stagioni per la pulizia di qualche canna fumaria retribuita con pochi soldi, per poi immancabilmente dileguarsi dal Paese, proprio come in qualche favola.

Le esigenze domestiche (in ciò eguali a quelle d’oggi) richiedevano anche la pulizia delle pentole, incrostate o abbrunite dalla cottura, che, in assenza dei moderni detersivi, occorreva strofinare a mano, fino a farle tornare splendenti, ma utilizzando a tal fine un’apposita sabbia abrasiva, la “renella”, che un altro provvidenziale personaggio forniva alle famiglie, dopo averla raccolta chissà da dove. Ed era questo il suo “mestiere” che gli consentiva stentatamente di vivere con i pochi centesimi del suo guadagno.

Più frequente e regolare era invece il “mestiere” (che ricorda, in verità, costumanze storiche lontane) del banditore; che davvero per pochi soldi si adattava ad annunciare per le strade di Atripalda, ripetutamente, sforzandosi ad alta voce, notizie o proposte economiche su commissione di commercianti, enti o di altri operatori, preceduto o seguito da frotte di “scugnizzi” assai divertiti ad ascoltare i suoi ripetuti “proclami” alla cittadinanza.

Ma il più patetico (ed amato) “lavoratore” di un tempo era un indimenticabile “uomo di fatica”, che stazionava all’altezza del primo ponte urbano sul fiume Sabato, proprio accanto al posteggio delle note carrozzelle, ivi rimanendo in attesa di qualche “chiamata” per il carico o scarico di merci o di qualunque altro oggetto di peso, secondo le esigenze di chi richiedesse la sua opera per commercio, traslochi, partenze o altro. Per siffatta operazione, ovviamente si richiedeva un uomo dalla particolare abilità nell’uso della forza fisica; e di questa si doveva considerare dotato quel “poveretto” del quale, più che un’effettiva forza di natura, era da apprezzare il generoso sforzo della volontà nel dover eseguire, parimenti per pochi centesimi, il suo faticoso “mestiere”, dal nome ben noto di “facchino” da pronunciare senza offesa bensì solo con affetto.

Questi ed anche altri (come quelli dei “cocchieri” delle carrozzelle) erano tutti mestieri dei tempi ormai andati del Paese mio (e forse anche di ogni altro luogo); che è meglio che ora vivano solo nel ricordo, affinché si possa oggi auspicare o almeno immaginare che figure come quei protagonisti, cancellate dal progresso e dal miglioramento delle condizioni della vita, intervenuti in tempi attuali, trovino ora di poter lavorare e campare in modo meno precario e disagiato, come è certo giusto che meritino.

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