La filosofia ebraica come utopia del dialogo

Ho inserito a bella posta la parola utopia nel titolo di questo intervento in omaggio alla forza evocatrice e fortemente visionaria del pensiero filosofico ebraico ed in particolare di certe sue derive mistiche, cui per ovvi motivi di spazio accennerò appena. Come ha recentemente scritto Roberto Mordacci, «l’utopia è come il mondo umano potrebbe e dovrebbe essere, se gli uomini fossero all’altezza di sé stessi [1]».
Non si tratta quindi di sognare mondi estranei ed irraggiungibili, quanto di rientrare in sé stessi e vivere in piena completezza la propria identità senza per questo privarsi della facoltà di cercare di andare ‘oltre’. Se dunque l’utopia finora non è diventata realtà, ciò è solo ascrivibile alla negligenza degli uomini, come soltanto a loro potrebbe essere ascrivibile un giorno il merito della sua realizzazione.
Ciò premesso, chiarisco subito che secondo me il miglior modo di ricordare e tramandare, salvandole dall’oblio, la storia e la cultura ebraica non può essere solo quello di continuare a raccontare gli avvenimenti della Shoah con un rituale, periodico approccio storico – pur doveroso in occasione dell’annuale ricorrenza – ma quello di studiare a fondo fino a che punto sia ancora attuale e valido il pensiero filosofico ebraico. Un tale approccio finora è rimasto negletto in Italia nei piani di studio degli Istituti superiori, dove l’Umanesimo antico è riferito quasi esclusivamente alle culture greca e romana classiche, con scarsissime e distratte incursioni nella coeva cultura dell’Ebraismo, a torto ritenuta dalla critica storica inficiata da accanito fideismo e tradizionalismo religioso. Io invece tenterò di mostrare come il pensiero ebraico sia ricco di contenuti razionali, che conservano tuttora una valenza etica e teoretica di grande attualità e che nulla hanno da invidiare alle altre culture dell’antichità. E per dimostrarlo prenderò in esame alcune tematiche essenziali, cominciando proprio dagli aspetti religiosi.
Com’è noto, l’Ebraismo non ha dogmi, tranne quello dell’unicità ed infinità di un Dio-Persona, creatore dell’universo da cui trascende. Il suo nome è indefinibile e innominabile se non nei termini della presentazione che Egli stesso fa di sé a Mosè davanti al roveto ardente: Io sono Colui che sono, affermando con ciò l’assoluta postura ontologica dell’Ente da cui deriva ogni altra entità ed esistenza. Attribuire a Dio una qualunque diversa definizione o denominazione equivarrebbe a delimitarlo dandogli dei confini, perché sarebbe circoscritto in quella realtà e niente altro. Del resto, come Entità prima ed assoluta, Egli è anche l’assoluta Alterità, il totalmente Altro rispetto all’uomo e alla natura. Ora confrontiamo questo raffinatissimo concetto filosofico con le credenze religiose politeistiche ed antropomorfiche in auge nella stessa epoca storica presso le popolazioni degli Egizi, dei Greci e degli stessi Romani, che ipotizzavano l’esistenza di vere e proprie gerarchie mitologiche di dei e semidei, per giunta sottoposte al potere di un Fato dal volere opprimente, oscuro ed incomprensibile – diremmo – per statuto.
Ma non basta: il Dio ebraico entra in relazione con la fragilità umana stipulando un’alleanza eterna cui non potrà mai venir meno, avendo dato la sua Parola (quella che per i cristiani sarà il Verbo: Cristo) neppure di fronte ai numerosi, gravi e reiterati tradimenti dell’uomo. Un Dio Padre e Madre, che ama l’umanità con sentimenti di misericordia e che nel Cristianesimo si coinvolge nel destino dell’uomo fino a morirne per redimerlo. Da qui trae origine la più alta valorizzazione possibile dell’umanità e della relazionalità, assurta addirittura come patto eterno tra la divinità e l’uomo, in vista della salvezza che conclude il destino umano.
Al popolo ebraico si deve il libro che ha più segnato l’umanità: la Bibbia. Ed è intorno ad essa che si snoda il percorso millenario di una cultura che ha saputo trarre dalle Sacre Scritture sempre nuovo alimento. Ma il mondo intellettuale ebraico non è soltanto un circuito intorno alla parola di Dio; vivendo infatti per secoli nella diaspora, lontani dalla propria terra e fra altre nazioni, pur se emarginati quando non addirittura esclusi o perseguitati, gli ebrei hanno saputo assorbire e rielaborare letterature, filosofie e narrazioni dei mondi che li circondavano. Per questo esiste una pluralità di culture ebraiche legate da un unico filo rappresentato dalla tradizione e dalla lingua del popolo di Israele.
Altro elemento filosoficamente rilevante nel pensiero ebraico è l’unicità e irripetibilità della persona, da cui deriva la responsabilità etica conferita a ciascuno di rivelare appieno i propri talenti, in cui si ritrova il messaggio più autentico della sua soggettività. Per il Chassidismo, una delle principali correnti della filosofia ebraica, ogni uomo che nasce rappresenta qualcosa di nuovo, unico ed originale che non è mai esistito prima: un prototipo. Tale posizione viene ripresa da Hannah Arendt, allieva ed amante di Heidegger, precisandola nella visione fenomenologica della sua corrente di pensiero. Inutile dire che oggi l’unicità e irripetibilità di ogni esistenza umana non è più articolo di fede ma una realtà scientifica ampiamente dimostrata dalle neuroscienze.
Al richiamo alla soggettività individuale, peraltro, fa eco il necessario confronto personale con l’alterità filosofica e psicologica del Volto dell’altro, che è stato uno dei maggiori temi tra i tanti mirabilmente sviluppati dal filosofo ebreo Emmanuel Lévinas nel secolo scorso. L’altro è lo straniero che rappresenta il miracolo della novità e con la sua apparizione mi fa uscire dalla paralisi: è lo sconosciuto che suscita innumerevoli interrogativi. In questo modo l’uomo smarrisce momentaneamente la sua sovrana identità, che rappresenta anche il suo autocompiacimento. Questa perdita si traduce in una continua messa in discussione e nella necessità di porsi domande sempre più incalzanti. Come afferma Edmond Jabès: “L’ebreo non è più solo l’uomo che fa domande, ma un uomo-domanda”.
Altrettanto si dica della relazione Io – Tu che si trasforma in Noi nel pensiero di un altro ebreo, Martin Buber, antesignano del dialogo filosofico. Nella filosofia dialogica ogni interlocutore ricerca la verità attraverso il contatto, il contrasto, talvolta il conflitto con l’altro, perché apprezza il punto di vista diverso dal suo ma ugualmente ispirato dalla Sapienza divina attraverso la Sacra Scrittura, che è una lettera personale inviata da Dio a ciascun uomo. Una lettera da leggere in comunità, perché ognuno possa aggiungere la sua parte e creare una realtà narrativa tutta nuova. In questa coralità, è agevole rintracciare le fondamenta stesse della democrazia, poste in tempi ancor più remoti dell’agorà ateniese. Infatti, per l’Ebraismo la verità assoluta è inattingibile e nessuno può arrogarsi il merito di possederla, mentre tutti hanno bisogno di arricchirsi dei particolari punti di vista degli interlocutori, al fine di attingere ad una verità più alta di quella che avrebbero conseguita da soli. Per questo l’Ebraismo è antropologia filosofica, fenomenologia esistenziale, ricerca midrashica, Umanesimo, democrazia, dubbio, erranza.


[1] R. MORDACCI, Ritorno a utopia, Roma-Bari, Laterza 2020, p. 9.

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