Bergamo 18 marzo 2020

(Franco Genzale) – Ieri, 18 marzo 2021, Giornata Nazionale in memoria delle vittime della pandemia.
Ieri, un anno dalle “Bare di Bergamo”. Ho chiesto alla collega Emanuela Sica di poter pubblicare la sua “Lettera immaginaria ad un padre di Bergamo” scritta tempo fa.
Ringrazio Emanuela per l’assenso.

 

– di Emanuela Sica –

Nelle labbra ho il gusto amaro di quella parola, che non so più pronunciare se non con il cuore che rallenta, sin quasi a fermarsi, per la sberla che riceve ogni volta che la realtà gli dice che è inutile estenderla con le corde vocali. Nessuno l’ascolterà, nessuno sarà richiamato da quel segreto desiderio che si possa avverare… un ritorno impossibile. Eppure eccomi qui, a scriverti, senza sapere bene dove imbucare questa lettera, né a quale indirizzo spedirla. Fisso il foglio bianco e le parole le scarabocchiano i miei occhi in piena, rotti gli argini cadono piano, poi pesanti. Sono le lacrime a tessere un percorso che non ha più ragione di esistere se non nei ricordi. Per quanto mi sforzi nessuno di quelli belli viene a carezzarmi, sono solo quelli perfidi che fanno a gara per farmi cattiva compagnia. Tra tutti… uno mi stringe un nodo in gola. Era un venerdì sera, affamato d’aria mi hai detto “Aiuto…” e poi una voragine si è aperta sotto i nostri piedi. La corsa in ospedale, il distacco, la solitudine di quei giorni, uno schermo tra noi: il telefono… e null’altro a legarci. Poi l’ultimo messaggio: “Mi intubano, se non dovessi farcela addio, siate forti, vi amo…”. Increduli, il sangue gelato e rarefatto, non siamo riusciti a rispondere in tempo. Ho trascorso l’intera notte a chiamarti ma il tuo telefono… non squillava più. Sulla segreteria telefonica avevo anche registrato un messaggio: “Non mollare… tornerai a casa… ce la farai”. Ma sapeva, amaro come il fiele, di bugia. Se mi avessero detto che un giorno te ne saresti andato così, con un messaggio di testo… mi sarei fatta una risata e magari avrei sputato fuori un’improvvisa, quanto incomprensibile, parolaccia e invece è stato proprio così che ci hai lasciati. Nessuno di noi ti ha potuto infilare il vestito buono, pettinare, fare la barba, piangerti carezzandoti la fronte o le mani giunte. Magari darti l’obolo per il trapasso, come avevi fatto tu con il nonno. Hanno fatto tutto loro, chissà in che modo, chissà con che abiti… magari nudo. Avrai freddo? È la prima cosa che penso adesso che ti vedo passare in Tv, dentro uno di quei camion dell’esercito. Loro incolonnati, noi genuflessi davanti alla tragedia che è esplosa, severa, improvvisa, in faccia al mondo intero, lasciando brandelli di morte e disperazione ovunque. Non so perché ma ti immagino nell’ultimo della fila, sarà per il tuo innato senso dell’assoluta distanza dall’apparire. Anche quando venivi a sentirmi cantare… ti sedevi in fondo mentre io ti cercavo con lo sguardo lungo di chi sapeva già dove fossi. Ed eccola la linea della morte, si materializza in televisione all’ora di cena… ma nessuno sa davvero cosa sia perché non l’ha avuta dritta e conficcata in mezzo al petto, come una lancia infuocata e cattiva, arrogante e bastarda. Noi sì, noi la sentiamo, che si rigira come fosse impazzita e si arrovella di perché. Cosa avremmo potuto fare per aiutarti papà, cosa avrebbero potuto fare i medici? Domande inutili che risalgono come conati di vomito e corrodono emozioni. Ho indossato il tuo maglione, lo sai? Mi tiene al caldo. È marzo ma la primavera sembra essersi denudata del suo calore. Fuori c’è un gelo incomprensibile. Tra un anno magari, per il resto del mondo, sarà tutto finito, ci saranno nuove cure, un vaccino… ma per noi no. Per noi sarà sempre questo giorno, il 18 marzo… destinato a saltare come quel giradischi rotto (che ti ostinavi, inutilmente, ad aggiustare) che inciampa ancora e riprende sempre la stessa melodia, quella sbagliata. Sui balconi del palazzo di fronte qualcuno ha scritto “andrà tutto bene”. Se potessi lanciarmi in avanti… lo strapperei. Ma sono bambini, per loro “deve” andare tutto bene altrimenti è la fine. Tu invece eri da poco andato in pensione e… sei morto da solo. Nessun affetto, nessun amico a salutarti, neppure quando ti hanno seppellito. Noi esiliati in casa a bruciare nel dolore di non esserti a fianco. Chi minimizza il Covid venga da me, gli farò vedere il tuo sudario, il punto esatto dove tutto è iniziato: davanti alla porta della tua stanza, oramai vuota. Lì sei crollato, senza sensi. Li ti ho abbracciato senza sapere di averti già perso. Ogni tanto ti scrivo un messaggio e, come fossi una bambina, attendo invano… la doppia spunta blu.

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