Di me è stato detto ben poco

Poesia: Di me è stato detto ben poco
Autrice: Lara Pagani

Di me è stato detto ben poco:
eppure hai visto, hai raccolto
col cucchiaio colmo di miele
la melassa che mi ha fatto ricca
di strazio, di splendido delirio, la furia
della mia dolcezza quando spazia.

Di te ho finora ho detto troppo poco
e se manchi la terra non muove
un singolo passo. La terra muore
e nel precipizio, nel tuo limine
fattosi nostro eterno si estingue.

(Al mio primo lettore, 16/12/2021)

A cura di Emanuela Sica
È una confessione a cuore aperto quella che si apre alla lettura. L’aspirazione di chi scrive è principalmente legata agli occhi di chi legge, all’anima di chi si nutre di quelle parole vergate con il profondo magma emozionale che l’autrice ha dentro, con la necessità di farle nascere nel mondo, portando in dono non solo interiorità ma anche vite e vicissitudini che, nel bene o nel male, hanno fatto parte del suo patrimonio sentimentale.
Chi mette su carta una poesia crea, ogni volta, in maniera più o meno complessa, più o meno chiara, la traccia della sua genesi e della sua evoluzione. In ogni tratto, passaggio, punteggiatura, in ultimo in ogni parola scelta con cura o presa nel flusso delle “vertigini ispiranti”, quelle per intenderci che si creano dal seme più intimo che custodiamo nel cuore, c’è l’autore o l’autrice completamente messo/a a nudo, sotto i riflettori del fruitore finale. Il lettore qui diventa parte integrante della poesia, la necessità è quella di rendere grazie, come se ci si trovasse di fronte ad un’operazione quasi miracolosa: dare attenzione a quello che vive nella poesia. Eppure a me pare che l’autrice, in molti passaggi, abbia una grande insicurezza o incredulità, come se quell’azione fosse, di per sé, un miracolo inaspettato e alquanto emblematico che va ad arricchire la sua esistenza. Come se lei stessa pensasse che tanta attenzione non le sia dovuta. Sicuramente nell’animo di chi scrive emerge, preponderante, l’umiltà e non l’egocentrismo. La poetessa è quasi inginocchiata davanti a quel soggetto che apprezza, sinceramente, attentamente, la sua materia poetica e vede al di là di quella.
Un elemento di meraviglia, di stupore, di certa gratitudine si staglia come codice interpretativo di tutto il resto. Perché spesso dalle poesie, se sono autentiche ovviamente, se sono fatte della stessa pelle – trasparente – che avvolge il poeta allora sembrano delle trasmigrazioni catartiche di universi che diversamente non si potrebbero scoprire, esplorare, vivere. Si può prendere tanto dalla lettura di una poesia. Quando i versi scorrono nella gola come acqua di sorgente pronta non solo a dissetare completamente ma anche a nutrire e creare dipendenza da quella sorgente pura e cristallina. Ed ecco l’immagine più vivida che fuoriesce dal testo. Vedere, raccogliere ogni intima emozione di strazio o delirio o furia o dolcezza, nell’ ambivalenza o eterogeneità dell’anima che vive e si muove dentro e fuori l’inchiostro – virtuale o reale – della poetica.
Per questo motivo il primo lettore è colui che crea la tiratura dell’aratro nel solco nella terra fertile, da quella lavorazione si materializza il momento creativo dell’autrice, il seminato diventa grano, la spiga matura per creare nutrimento per i giorni a venire. Senza quell’intervento, senza quell’attenzione al verso, al detto, al sanguinare o brillare nelle parole che si mettono a dimora nel mondo esterno, come parti perenni di materia e immaterialità insieme, nessuna cosa prende dimensione, nessun colore rispecchia la bellezza del creato, anche il campo viene ingoiato nel precipizio del nulla, dell’apatica consapevolezza di non dare “emozioni”. Forse è questo il segreto di ogni poeta che si rispetti, emozionare, lasciare una traccia di sé o del suo fugace passaggio nella vita di chi legge. Nella chiusa l’estinzione segna il confine tra la lettura e la dimenticanza o, addirittura, tra la prima e l’indifferenza.
Ma approfondiamo per un attimo questa lirica in analogia con altre composizioni poetiche dedicate ai fruitori dell’arte poetica.
Mi sovviene Baudelaire, nella sua prima lirica “Al lettore” nel suo celebre capolavoro “I fiori del male” e di cui evidenzio solo la parte finale.
(…)
È la Noia! – l’occhio gonfio di un pianto involontario,
sogna patiboli fumando la sua pipa.
Tu lo conosci, lettore, quel raffinato mostro,
– Ipocrita lettore, – mio simile – fratello!

Al lettore è un incipit con il quale si deve fare i conti se si vuole dialogare con il poeta parigino. Pubblicato il 25 giugno del 1857 dall’Editore Auguste Poulet-Malassis, “I fiori del male” subì dopo pochi giorni, il 7 luglio, una denuncia per oltraggio alla morale pubblica e religiosa da parte della direzione della Sicurezza pubblica francese. Autore e casa editrice furono costretti a pagare una multa ed a sopprimere sei liriche. Quattro anni più tardi, nel 1861, fu pubblicata una seconda edizione con la soppressione delle sei liriche e con trentacinque nuove poesie. Opera diamante dell’Ottocento, “I fiori del male” è l’incipit di ogni avanguardia europea e Charles Baudelaire il poeta più chiacchierato dai suoi estimatori e dai suoi denigratori.
“Al lettore” è una chiamata di complicità, di corrispondenza, di comprensione della cruda realtà della condizione umana che deve adagiarsi in finzioni e convenzioni per poter boccheggiare. Baudelaire avverte il lettore di ciò che “I fiori del male” contiene: l’uomo cosciente dei propri vizi e del proprio destino che si mostra stanco e, dunque, non disponibile alla continua menzogna ed al nascondimento di sé perché è cosciente dell’assedio della Noia.
Ed ancora Rabindranath Tagore, con Chi sei tu, lettore che leggi – le mie parole tra un centinaio d’anni?/ Non posso inviarti un solo fiore/della ricchezza di questa primavera,/una sola striatura d’oro/delle nubi lontane./Apri le porte e guardati intorno./Dal tuo giardino in fiore cogli/i ricordi fragranti dei fiori svaniti/un centinaio d’anni fa./Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire/la gioia vivente che cantò/in un mattino di primavera,/mandando la sua voce lieta/attraverso un centinaio d’anni – parla ai suoi posteri, a colore che leggeranno le sue parole tra cent’anni o quelli che le stanno leggendo ora. In questo modo sottolinea immediatamente una caratteristica fondamentale della poesia e delle parole scritte: l’immortalità. Possono passare gli anni, possono cambiare le persone il mondo con esse, ma ciò che è scritto non può cambiare. “Non potendo lasciarci una fotografia delle sue giornate o del sole, del cielo, sotto i quali lui vive, sceglie di descriverci tutto ciò. Invita il suo lettore a fare uguale, a cogliere e a rubare con gli occhi i dettagli del mondo, per non perderne mai la memoria. La poesia si fa portavoce di luoghi lontani e immagini del passato, vive ancora oggi nei nostri giorni. L’input che vuole darci Tagore è che con la poesia tutto prende una forma diversa, ci ricorda che lettura ci unisce e ci rende sensibili alle essenze più profonde.”
Anche Pagani fa dono al suo primo lettore dei suoi versi, probabilmente la differenza è tutta soggettiva e contrapposta all’oggettivazione del lettore in generale. Qui si parla di chi, per anelato incipit, ha smosso le foglie dal terreno per scoprire la dimensione più fertile del poeta. Vero è che leggere rende liberi e consapevoli ma è anche vero che essere letti è il modo migliore per continuare a scrivere. Essere letti crea una sorta di dipendenza empatica. Il poeta, l’autore, aspirerà sempre e comunque a comunicare al fruitore delle sue parole, il dentro per farlo espandere all’esterno. Non solo per lasciare pensieri su carta si scrive, non solo per allontanare le ombre oscure della notte invernale, o l’accecante luce del giorno estivo, si scrive anche per dire ad altri segreti inconfessabili in altro modo, per partorire esistenze che altrimenti sarebbero restate allo stato embrionale. La commistione tra chi scrive e chi legge è così automatica, il più delle volte ovviamente, quando vi è comunque una sorta di intima predisposizione a ciò che si legge, che si crea una sorta di cordone ombelicale che difficilmente potrà essere reciso. Leggere è il modo migliore per evadere dalla realtà quotidiana senza bisogno di spostarsi da casa. Scrivere lo stesso. Un buon libro è il migliore compagno di giorni solitari, dei momenti di relax o di quando, magari, si deve affrontare un lungo viaggio. Scrivere è lo stesso. Perdersi nella narrazione poetica o narrativa ci allontana dalle preoccupazioni e consente di distrarsi, anche se per poco, dal presente. Scrivere è lo stesso. Leggere è la miglior medicina per guarire le ferite dell’anima, per capire cosa fare in certe situazioni, per trovare un’ipotesi di soluzione ai problemi che si stanno affrontando in un determinato momento. Scrivere è lo stesso perché: I poeti lavorano di notte/quando il tempo non urge su di loro,/quando tace il rumore della folla/e termina il linciaggio delle ore./I poeti lavorano nel buio/come falchi notturni od usignoli/dal dolcissimo canto/e temono di offendere Iddio./Ma i poeti, nel loro silenzio/fanno ben più rumore/di una dorata cupola di stelle (Alda Merini)…e solo chi li legge sente quel “rumore”.

Lara Pagani è nata nel 1986, risiede a Lugo (RA), ha una bimba e lavora nell’azienda agricola della sua famiglia. Laureata in Lingue e Letterature straniere. Finora non ha pubblicato un libro di poesie ma scrive sin da quando andava alle scuole medie e pubblica i suoi versi sui social.

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