A proposito di “Umanizzare la sanità”
Con la sapiente pacatezza che gli è consueta, Franco Genzale ha ripreso le trasmissioni de Il Venerdì, rubrica oramai storica di ITV, con una puntata intitolata “La sanità senza umanità è un po’ come far morire”.
Lo spunto, dice il Direttore, glielo ha dato una pubblicità a sostegno di Medici Senza Frontiere. Il messaggio essenziale è dato da una sorta di rivisitazione del Giuramento di Ippocrate, con il quale il medico si impegnerebbe ad operare per il superamento di ogni forma di disuguaglianza nella tutela della salute.
Il Direttore Genzale, al riguardo, innanzitutto esprime il pensiero che un siffatto giuramento dovrebbe essere pronunciato da tutti i medici, sia di quelli in forza alle Asl che di quelli operanti negli Ospedali. Ma anche che l’impegno dovrebbe riguardare tutti gli operatori dei servizi sanitari, a qualsiasi categoria essi appartengano.
Ma il messaggio forte di Franco Genzale è rivolto a sollecitare tutto il mondo della sanità, dai manager, peraltro di nuova nomina qui in Irpinia, a tutti gli operatori compresi gli amministrativi, per realizzare una umanizzazione della sanità. Problema, questo, predicato da sempre e da sempre puntualmente disatteso.
Gli spunti che offre l’intervento del Direttore di ITV sono molteplici.
Innanzitutto, devo dire che sono pienamente d’accordo con lui quando afferma che va richiamato alle proprie responsabilità anche il personale amministrativo, oltre quello medico e paramedico. È del tutto vero, come lui afferma, che far funzionare la macchina amministrativa vale quanto far funzionare quella tecnico sanitaria. Sono assolutamente d’accordo. E posso a buon diritto affermare ciò, in virtù degli oltre quarant’anni spesi nella conduzione di strutture sociosanitarie di vitale importanza nel sistema assistenziale pubblico. Gli ignavi, che troppo frequentemente si acquattano nella pancia molle del sistema, non hanno (o, magari, ce l’hanno pure) la percezione dei guasti notevoli che il loro comportamento produce direttamente e concretamente sulla salute dell’utente.
In quanto poi al tema centrale, quello gigantesco dell’umanizzazione della sanità, Genzale dice cose troppo vere perché possano essere minimamente discusse. È una storia che oramai si è fatta antica e che, nonostante i continui richiami e le continue sollecitazioni che provengono da ogni direzione, resta là. Immobile. Immodificata. Lapidaria rappresentazione del fallimento profondo della società attuale. Ogni occasione è buona per parlarne, ma nessun momento è buono per risolverla. È un po’ come per la politica. Tutti affermiamo che è diventata uno schifo indecoroso, ma niente facciamo per sovvertire questa situazione.
A voler entrare nel merito della questione, che, ripeto, è gigantesca, mi viene da fare due osservazioni.
La prima. L’umanizzazione della sanità non può essere considerata un extra. Come se fosse una parte aggiuntiva – e magari anche meno significativa – della prestazione. L’umanizzazione, mettiamocelo bene in testa, è parte essenziale dell’efficacia delle cure. I pazienti curati con una adeguata attenzione agli aspetti umani, da operatori che tengono in considerazione la persona e non la malattia, hanno una migliore compliance, cioè una migliore aderenza alle terapie. E guariscono più rapidamente e più completamente. E su questo nessuno si può permettere di sollevare obiezioni perché sono fatti ampiamente verificati.
La seconda. In un mondo che insegue i primati delle tecnologie (che nessuno vuole ignorare, ci mancherebbe!) umanizzare la sanità significa andare oltre l’efficienza tecnologica, per mettere al centro non il paziente ma la persona. Con i suoi bisogni. Con le sue emozioni. Con il suo mondo affettivo e la sua sensibilità umana.
Tutto questo significa, in termini molto concreti – in modo da non fare chiacchiere delle quali abbiamo piene le tasche (si dice così?) – realizzare un approccio completamente diverso da quello attualmente praticato. Innanzitutto dedicando tempo, oltre che al rilevamento dei sintomi fisici, anche all’ascolto delle emozioni del paziente. Facendo sì che le cure proposte tengano conto della storia dell’utente e delle sue condizioni di vita. Ma, soprattutto, condividendo con lui il piano terapeutico e tutte le decisioni che lo riguardano.
È necessario, però, che il medico e gli operatori dismettano il linguaggio tecnico usuale, incomprensibile per il paziente e diano già così prova della considerazione che hanno della persona.
I tempi di attesa non possono essere biblici. Questo fatto ricorrente, anzi, sistematico, non solo si risolve in un grave danno facilmente intuibile, ma anche in una situazione che peggiora notevolmente la condizione psichica della persona ammalata.
Tutto questo riguarda l’approccio al paziente.
Va detto, però, che anche gli operatori dovrebbero ottenere una maggiore considerazione dal sistema. Anch’essi sono persone e come tali vanno trattati. Non possono essere numeri da incasellare in uno schema di turnazione sterile, avulso dalla loro realtà esistenziale. Questo va fatto se vogliamo che si impegnino in maniera emotivamente positiva nel delicato lavoro che li attende.
Una parola, infine, va riservata alle scelleratezze della politica che, ancora oggi, non è riuscita a capire che cosa è il territorio. Non è riuscita ancora a comprendere quanto esso sia importante in una organizzazione corretta ed efficace del sistema sanitario. Di un sistema che dovrebbe essere all’altezza dei compiti più complessi dei tempi attuali, se non altro perché si è aggiunto l’enorme problema delle non autosufficienze. E qui le note diventano dolenti veramente, perché la madornale insipienza di coloro che governano i processi è la madre autentica di tutte le guerre.
Infine, mi piace dire che sono d’accordo ancora una volta con il Direttore Genzale allorché afferma che il paziente si trova sempre, di fronte all’operatore, in uno stato di chiara inferiorità. Verissimo. Il malato è effettivamente in una condizione di debolezza e di grave sofferenza psicologica. Se gli operatori che operano maldestramente pensassero, per un solo momento, che stanno infierendo su di un soggetto debole quanto un bambino inerme, forse correggerebbero il loro comportamento. E questo potrebbe rappresentare il primo gradino di un percorso virtuoso che, prima di fare bene al malato, farebbe bene a tutti quanti noi. E alla nostra presunzione di civiltà.
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