IL CORSIVO – DIETRO I FATTI DI TORINO

I fatti di sabato a Torino. Lo scandalo della guerriglia urbana pensata, scientificamente organizzata e quindi attuata. La vergogna – sì, un’infame vergogna! – di quei cinque delinquenti vestiti di nero e a viso coperto che hanno assalito con pugni, calci e martellate un poliziotto in servizio per garantire l’ordine pubblico, la sicurezza dei cittadini, lo stato di diritto, il sistema democratico del nostro Paese.

Ciò che è accaduto a Torino non è “inqualificabile”, come la leader del Pd ed altri rappresentanti politici della Sinistra si sono affrettati a liquidare, non si capisce se pilatescamente o furbescamente. Se si sceglie questa interpretazione dei fatti, ossia la loro “inqualificabilità”, si diventa complici – magari anche senza volerlo – di chi ha pensato, organizzato e attuato la guerriglia emblematicamente culminata nell’infame vergogna – vale ripeterlo mille e più volte – del tentato omicidio d’un “fedele servitore dello Stato”.

Ciò che è accaduto a Torino è invece qualificabile e tanto più: si chiama “criminalità politica organizzata”. Ovvero attività criminale ispirata e sostenuta dall’ideologismo politico anti-democratico. È fuori dalla realtà chi non ha il buon senso di qualificare nel modo giusto e compiuto la giornata bestiale di Torino, che del resto appare copia conforme di altri eventi degli ultimi tempi, tutti caratterizzati da barbare devastazioni nelle città e attacchi fisici e morali agli uomini delle Forze dell’Ordine, in una puntuale cornice – diciamo la verità – di cori strumentali e demagogici contro il governo in carica.

Sarà pure una banale coincidenza, ma la cosiddetta “rivolta sociale” più volte invocata da Maurizio Landini, sembra aver fatto proseliti anche, se non proprio soprattutto, tra i violenti che a Torino hanno ripetuto l’impresa già collaudata altrove, ma naturalmente non per colpa o intenzione del leader Cgil.

Alla luce di quanto accaduto sabato a Torino, forse sarebbe opportuno che una certa politica di sinistra desse maggiore ascolto, non al primo che per caso s’incontra al bar, ma alla Procuratrice generale di Piemonte e Valle d’Aosta, Lucia Musti. All’apertura dell’anno giudiziario, in singolare coincidenza con la manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, ha detto: “Da parte di alcuni soggetti appartenenti all’upper class c’è una benevola tolleranza e una lettura compiacente dei disordini di piazza, che altro non sono che gravi reati”. In questi ultimi mesi, ha sottolineato il magistrato, c’è stata “una escalation impressionante di comportamenti violenti”, che appaiono finalizzati “all’utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione della legalità”.

Riferendosi ai fatti che negli ultimi mesi hanno interessato il mondo antagonista e all’agire sistematico e organizzato, la Procuratrice generale ha aggiunto: “In ogni corteo si stacca una frangia nella quale si ritrovano sempre le stesse persone, oltre a nuovi sodali e manovalanza varia, vecchi capi che incitano a distanza alla rivolta e consigliano le scelte di attuazione della stessa, e nuovi capi che incitano sul campo”. Ancora più forte è il riferimento al reclutamento dei più giovani, con un presidio presso le scuole medie superiori: forze nuove che poi “gli organizzatori indottrinano indirizzandole all’agire illegale”.

La conclusione cui giunge l’alto magistrato è che, alla fine, a subirne le conseguenze sono i cittadini. Una per tutte, come suggerisce la Procuratrice, è “la limitazione della loro libertà di locomozione e di vita in una Torino blindata, sotto scacco di pochi ma violenti facinorosi”.

Cosa dire? Non ce n’è abbastanza perché i partiti di opposizione la smettano di soffiare strumentalmente e sistematicamente sul fuoco delle proteste pilotate e che, almeno per i problemi della Sicurezza, stiano dalla parte dello Stato senza se e senza ma?

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