IL CORSIVO – FEMMINICIDI: LA DETERRENZA DELLA DIFESA PERSONALE

L’autopsia sul cadavere di Federica Torzullo, svolta ieri a Roma presso l’Istituto di Medicina Legale della Sapienza, ha rivelato che il marito, Claudio Agostino Carlomagno, l’ha uccisa accanendosi su di lei con 23 coltellate: 19 sul collo e sul viso, le restanti sull’addome e sul bacino. Non pago, le ha procurato ustioni al volto, al collo, alle braccia e al torace. Il rito mostruoso è stato completato con l’amputazione della gamba sinistra. Una violenza inaudita. Perdippiù consumata su una donna mite e senza colpe, una ingegnera rispettata e benvoluta. Insomma, in tutto e per tutto una persona perbene.

Quest’ultimo femminicidio è già il terzo nelle prime due settimane del 2026. Comincia statisticamente malissimo anche quest’anno.

Non è vero che sia stato fatto poco per dissuadere i potenziali assassini da quando il numero altissimo di casi registrati ha fatto classificare come “fenomeno” la catena di femminicidi annualmente sempre più lunga. Il miglioramento dei livelli di informazione e di uso degli accorgimenti preventivi ha inciso in misura significativa sulla statistica.

Non ha avuto lo stesso effetto, invece, la deterrenza immaginata con l’inasprimento della legislazione penale. Il potenziale femminicida non si pone il problema della pena, pensa solo a cavarsela occultando le prove.

Al cospetto del suo “nemico” intenzionato ad ucciderla, la donna ha una sola via d’uscita: provare a difendersi fino in fondo e con tutti i mezzi. Filosoficamente, se necessario, “Mors tua, vita mea”. È su questo fronte che bisognerebbe concentrare e incentivare gli sforzi, la “educazione”, gli stessi aiuti pubblici. Che l’assassino – ex post – venga punito con l’ergastolo può interessare a tutti fuorché alla vittima. Logicamente

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